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Marcello Foa sotto attacco concentrico. La paura fa 90...

A Roma si dice “E nun ce vonno stà!” ed è quello che sta accadendo per la nomina di Marcello Foa a Presidente della Rai.

L’ultima che si è inventato il Pd, in piena applicazione del manuale comunista della propaganda, è quello della contestazione di due voti che a dire dei rappresentanti del Partito Democratico sarebbero nulli perché resi riconoscibili, magari ci hanno disegnato sopra un pupazzetto di Fabio Fazio per mandare tutto in vacca, come si dice nelle vallate alpine.

Insomma, siamo a Togliatti, alle matite sotto le unghie, quelle che però le usavano le scrutinatrici comuniste dell’epoca per truccare i voti, sempre in nome della “democrazia violata”, naturalmente.

Attaccarsi alla riconoscibilità dei voti è la ridotta a cui si sono ridotti (scusate il gioco di parole, peraltro ampiamente voluto) i nipotini di Stalin per contestare l’incontestabile e cioè la nomina di Marcello Foa a Presidente della Rai. Capita, rassegnatevi è la democrazia bellezze!

Quando infatti si passa dalla politica agli schiribizzi sulle schede si dà il segno che ormai non si hanno più argomenti a proprio favore e ci si attacca a quelle che il grande Totò chiamava quisquilie e pinzillacchere.

La volontà della Commissione di Vigilanza della Rai è stata espressa in forma chiara, perché dietro c’è, come deve essere, un accordo politico che riflette il voto democratico del 4 marzo e negarlo assume i toni dell’eversività e bene ha fatto il Presidente della Commissione Alberto Baracchini a considerare valide le schede e basta, senza concedere spazio ai tormenti ossessivi di chi, dopo anni di potere satrapico, non vuole riconoscere di aver perduto il consenso popolare e quindi il potere.

Ma l’offensiva contro Foa è a largo raggio perché la rete dei radical chic mondiale è ben organizzata, strutturata con logica ferrea e si è messa in movimento, alimentata dai blogger e dalla sempre fiorente industria di ventilatori da schizzo, in cui qualcuno è maestro (attenti però a stare controvento!).

Così l’eurodeputata olandese Marietje Schaake (Alde) si è sentita stimolata dagli eventi nostrani a vergare una missiva al Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, a cui chiede di discutere il prossimo 17 ottobre addirittura al tavolo dei Capi di Stato la nomina di Foa, definito come “un assiduo contributore della propaganda russa tramite Russia Today e Sputnik e ha spesso condiviso informazioni online che possono essere qualificate come disinformazione”.

La lettera della deputata è stata firmata da altri venti colleghi.

Insomma Foa è un caso internazionale! L’Ue non si occupa della crisi economica in cui versano i suoi sudditi, del terrorismo dell’Isis, dell’incertezza del futuro per i nostri giovani, della crisi in Libia, ma trova il tempo per occuparsi del nuovo Presidente della Rai!

E Foa sarebbe un agente segreto russo della nuova Spectre di Vladimir Putin, uno che gira con una boccetta di veleno radioattivo per fare fuori gli oppositori? Attenti dunque ragazzi, non ci prendete caffè, mi raccomando…

Ma ci si rende conto a cosa ci ha condotto anni ed anni di colpevole acquiescenza ai tanti cattivi maestri che ancora guidano le cadreghe dell’informazione in Italia?

E poi, i giornaloni si chiedono perché vinca il populismo mondiale e la gente comune ne abbia piena le tasche dei soloni e delle solonesse bruxellesi.

Premesso che le notizie false e le violenze sessuali vere vanno sempre punite, le false Fake News sarebbero l’analogo informativo di #MeToo, e cioè un’arma impropria e degenerata che serve ad accusare chiunque sia sospettato di non pensarla come vorrebbero chi ci ha condotto al tracollo civile, umano ed economico e cioè i vari New York Times, Washington Post, e naturalmente i nostranissimi la Repubblica e L’Espresso e tutti i media radical chic, improbabili e stucchevoli aedi del Grande Pensiero Unico (GPU) unico mondiale.

E proprio dalla reazione isterica e sopra le righe che i signorotti dell’informazione nostrana stanno avendo sulla nomina di Foa traiamo la ferma convinzione che si sia nel giusto e che si tratta di una occasione storica per cambiare la Rai, che è pur sempre la più grande industria culturale del nostro Paese, e perché no l’Italia e l’Europa.

 

 

 

 

 

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