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Il ragazzo dalla faccia pulita. Saggio di Elio Ria su Arthur Rimbaud

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Di Alessandra Peluso

Contro ogni rigidità mentale, pregiudizio, al di sopra di ogni regola, a favore della libertà e dell'esprimere se stessi senza alcun bisogno di nascondersi. Questo è Arthur Rimbaud, emblematico poeta del secolo XIX, e, perché no, del nostro.
Simbolo di rottura con tutto ciò che è conforme ad ogni regola che, secondo il giovane, non serviva ad altro che ad ammansire il popolo, inneggiando ad un uso delle mani e non della mente. Caratteristica che accomuna, oserei dire, la nostra epoca. Agite, fate, senza pensare, il contrario del motto illuminista: “Sapere aude”. Tutto ciò il giovane Rimbaud lo ha dimostrato con la sua vita, in cui ha percorso con bruciante rapidità i territori concessigli dalla letteratura, fino a esaurirla, a uscirne (Davide Rondoni).  Pensiero libero che gli ha comportato la solitudine sino alla morte in Africa, continente che sceglie come esempio di libertà assoluta, da non intendere come ribellione bensì lo specchio della poesia  della discesa agli inferi.
Un altro modus vivendi che ha voluto concedersi è stata la sua breve “omosessualità”, allora come oggi una scelta che rende l'essere umano emarginato; ma Rimbaud ha dimostrato che, credendo in se stesso, soprattutto, ha senso vivere, considerarsi un individuo libero e pensante. Il modo di comunicare ed esprimere, affermando se stesso, è la poesia, nella quale paradossalmente l'io individuale si concilia con l'io collettivo: «L'Io che deve esprimersi in poesia non è quello individuale, è qualcosa che trascende la realtà più vasta, in un luogo che lo escluda e lo renda entità diversa. Un “Io” a più voci, collettivo, che tralasciando le cose stupide della quotidianità si lascia guidare per cogliere le “quintessenze”, in un meccanismo di rovesciamento perverso dell'ordine e del disordine dell'anima, che deve essere scardinata dalle apparenze ingannevoli e dai pregiudizi precostituiti, affinché se ne possa comprendere il funzionamento sottratto dalla morale e al'ipoteca condizionata e sottoposta di Dio».  Questo si legge nel libro di Elio Ria su “Il ragazzo dalla faccia pulita. Saggio su Rimbaud”, edito da Villaggio Maori Edizioni, collana Ellissi diretta da Davide Dell’Ombra.

Chiedo a Ria: quali sono le motivazioni che lo hanno condotto a occuparsi di Arthur Rimbaud, oltre a quelle accennate poc'anzi.
Mi occupo di Rimbaud da molti anni, da quando in gioventù la poesia mi prese con sé. Leggere Rimbaud non è facile, ci vuole molta pazienza e un grande amore per la poesia. Il mio libro è un omaggio a questo ragazzo che non ha avuto paura d’immolarsi sull’altare della poesia. Mario Luzi azzardò che il giovane poeta di Charleville è l’unico che si può accostare all’esiliato di Firenze. Sono difatti due poeti che compiono due viaggi (Rimbaud nell’inferno, che non è l’inferno cristiano) dove l’autore e il personaggio coincidono, e dove alla prova dell’esperienza sono sottoposte tutte le verità presunte. Occuparsi di Rimbaud vuol dire mettersi in gioco completamente, sfidare un grande, essere preparati alla sua sventura, giocarsi l’anima.

Inoltre, se considera il poeta un rivoluzionario della storia, un antesignano dell'Illuminismo. Oppure un'anticonformista per eccellenza, peraltro limitante, visto che Rimbaud, accanto al talento poetico innegabile, sentiva la necessità di non dire sì alle falsità del secolo, al quale apparteneva.
Rimbaud è il poeta (sfuggito all’idea di creazione di un dio) che ha combattuto una feroce lotta spirituale in un’epoca segnata dalla crisi della religione, della memoria e della scienza. Ha combattuto tutto l’ordine ipocrita borghese della società, senza peraltro provare vergogna, sbeffeggiando ogni forma di consuetudine e d’insana moralità nascosta nelle pieghe del perbenismo. Ha ceduto alle tentazioni per non diventarne vittima o sottomesso, come nel caso della sua breve condotta omosessuale con l’amico Verlaine. Il suo gaysmo, ad esempio,  non è pratica del piacere carnale; non è neanche da ascrivere a qualsivoglia forma di repressione, piuttosto un mezzo per bruciare le sue carni alla voluttà dei sensi al solo scopo di esporsi al paradiso perduto, senza preoccupazione di salvezza che brucia ogni retorica.

È paragonabile alla vita di Nietzsche, ad esempio, di Simmel o di Camus?
Rimbaud è Rimbaud. Qualsiasi accostamento con altri grandi della letteratura e della filosofia creerebbe un altro falso mito del poeta. Azzardo, comunque, un accostamento con il pensiero di Nietzsche, almeno là dove viene concepito da entrambi il tracollo del “soggetto” – inteso come principio determinante della conoscenza e dell’azione. Entrambi (convinti di vivere in un mondo di décadence e di profondo nichilismo) smascherarono i falsi idoli dell’Occidente. Il poeta francese operò una rivolta cosmica in contrapposizione all’ideologia cristiano-borghese. Nietzsche demolì le finzioni dell’Occidente. Con la “Lettera del veggente” il poeta traccia un percorso poetico che definisce la poesia e l’arte, manifestando la necessità di una condizione di estraneità non solo nei confronti dell’opera poetica, ma anche del suo stesso creatore (Io è un altro). In tal modo la tensione spersonalizzante del poeta implica la possibilità di immergersi nelle profondità dell’abisso alla ricerca di una purezza che non è appannaggio di nessuno ed è invece una conquista di ogni istante, “dove chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro”.


È evidente che Rimbaud resta un rivoluzionario, un giovane che non si è accontentato di ciò che aveva, ma ha ricercato l'essenza della vita nella tragicità della stessa e non è un caso che abbia scelto un'esistenza libera e non facile, pagando a caro prezzo il suo andare, contro ogni pensiero benpensante o regole imposte e poste ad impedire il flusso benevolo delle idee.

Rimbaud è un bravo ragazzo dalla faccia pulita, che ha espresso il disagio della diversità e del non allineamento alle regole sociali, profanando le leggi e i canoni sacri della letteratura in una sorta di creatività logica degli opposti. Ha percorso le strade conosciute, ma ha anche preferito le vie traverse, per scoprire aspetti nuovi e inattesi. Si è immerso nel male, ha amato il demonio per sconfiggerlo, in un continuo e compulsivo desiderio alla scoperta della differenza, di ciò insomma che fornisce il dettaglio di “un senso” corrispondente a un “non senso”. Rimbaud scrive per sottrarsi a ogni vincolo, tant’è che i suoi testi testimoniano il rifiuto ostinato dell’epoca lungo i binari della veggenza. L’accettazione di un ordine abituale è impensabile. Si astiene dal perseguire un’azione antisociale, rivoluzionaria, preferisce combattere se stesso, alienandosi interiormente, spostando il suo cammino verso una nuova realtà, poiché sente di appartenere a qualcosa di misterioso e di grande che però è, di fatto, sconosciuto.

E forse è anche a questo è dovuto il fascino di Arthur Rimbaud, della sua poesia, ancora oggi seguiti da amanti, qual è Elio Ria. 


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