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Politica
Friedman, Berlusconi mi ha detto tutta la verità


ANTEPRIMA/ Su Affaritaliani.it l'ultimissimo libro di Alain Friedman, una biografia di Silvio Berlusconi (My way, Rizzoli Editore, 390 pagine, 20 euro).

Ecco le parti più interessanti:

Marina, Marina, Marina...

Silvio rimembri ancor...

Leggi Cinque alle cinque - Cose Nostre, il blog quotidiano di Angelo Maria Perrino


LA SCHEDA DEL LIBRO


My Way

BERLUSCONI si racconta a FRIEDMAN

 

La biografia dell’ex premier viene presentata al pubblico e alla stampa a Milano oggi, mercoledì 7 ottobre, alle ore 18 presso la Sala Buzzati in via Balzan 3 (ingresso libero con prenotazione: RCSeventi@rcs.it, tel. 0220400333).

Con l’autore intervengono il presidente di RCS Libri Paolo Mieli e, in collegamento da Londra, il direttore del “Financial Times” Lionel Barber. Modera Daniele Manca, vicedirettore del “Corriere della Sera”.

Il libro, che sarà tradotto in 13 lingue e i cui diritti di pubblicazione sono stati venduti in 30 Paesi, uscirà negli Stati Uniti per Hachette Books il 20 ottobre 2015.

COME È NATA QUESTA BIOGRAFIA

Brano tratto dalla Nota dell’Autore e autorizzato per la riproduzione a firma Alan Friedman

All’inizio del 2014 il mio editore italiano, Rizzoli, mi ha proposto di provare a convincere Silvio Berlusconi, il leader più esuberante e controverso della storia politica recente, a raccontare a me la storia della sua vita. Conosco Berlusconi da trent’anni, da quando ero arrivato a Milano come corrispondente del «Financial Times» di Londra, negli anni Ottanta. Sono stato, in alcune circostanze, un suo critico feroce; poi la sua storia personale ha cominciato a incuriosirmi. Non si tratta solo delle presunte feste del bunga bunga o dei processi per corruzione: ad affascinarmi è la sua vita straordinaria, epica. Ho seguito da vicino gli avvenimenti che hanno portato alla sua caduta nel 2011, la condanna in Cassazione per frode fiscale nell’agosto 2013, la sua successiva espulsione dal Senato.

Quando sono andato per la prima volta a chiedergli se fosse interessato a rendersi disponibile per la realizzazione di questo libro, non avevo grandi speranze. Era la tarda mattinata del 12 marzo 2014. Eravamo nella sua residenza romana, al piano nobile di Palazzo Grazioli, tra soffitti affrescati e tappezzerie dorate. Berlusconi, che allora aveva settantasette anni, aveva una buona opinione di me, in primo luogo perché sono americano (dunque non un giornalista italiano, secondo lui pieno di preconcetti nei suoi confronti), ma anche perché si sentiva riscattato dal libro che avevo appena pubblicato, Ammazziamo il Gattopardo: un effetto collaterale che certo non rientrava tra i miei obiettivi.

Ho informato Berlusconi che avevo deciso di scrivere un libro sulla sua vita e gli ho proposto di concedermi piena cooperazione e libero accesso al suo archivio, ai familiari, agli amici, ai partner d’affari e agli alleati politici. Ho spiegato che non avrebbe avuto nessun potere di veto o di controllo sul libro ma doveva soltanto rendersi disponibile per numerose interviste tra la primavera 2014 e la fine dell’estate 2015. Lui prima mi ha fissato a lungo negli occhi, e poi mi ha spiegato che nell’ultimo decennio aveva rifiutato almeno quindici proposte simili. Ho aggiunto che non si sarebbe trattato solo di un libro, ma anche di venti o trenta interviste televisive, modellate proprio sull’esempio della serie Frost-Nixon del 1977. Lui ha continuato a fissarmi, mormorando qualcosa sul fatto che, era chiaro, «oggi tutto deve essere multimediale», e all’improvviso mi ha teso la mano. Gliel’ho stretta, e Berlusconi è stato chiarissimo: «Mi fido di lei: so che racconterà la mia storia in un modo imparziale e onesto». L’ho ringraziato della fiducia e gli ho detto esplicitamente: «Non sarà un’agiografia. Non scriverò la storia di un santo o di una vittima, non le sarò ostile ma non le farò nessun favore, nessuno sconto. Scriverò in modo equilibrato la storia di una vita straordinaria, così come la vedo io; ma lei risponderà alle mie domande su ogni capitolo della sua storia, e tutto sarà registrato».

Silvio Berlusconi ha accettato le mie condizioni.

Nei diciotto mesi che sono seguiti, dalla tumultuosa primavera 2014 alla fine dell’estate 2015, ho potuto osservare Berlusconi molto da vicino, in primo luogo a casa sua. Ci sono state molte conversazioni e molte interviste in un periodo pieno di emozioni per lui, un periodo segnato da robuste dosi di amarezza e qualche sconfitta, ma allo stesso tempo anche da continui progetti di rinascita politica.

Mi domandavo cosa avrebbe raccontato Berlusconi dell’incredibile, epico viaggio della sua vita. Col passare delle settimane e dei mesi, non sarei certo rimasto deluso.

IL LIBRO (Rizzoli, pp. 400, € 20)

In nessun’altra nazione occidentale, negli ultimi vent’anni, un leader politico ha dominato così completamente la scena come ha fatto Silvio Berlusconi in Italia. Nessuno ha scatenato così tante polemiche, nessuno è stato tanto amato e odiato. In questo libro Alan Friedman, dopo un anno e mezzo di interviste e conversazioni con Berlusconi, i suoi amici, i suoi familiari, racconta una vita che non conosce mezze misure. Un ritratto intimo di un uomo sul quale pensavamo di sapere già tutto. Ma rispondendo a Friedman, Berlusconi si confessa come mai prima. Ripercorre le sue tormentate vicende giudiziarie e la lunga guerra con la magistratura, parla della sua passione per le donne, rivive i trionfi e l’amarezza delle sconfitte. Racconta gli anni Sessanta e Settanta, quando le sue città giardino hanno incarnato il sogno di un’Italia che scopriva il benessere. Racconta gli anni Ottanta, quando con la televisione commerciale ha cambiato le abitudini e i gusti degli italiani, inondando l’etere di consumismo yuppie e edonismo all’americana. Racconta il suo amato Milan, la squadra per cui faceva il tifo da bambino e che ha portato sul tetto del mondo. Racconta la politica italiana, parla del suo passato e del suo futuro.

Nel vivace ritratto di Friedman assumono un rilievo fondamentale le drammatiche vicende internazionali, perché Berlusconi è stato testimone e protagonista del periodo successivo al crollo del muro di Berlino. Dietro l’amicizia con George W. Bush e Vladimir Putin (intervistato qui in esclusiva) traspare il suo ruolo di mediatore nella diplomazia segreta tra Mosca e Washington. E grazie all’accesso a fonti riservate europee e americane e alle testimonianze d’eccezione di José Luis Zapatero e di José Manuel Barroso, Friedman svela un autentico intrigo internazionale e ricostruisce le manovre che hanno accompagnato l’invasione dell’Iraq nel 2003, l’intervento in Libia all’inizio della Primavera araba e i tumultuosi vertici sulla crisi finanziaria dell’Eurozona nell’autunno 2011. Finalmente si porta alla luce, in un brillante esempio di giornalismo investigativo, il vero ruolo di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy nel tentativo di far cadere Berlusconi.

In un libro che non è mai di parte e ha il ritmo di un romanzo, Friedman offre al lettore l’opportunità unica di conoscere da vicino un uomo dalla personalità straripante. «Possono farmi molte cose,» ha detto Berlusconi «ma non possono costringermi a dimettermi da me stesso.»

L’AUTORE

Alan Friedman, giornalista statunitense che ha scelto di vivere in Italia, è stato corrispondente del “Financial Times”, caporedattore economico dell’“International Herald Tribune”, editorialista del “Wall Street Journal” e contributing editor di “Vanity Fair”. Oggi è editorialista del “Corriere della Sera”. Quattro volte vincitore del British Press Award, è stato produttore e conduttore di numerosi programmi televisivi in Gran Bretagna, Stati Uniti e Italia, dove ha lavorato per Rai, Sky Tg24 e La7. Tra i suoi libri, Tutto in famiglia (1988), La madre di tutti gli affari (1993), Il bivio (1996) e Ammazziamo il Gattopardo (2014). Il suo sito internet è www.alanfriedman.it.

ALCUNI ESTRATTI

La riproduzione dei brani deve essere autorizzata dall’Editore

FEDELE CONFALONIERI, L’AMICO DI UNA VITA Berlusconi ricorda il primo incontro con Confalonieri alla messa della scuola. «Io suonavo l’organo e dirigevo i ragazzi del coro. Poi è arrivato Fedele e fu chiaro fin dal principio che lui con l’organo ci sapeva fare più di me. Studiava già al conservatorio. Così fui lieto di lasciargli il posto.»

Da parte sua, Confalonieri descrive l’amico come un intrattenitore nato. «Era già uno che aveva le caratteristiche per piacere agli altri: faceva l’attore nelle commedie scolastiche, scriveva per il giornale della scuola… (…) Ma penso che sia stata la musica ad attirarci l’uno verso l’altro. Già al liceo improvvisavamo insieme. Io suonavo l’organo o il piano, e lui cantava. Si vedeva che aveva la vocazione dell’entertainer.»

L’ACQUISTO DEL MILAN Il momento cruciale fu alla fine del 1985, tra Natale e Capodanno.

«Eravamo insieme nella casa di Berlusconi a St. Moritz» racconta Galliani. «Era la casa appartenuta allo Scià di Persia, e fu lì che Berlusconi prese la decisione. Io glielo sconsigliavo, perché sapevo quali spese comporta la proprietà di un club. Così gli dissi che era una bellissima idea ma gli sarebbe costata un mare di soldi. Berlusconi non mi rispose. Prendemmo il jet privato da St. Moritz a Milano, solo noi tre, io, lui e Confalonieri, e lui restò in silenzio tutto il tempo. Poi, mentre stavamo per atterrare all’aeroporto di Linate, dopo quaranta o cinquanta minuti di volo durante i quali non aveva aperto bocca, Berlusconi si mise a parlare. Per tutto il volo aveva ripensato al mio consiglio di stare molto attento, o magari all’entusiasmo del suo amico di gioventù Fedele Confalonieri, che a quel punto era a favore dell’acquisto, e proprio mentre stavamo atterrando, quando l’aereo ancora stava rullando sulla pista, Berlusconi ci annunciò la sua decisione: “Andiamo a prendere il Milan”.»

L’AMICIZIA CON BUSH «Bush entra, con quella tipica andatura da cowboy texano, in un salone dove i leader europei presenti, in larga maggioranza, non lo amano proprio» ricorda Valentino Valentini, il collaboratore più stretto di Berlusconi per le relazioni internazionali. «Entra e vede Berlusconi che gli sorride: è una delle poche persone lì dentro davvero felice di vederlo. Bush grida: “Ehi Silvio! Silvio Berlusconi!”. E comincia a farsi largo per raggiungerlo. Da come parlavano e scherzavano durante l’aperitivo, si capiva benissimo che si erano piaciuti a prima vista. E poi a cena Bush scopre che Berlusconi è l’unico leader in tutto il vertice disposto a sostenere la posizione americana, l’unico primo ministro europeo disposto a proclamare ad alta voce il suo supporto a Washington. Insomma, Bush sembrava molto felice di aver conosciuto Berlusconi. Dopo tutto, Berlusconi è filoamericano. È un campione dell’economia di mercato. È un alleato naturale. Per forza si sono subito piaciuti.»

Berlusconi ricorda di essere rimasto colpito soprattutto dal modo di parlare, così diretto, del nuovo presidente americano.

«Non ci sono molti politici come lui» dice sorridendo con nostalgia. «Ciò che mi è piaciuto più di tutto, in Bush, è che il suo “sì” significava sì e il “no” no, proprio come succede con me. Quindi avevamo molto in comune.»

Che la politica estera di Berlusconi fosse costruita sulle relazioni personali – valeva per Bush e sarebbe successo lo stesso con Putin – non è certo sorprendente.

SADDAM E GHEDDAFI «Io ero molto preoccupato» ricorda Berlusconi. «Ero preoccupato e volevo provare a far cambiare idea a Bush. Stavo cercando un’alternativa all’invasione dell’Iraq. Pensavo a un Paese in cui Saddam potesse andare in esilio, una via d’uscita per evitare la guerra. Così contattai Gheddafi e discutemmo della possibilità che la Libia accogliesse Saddam. Ne parlammo una mezza dozzina di volte, tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003. Ed ero riuscito quasi a convincerlo ad accettare Saddam.»

Berlusconi doveva essere ricevuto alla Casa Bianca il 30 gennaio. Nelle settimane che precedettero la visita si impegnò in una frenetica attività di diplomazia telefonica.

«Fu un periodo pazzesco e Berlusconi parlò più volte con Gheddafi» ricorda uno dei suoi più stretti collaboratori. «Bush era disposto ad accettare la soluzione dell’esilio a patto che garantisse un vero cambio di regime in Iraq, ma non credeva che ce l’avremmo fatta. E Gheddafi era un uomo incontrollabile, imprevedibile. Telefonava a Berlusconi nel cuore della notte e gli promettevamo di richiamarlo subito mentre andavamo a recuperare in fretta e furia un interprete. Era davvero pazzesco, stressante.»

BARROSO E NAPOLITANO «Quel giorno, durante il vertice, ricevetti una telefonata da Napolitano. Uscii dalla sala della riunione e parlai con lui. Non presi appunti e nessun altro ascoltò la conversazione, ma ricordo che mi disse, in modo molto formale: “Signor presidente, voglio assicurarle, per conto dell’Italia, che non ci saranno problemi e il governo rispetterà tutti gli impegni presi nella lettera che il primo ministro Berlusconi ha inviato alla Commissione”. Mi parve chiaro che parlasse come se stesse pensando a una soluzione oltre Berlusconi. Chiaro, molto chiaro.»

Barroso aveva capito che Napolitano stava per costringere Berlusconi alle dimissioni, o comunque che fosse pronto a entrare in azione.

IL FUTURO La verità, per coloro che hanno vissuto con lui l’estate 2015, è che Berlusconi non vuole lasciare il palco, e soprattutto se ne vuole andare alle sue condizioni e con i suoi tempi. Per tutta la vita, fosse un bambino sfollato da Milano per sfuggire ai bombardamenti alleati o uno spietato e brillante imprenditore abituato a non fare prigionieri, Berlusconi è sempre stato deciso a vincere, e a vincere alla grande. Così non era poi tanto sorprendente se, alla domanda diretta di un ospite che gli chiedeva se pensasse di ritirarsi dalla scena, lui rimanesse in silenzio, ma intanto scrivesse automaticamente alcune parole sul bloc-notes che tiene sempre davanti a sé: Me ne andrò dopo aver vinto un’altra volta.

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