Un romanzo insolito dalle caratteristiche surreali, fantastiche, raccontato con una delicatezza e semplicità estrema da catapultare il lettore in una realtà, la nostra, in una condizione possibile: la fine. Sorprendente, dal sapore quasi apocalittico la citazione di Daniel Pennac: “È proprio quando si crede che sia tutto finito, che tutto comincia”. La speranza che da ogni fine ci può essere un nuovo inizio anche nell’iperuranio, persino in altri mondi che non sono la nostra Terra. O forse sì, chissà. Raffaele Costantini dal teatro approda nella scrittura e il ruolo sembra essere nelle sue corde. Racconta una storia che ha dell’incredibile: la vita nel cielo, su un altro mondo al di sopra della terra, l’invasione di una navicella spaziale simile a un tubero gigante che semina terrore nella tranquilla Lupabella.
L’immaginazione supera la realtà; l’autore dà libero sfogo al suo estro creativo, coniugando fine/ possibile, inizio/necessità. Aster e? un ragazzo undicenne diverso dai suoi coetanei: non insegue lucertole ne? tira sassi ai cani, ma salva i gattini e, durante la stagione estiva, non cerca lo svago, ma preferisce aiutare Lucio, il falegname di Lupabella. In questo piccolo borgo, al confine tra il reale e l’immaginario, le storie del quotidiano si nutrono di fantasiose presenze, amori, persino l’arrivo degli alieni. Il materializzarsi di un’astronave, nella forma di un bizzarro tubero ferruginoso sospeso nel cielo, sarà sufficiente a stravolgere la tranquilla vita di Lupabella e dei suoi abitanti, innescando uno stato di panico collettivo, sufficiente ad assolvere una probabile fine del mondo. E anche lassù – in questa cittadina eterea – il giovane Aster scopre che “gli uomini non sono capaci d’amarsi neanche un po’: ecco la verità!”. Non conoscono il segreto imperscrutabile dell’amore, che come miele lenisce il dolore, come panacea guarisce ogni male. Ma Aster al contrario, conoscerà l’amore. E saprà farne un possibile inizio di una nuova vita, necessaria per tutti gli esseri umani. Raffaele Costantini infonde speranza e fiducia al lettore, anche se solo per “otto minuti”; condizione sufficiente comunque a garantire la lettura dell’intera storia. “Otto minuti” è un libro che tiene col fiato sospeso: “L’umanità attendeva di sprofondare nell’abisso di un corto circuito planetario del sistema di telecomunicazioni. (…). Nascere allo scadere del tempo è una cosa che ti porti dentro per sempre. È uno stato perenne di tensione, tra la paura dell’inevitabile e lo slancio del possibile. La vita di chi nasce al fotofinish ha la fisionomia di chi porta su di sé tutti i mali del mondo”. (p. 10). C’è la tenacia di chi – anche nella catastrofe – può farcela proprio come i protagonisti di “Otto minuti”, Luna e Felipe, che imparano presto ad amare le stesse cose: “le loro anime vibravano all’unisono. Erano forti ed erano sicuri che il mondo lo avrebbero cambiato a forza di assemblee, occupazioni e concerti rock”. Occorre armarsi di tanta forza, coraggio, determinazione e fantasia per credere che il cambiamento sia possibile, per sognare. Cosicché quando ti ritrovi sull’orlo del baratro e pensi di caderci dentro, ecco che appare un nuovo percorso – uno scenario – ad attenderti e illuminare l’inizio di un nuovo cammino.


