Fondatore e direttore
Angelo Maria Perrino

I Hate Milano

di Mister Milano

E diciamolo che Raiola ha fatto solo l'interesse di Donnarumma

E diciamolo che Raiola ha fatto solo l'interesse di Donnarumma

Quando abbiamo scritto per occuparci di ‘ndrangheta a Milano o di Charlie Hebdo ce ne hanno dette di tutti i colori. Ma qui, dopo il pezzo su Donnarumma, si è passato il limite: addirittura ci accusano di essere interisti, o peggio juventini. Capite bene che per chi ha tatuato sulla schiena Hic Sunt Leones l’affronto risulta intollerabile.

Nessuno sostiene né ha mai sostenuto, nel corpo dell’articolo, che in questa storia ci siano buoni e cattivi, vinti o vincitori. Il punto fondamentale è un altro: il Milan è stato comprato grazie a 303 milioni di euro che provengono da un hedge fund, il gruppo Elliott, il cui capo supremo, l’americano Paul Elliott Singer, già finanziatore dei Repubblicani Romney e Rudolph Giuliani, è stato più volte definito da autorevoli fonti come “un avvoltoio”. Esiste un’ampia letteratura online, con fonti che spaziano dal Washington Post alla BBC, dove si spiega come lo stesso abbia costruito buona parte della sua fortuna comprando enormi quantità di bond di Stati Sovrani sull’orlo del fallimento (Argentina, Perù). Per chi volesse approfondire il tipo, c'è Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Paul_Singer_(businessman)#2013.E2.80.932016:_litigation_with_Argentina

Questo è il gruppo finanziario il cui denaro è risultato decisivo per arrivare al sospirato closing. I tifosi, noi compresi, si augurano che il gruppo cinese ripaghi i debiti entro i tempi stabiliti, e che il gruppo Elliott e il suo ingombrante proprietario escano di scena. 

Un procuratore, però, ha il dovere di tutelare il suo assistito dall’eventualità più cupa, anche se tale eventualità appare altamente improbabile. Se i cinesi dovessero rivelarsi insolventi infatti, il Milan – nelle mani di Elliott - andrebbe incontro a una nuova fase di instabilità societaria. A noi (e non solo a noi) risulta che il procuratore abbia ritenuto di opporsi all’inserimento, nel nuovo contratto di Donnarumma, di una clausola che ne avrebbe limitato la libertà contrattuale qualora quegli scenari cupi dovessero poi verificarsi (speriamo di no, ovviamente, ma noi siamo tifosi, non procuratori). Il Milan ha invece ritenuto che quella clausola fosse fondamentale e le parti sono andate a rottura. Tutto qui: il motivo del contendere non è stata “l’avarizia” di Gigio, quanto differenti visioni sulla solidità del futuro finanziario rossonero tra il procuratore e la società. Per chi la vuol capire, una differenza fondamentale. 

P.S. Anche noi sogniamo un calcio di bandiere, dove certi procuratori sono accompagnati alla porta. Allo stesso modo, tuttavia, sogniamo un calcio senza acquisizioni a debito e soldi prestati da hedge funds come il gruppo Elliott.

NOTA DEL RESPONSABILE DI AFFARITALIANI.IT MILANO

E' proprio vero che il calcio è una sorta di religione. E infatti, proprio come quando nel passato I Hate Milano ha parlato di religione, si sono scatenati commenti forti e vibranti reazioni. Facebook è letteralmente impazzito di fronte all'articolo riguardante Donnarumma. Oltre settecento condivisioni, risultanti dalla somma delle diverse pagine che hanno proposto il post, centinaia di migliaia di lettori, centinaia e centinaia di commenti. Molti di questi sono insulti veri e propri (e vere e proprie minacce, ma abbiamo la pellaccia dura). Del resto, e ci perdonerà George Bernard Shaw se lo scomodiamo per cose futili come il trasferimento di un giocatore di calcio che neanche gioca con i piedi, "tutte le grandi verità cominciano come bestemmie". Ora, quella di I Hate Milano forse non è una grande verità perché in fondo si parla di calcio, che è un bel gioco, un bellissimo gioco, ma è pur sempre un gioco. E forse i dettagli potrebbero essere più a fuoco. E forse, guarda un po', certi passaggi potevano essere chiariti meglio. Tutto è perfettibile. Tuttavia quello che importa, il vero punto della questione e il vero merito del pezzo, è che di fronte a una nazione che dava a un ragazzo del traditore, dell'infame, della merda, abbiamo proposto - con una fonte al massimo livello e  con fatti accertabili - una visione della realtà differente da quella del linciaggio mediatico che si è scatenato. Con questo secondo articolo, andiamo ancora più dentro la questione. Apriamo la porta, anzi la spalanchiamo, a una realtà differente, che colpevolmente prima non era stata raccontata ai milanisti.

C'è qualcuno che chiede nei commenti, anche, chi è l'autore. Non sono io, ve lo dico subito. E lo dico non perché non mi voglio prendere le responsabilità - giacché quelle sono tutte mie: ho scelto io il pezzo, io l'ho diffuso, io l'ho titolato, io ne sono inconfutabilmente il promotore editoriale. Ma dico subito che non sono io perché non me ne voglio prendere i meriti. Chiarezza, irriverenza, capacità di invertire gli schemi. Questi sono pregi, in una società nella quale a comando si osanna la nuova proprietà perché è pur sempre una proprietà, nella quale il nuovo campione è intrinsecamente migliore del vecchio e nel quale chi lascia è colpevole di alto tradimento. C'è, però, una coincidenza del destino. Chi si prende la responsabilità, ovvero io, è assolutamente e incontrovertibilmente milanista. Rossonero. E chi ha scritto il pezzo ha un simpatico tatuaggio, sulla schiena, di dimensioni non irrilevanti. Questo tatuaggio è il simbolo della Fossa dei Leoni. Quindi diteci pure di tutto (tranne che siamo juventini o interisti), ma interrogatevi: sarà mica che forse un punto di vista diverso, ancorché a prima vista sembri una bestemmia, possa essere il principio di una verità?

PS. Noi Mino Raiola l'abbiamo solo visto alla tv qualche volta, e neppure troppo spesso perché i procuratori, in un mondo del calcio ideale, neppure dovrebbero esistere.

Fabio Massa,
responsabile pagina di Milano Affaritaliani.it
milano@affaritaliani.it


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