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Milano
"The Art of Shade": Vonjako in mostra al Mac dal 26 febbraio
Vonjako

Gli occhiali di Kant, i nasi di Voltaire, le fotografie di Vonjako

di Angelo Crespi

Non sappiamo se Kant usasse occhiali da sole per mascherare la propria proverbiale abitudinarietà. Tutta la vita, spesa nella natia Konigsberg, di mattino sveglia alle cinque meno cinque e di sera a letto presto, alle dieci in punto. Così preciso che – si racconta – i suoi concittadini regolassero gli orologi, perfino quello della torre campanaria, vedendo passare il filosofo ogni giorno sempre nello stesso istante nello stesso preciso luogo, sulla strada tra casa e l’università. Seppur bassino e bruttino, i ritratti ne tramandano il viso sereno, la fronte spaziosa, la parrucca con i boccoli di rito sopra le orecchie. Gli occhiali da sole già esistevano: inventati in Cina e usati dai giudici per non far trapelare le emozioni, erano stati perfezionati a Venezia, i cosiddetti vetri da gondola buoni per i nobili e le gran dame, con le lenti verdi scure a proteggere gli occhi dai riverberi e la pelle diafana dell’aristocrazia dall’abbronzatura. Nessuno però può dire se Kant ne inforcasse un paio ragionando sulla “Critica della ragion pura”, mentre cercava di spiegare il modo in cui l’uomo conosce il mondo. Immaginiamo che tutti gli uomini indossino occhiali con lenti colorate blu e non possano mai toglierseli. Ovviamente essi vedrebbero, anzi non potrebbero che vedere la realtà tinta di azzurro. Una delle due lenti è quella dello spazio, l’altra del tempo. Di fatto, non conosciamo le cose se non filtrate da queste due imprescindibili dimensioni, lo spazio e il tempo. Geniale, riuscire a far comprendere la questione dell’a priori con una metafora così semplice. Tanto semplice che l’esempio, in verità, non è di Kant ma sarebbe da attribuire a un suo tardivo esegeta, lo scozzese H.J.Paton, quando nella prima metà del Novecento si trovò a dover rendere potabili, ad usum scholarum, le ardite costruzioni del pensatore tedesco.

In ogni caso, da Kant in poi l’occhiale da sole assume una connotazione filosofica che ne fa uno strumento di pura conoscenza e non solo un oggetto glamour; difficile togliersi dalla mente che pur togliendosi una, due, tre… cento volte gli occhiali non ne resti ancora un paio, l’ennesimo, a schermire il nostro sforzo di vedere le cose. E come se fossimo dentro Matrix, immersi perfettamente nel colore ambrato e liquoroso del vetro, comodamente sdraiati in quello azzurrato altrettanto kitsch, che riaprire gli occhi al vero ci appare un inutile sforzo. Ed è questa la prima sensazione che ci muove, vedendo le fotografie di Vonjako il cui merito è quello di mettere in moto una serie di specchiamenti tra realtà ed arte, di allontanamenti, a cui si aggiunge il filtro dell’occhiale da sole. E’ un quadruplice distanziamento: noi guardiamo un ritratto pittorico che ci guarda, lo guardiamo attraverso le lenti della macchina fotografica, mentre lui ci restituisce lo sguardo mediato dal vetro colorato. Come nel mito della caverna di Platone, alla fine noi vediamo le ombre delle sagome che si producono perché la luce illumina statuine che gli uomini tengono in bilico sul capo. Non vediamo la realtà, non vediamo la costruzione della realtà, appena conosciamo la proiezione che essa getta sul muro. Cosa dunque guardo vedendo queste fotografie, o meglio cosa vedo guardandole? Vedo il murales, vedo il paesaggio che sta intorno al murales, vedo gli occhiali che filtrano gli occhi della persona ritratta che mi sta guardando, vedo attraverso l’obbiettivo della camera, vedo il fotografo che sta fotografando, vedo me stesso che guarda il fotografo che a sua volta guarda dentro il mirino, attraverso un obbiettivo, poi attraverso uno lente d’occhiale, frapposto tra lui e il proprio rispecchiamento, mi rispecchio nel vetro dell’occhiale, vedo gli occhi dietro l’occhiale, vedi gli occhi che mi vedono, vedo nel riflesso di quegli occhi il fotografo, o me stesso che guarda l’insieme, in una sorta di regressus in infinitum, di pura messa in opera cognitiva.

C’è anche altro. Nel migliore dei mondi possibili, secondo la scherzosa deduzione del Candido di Voltaire che prendeva per i fondelli Pangloss, e l’ottimismo dei finalisti per cui tutto ha un fine esatto ed essendo “il tutto fatto per un fine, tutto è necessariamente per l’ottimo fine”, i nasi sono fatti apposta per reggere gli occhiali, e non viceversa. Nel migliore dei mondi possibili, dunque, i volti dei murales di Los Angeles hanno il naso esatto per inforcare gli occhiali. E c’è di più: i nasi e i gli zigomi sono della misura giusta per indossare, non occhiali a caso, semmai i sunglasses di Saturnino con cui Vonjako ha girato le metropoli e che hanno impreziosito opere di street art. Il tema della street art meriterebbe un ragionamento che qui possiamo fare solo con l’accetta, non essendo centrale nello sviluppo del progetto “The art of shade” che non è – come si potrebbe pensare – un semplice excursus nella sub cultura del graffitismo, o della sua evoluzione più pop e scintillante, tipica della costa occidentale degli Stati Uniti, in una Los Angeles mitica di surf, sole, Hollywood, star system, assai diversa e più lieve da quella politicamente impegnata e arrabbiata New York style. Se fosse solo una documentazione, o una semplice rappresentazione, quella di Vonjako resterebbe negli annali della fotografia di viaggio, invece il progetto assume un preciso connotato estetico. I murales, pur sulla scorta dei grandi muralisti del passato (si pensi a Diego Rivera o a Sironi), e nonostante l’impegno critico degli esegeti più attenti e la fortunata crescita economica sull’onda di Banksy, restano un prodotto mid cult, di bassa lega, epigoni della stagione della pop art, senza però la forza di un Basquiat o di un Haring, stretti irrimediabilmente tra la pubblicità e la comunicazione mass market. In grado di iconizzare la contemporaneità, ma senza la forza di resistere al tempo o al cambio della moda, i graffiti sono datati anche se nuovi, vecchi non appena dipinti, fuori stile e solo la rivitalizzazione attraverso un altro mezzo, in questo caso la fotografia, li redime dall’estremo kitsch e da una presta consunzione. Così Vonjako fa un’operazione in primis estetica, come dicevamo, poi filosofica, e infine concettuale producendo da un testo scadente, un metatesto più convincente.

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INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA DI VONJAKO AL MAC IL 26 FEBBRAIO: IL COMUNICATO STAMPA

Inaugura al MAC, Musica Arte Cultura, il 26 Febbraio alle 18:30 la mostra “The Art of Shade”, progetto di fotografia fineart dell’ Autore Vonjako presentato dalla Fondazione Maimeri in collaborazione con Noema Gallery.

Andrea Jako Giacomini, italiano, regista pluripremiato e fotografo, vive da circa20 anni a Los Angeles.

In questa città inizia il progetto quasi per divertimento, avendo avuto in regalo dal suo amico Saturnino un paio di prototipi unici dei suoi occhiali da sole.    L’intento è quello  di “scovare” e documentare con una sua originale cifra stilistica, una sorta di arte “segreta”, quella del graffito, in genere nascosta al grande pubblico e considerata  un’arte “non permanente”; essa infatti  può durare pochi mesi o settimane o addirittura pochi giorni prima che qualcuno la cancelli con altra arte.  Vonjako vuole catturarne l’istante dell’ esistenza, accentuandone l’immagine con l’aiuto di un accessorio di bellezza:   l’occhiale da sole “appoggiato” diventa un omaggio di bellezza al ritratto simbolo del graffito ed al contempo un filtro attraverso il quale i diversi personaggi ci guardano e noi ci guardiamo in loro.

La mostra prosegue fino al 1 di Marzo al MAC e successivamente dal 2 all’ 11 Marzo verrà ospitata nello spazio di Noema Gallery in via Solferino ang. Via Castelfidardo (info: noema@noemagallery.com).
Nella serata inaugurale verranno proiettate anche immagini di backstage e interviste fatte dall’Autore stesso ai più famosi artisti di strada.

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