I Hate Milano

di Mister Milano

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I Hate Milano
La movida tra Pisapia e Sala. Intanto la Darsena fa schifo. Hate


Settimana scorsa, per il FuoriSalone, ci siamo occupati ironicamente della start-up "Birra-Amico", ossia dei ragazzi extracomunitari che vendono abusivamente birra in bottiglia di vetro in Darsena, con ogni probabilità al soldo di un italianissimo racket. 

Un lettore ci ha scritto: "e ve ne accorgete adesso? Si sa che è così". Questo lettore ha ragione. La situazione della Darsena dopo le 8 di sera, come vedete nelle foto, è assolutamente fuori controllo. Gli abusivi vendono indisturbati, indossando pettorine arancioni per meglio farsi riconoscere - alla faccia dei gestori dei locali e di quell'incubo di regole e cavilli che bisogna rispettare per tenere aperto in Italia.

Per terra è un tappeto di vetri rotti - alla faccia delle ordinanze che vietano l'asporto di bevande in bottiglie di vetro. Abbiamo incontrato una signora con il cane, che ci ha spiegato come non possa passeggiare lungo il Canale perché il cane, l'ultima volta, si è procurato un brutto taglio a una zampa. 

Come si sa, la Darsena è meta durante il giorno di numerosi stranieri. Lo è anche di sera: studenti universitari e turisti siedono sul bordo del Naviglio sepolti da un mare di sporcizia e poi, per meglio aderire ai costumi locali, lasciano i loro resti per terra o - scena di cui siamo stati testimoni - si sfidano a una gara di "lancio della bottiglia vuota" direttamente nell'acqua.

Ci si chiede cosa ne pensi l’attuale giunta di centro-sinistra di questa situazione, per la quale la Darsena ha costituito e costituisce il fiore all’occhiello della precedente amministrazione. Che cosa ne pensa l’Assessore alla Sicurezza Carmela Rozza? Che cosa ne pensa l’Assessore Tasca che dal suo marsupio sempre pieno di idee creative ha proposto di costruire una piattaforma sull’acqua? Prima di lanciarsi in questi progetti su carta, non sarebbe il caso di farsi un giro sul posto di persona, e rendersi conto della situazione? 

Non era stata pronunciata la Guerra Santa contro i graffiti e il degrado portato dalle tags dei writers? Ebbene, il degrado che si vede nelle foto e che però viene evidentemente tollerato, in che misura sarebbe diverso o più accettabile? 

Ma il degrado della Darsena, ben lungi dall’essere un semplice tema ambientale, riguarda in realtà un problema più generale. 

Come dimostrato dalle reazioni al nostro articolo precedente, il fatto che la Darsena di notte “faccia schifo” (per citare un altro lettore) è noto a tutti, da mesi e mesi.  Eppure nessuno ne parla, e il motivo è presto detto: nessun politico "vive" la città dopo le 8 di sera - per ovvie ragioni di età - e dunque tutti i problemi e le tematiche relative alla (Dio ci perdoni ancora per l'uso di questa parola) "movida" sono gestite in base alle presunte "emergenze" di cui parlano i giornali. 

Ma i giornalisti, la maggior parte delle volte, invece che scendere in strada a trovarsi le notizie (e la Darsena ridotta così è certamente una notizia) se ne stanno al calduccio delle loro redazioni, e quando scrivono lo fanno per favorire ora questa ora quell'altra strumentalizzazione politica.  

Facciamo un esempio:
Vi ricordate che chiasso ha fatto per anni il Corriere Milano sulle Colonne di San Lorenzo? Pareva si trattasse di un pericolosissimo ghetto in cui a regnare erano il terrore e l’impunità, tipo poliziesco anni ‘70. 

Celebre un pezzo di Paola D’Amico in bilico tra cronaca e cabaret, dove si leggeva che in Colonne “l’alcol scorre a fiumi, la gente danza a ritmi di bongo...c’è puzza di urina...una dose (sic!) di alcol costa due euro...la gente ha paura”.

Allora l’esigenza era chiara anche agli analfabeti: bisognava giustificare misure tanto propagandistiche quanto inutili, care all’ex Assessore D’Alfonso, quali “l’incatenamento” delle Colonne e i camion dell’Amsa come i carroarmati di Piazza Tienamen che sparavano acqua per “convincere” la gente a tornarsene a casa.  Articoli come quello della D’Amico erano quindi funzionali alla politica della Giunta di allora, così come altri articoli, analoghi, erano stati a loro tempo funzionali allo sceriffo De Corato. 

Poi però è arrivato Expo, e con Expo i soldi dei turisti – non abituati a città che chiudono alle dieci sera – e l’orientamento è cambiato radicalmente. I Residenti, coccolati per due decenni dalle giunte di destra e di sinistra e dai loro fedeli giornalisti, sono stati scaricati e di movida non scrive più nessuno (anche perché se qualcuno ne scrivesse, siamo certi che anche l’odore di urina diventerebbe un “piacevole afrore selvatico” caratteristico della zona).

Noi continuiamo a pensare quello che abbiamo sempre pensato da quando, con una decisione scellerata che a distanza di anni ancora grida vendetta, vennero recintati i giardini e le mura spagnole davanti al locale “Mom” di Viale Montenero: la movida ha bisogno di regole che tengano conto delle esigenze di tutti. Sia di chi vuole uscire, sia di chi non ha piacere che uno dei luoghi storici di Milano come la Darsena, seppur recintati da quell’orripilante muro di mattoni uguale a quello dell’Esselunga, venga trattato come latrina e discarica abusiva. 
Misure come i divieti e le cancellate non servono a niente, perché come si vede spostano il problema e se ieri la gente urinava e buttava vetri rotti in Colonne ora fa la stessa cosa da un’altra parte. Nel 2011 si era parlato di parchi aperti di notte come a Berlino, di utilizzare le zone degli scali ex Farini e Porta Romana come “centri” per locali e discoteche: poi tutto è sparito.  

Prima non dormivano i Residenti di Piazza Vetra che abitavano sopra al bar Rattazzo, davanti a cui si radunava la gente: ora, dopo anni di articoli allarmisti, il Rattazzo è deserto ma la gente si ritrova davanti al Sant’Eustorgio, e la gente che abita li non dorme. Un domani scateneranno le penne contro il Sant’Eustorgio? Vorrà dire che ci si sposterà ancora, e a non dormire saranno altri. 

Dal resto i problemi di Milano, da Expo in avanti, fanno la fine delle bottiglie vuote in Darsena: li si butta nel Naviglio, sott’acqua, così si può far finta di non vederli. Vedremo ancora per quanto.
 

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