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Roma
Capitano Ultimo: il carabiniere eroe dell'Antimafia, finito alla Forestale

di Patrizio J. Macci

Il Capitano Ultimo è l’unico investigatore dei Carabinieri, ora promosso colonnello, che potrebbe snidare Matteo Messina Denaro, il latitante di Mafia più ricercato d’Italia. Invece è stato sepolto in un ufficio della Forestale alla periferia di Roma a occuparsi di inquinamento ambientale.

Dopo l’ultima vetrata nell’ultimo ufficio senza neanche una targa sulla porta a sorvegliare un telefono muto. Un buco nero. Gli hanno tolto i suoi uomini, trasferiti e demansionati, la squadra che catturò Salvatore Riina a Palermo nel 1993, sottratto le indagini e la scorta sospesa in attesa di un pronunciamento del tribunale. Sulla sua testa c’è una taglia in contanti mai scaduta che qualsiasi soldato di mafia può portare all’incasso. Vivo o morto.E’ l’uomo senza volto più famoso dello Stivale, di lui esistono esclusivamente immagini con una sciarpa che ne travisa il volto oppure con il passamontagna durante le udienze del processo sulla trattativa Stato-Mafia nel quale è stato assolto. È stato accusato di essere un carabiniere “esagitato, esaltato anzi eversivo”.

E’ stato isolato, inquisito e poi trasferito da un Potere invisibile, intangibile, onnipresente e dispotico che ha finito per delegittimare la sconfitta della Mafia dopo le bombe che uccisero Falcone e Borsellino. Prima che una “manina” rivelasse il suo vero nome sbattendolo “casualmente” in una pagina del televideo era conosciuto solo con quello di battaglia come tutti suoi uomini: Arciere, Androide, Vichingo.

Soprannomi strampalati per un gruppo di carabinieri che costruivano con le proprie mani le attrezzature per le indagini.Lo racconta con ritmo serrato facendolo parlare in prima persona e carte alla mano Pino Corrias nel volume “Fermate il Capitano Ultimo - Il racconto dell’uomo che ha arrestato Riina” (Chiarelettere Editore) partendo da un incontro che fa accapponare la pelle per il richiamo al memorabile articolo che Giorgio Bocca scolpì sugli ultimi giorni del generale Carlo Alberto dalla Chiesa a Palermo.

Un ritratto di solitudine, determinazione e attitudine al comando nel quale il Colonnello sembra l'Innominato di manzoniana memoria.  In sei mesi Ultimo catturò il re dei Corleonesi, operazione che nessuno era stato in grado di progettare e organizzare in 23 anni. Quattordici “scappati di casa” al suo comando senza mai indossare la divisa, alloggiando in conventi, stamberghe e infilandosi nei cunicoli di Palermo riuscirono là dove tutti avevano fallito. “Lei è in arresto. Ha diritto a un bicchier d’acqua e a una sigaretta se il maresciallo acconsente” queste le parole che disse al prigioniero dopo averlo condotto in caserma. Poi lo fotografarono sotto la foto del Generale.

Quando Ultimo e i suoi sbarcarono in Sicilia si accorsero che il fascicolo intestato al latitante più famoso d’Italia, ricercato anche dall’FBI, era composto da quattro misere paginette. Eppure i figli di Riina avevano ricevuto il sacramento del battesimo ed erano stati iscritti all’anagrafe. Nessuno lo stava cercando, anche i magistrati avevano terrore di lui. Era molto più semplice bearsi con le indagini di routine, riempire il carniere degli arresti con rapine e omicidi e ogni tanto mettere in galera qualche mafioso. Ultimo ha sempre puntato al bersaglio grosso, e Riina è stato il primo di una carriera costellata da successi che hanno procurato fastidi innescando una rappresaglia micidiale da parte della Politica.

A libro chiuso viene in mente Pasolini: “non esiste nulla di più anarchico del potere” che sembra cieco e non avere una linea ben definita, ma quando deve colpire chi gli dà fastidio non esita ad annichilirlo. 

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