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Roma
Nudi come vermi sul palco e a digiuno per salvare i referendum. La storia

Spaccio di droga a Porta Portese e gli arresti conseguenti. Poi il digiuno di 35 giorni per chiedere spazio a giornali e tv sui 20 referendum. Se Beppe Grillo oggi insulta i giornalisti, i Radicali li accusavano di censura e offrivano ai media la loro nudità per fare notizia. Vittorio Pezzuto racconta per affaritaliani.it, la storia dello show al teatro Flaiano. Era il 22 novembre del 1995.


di Vittorio Pezzuto *


Penserete mica che dopo il clamoroso arresto per spaccio (i ritardatari si vadano a leggere il mio primo articolo) le sorti referendarie del 1995 fossero magicamente risolte? Ma quando mai. Oltretutto avevamo dovuto buttare nel cesso le migliaia di firme faticosamente accumulate ad agosto e settembre, costringendoci a ripartire da zero o quasi per spostare fino a dicembre il termine ultimo della loro raccolta.
Un espediente tecnico che se l'hai capito significa che di mestiere non sei uno degli 8.100 segretari comunali. Infatti quelli, non appena rinviamo loro i moduli con le nuove date, vanno nel pallone e iniziano a tempestare di telefonate il centralino di via di Torre Argentina. E a chi vengono girate? Dritto dritto al segretario dei Club Pannella (che sarei io), visto che non abbiamo soldi per una struttura di supporto. Quando si dice la scomparsa dei corpi intermedi.

Obiettivo Domenica In
Nel frattempo la vita scorre come scorreva a quei tempi: un mio digiuno di 11 giorni, condotto insieme ad altri per ottenere la presenza di Pannella nel programma domenicale di Pippo Baudo (quella stessa sera, dopo aver perso 8 chili e mezzo mi scatta la fame psicologica e mi precipito al ristorante. Ordino olive ascolane, bucatini all'amatriciana e bistecca. Alla seconda oliva mi si blocca l'intestino e manca poco che mi debbano ricoverare); un altro arresto, questa volta per diffusione di stampa clandestina (per sostenere il quesito sull'abolizione dell'Ordine dei giornalisti firmo come direttore "Risorgimento liberale" pur non essendo un giornalista: all'epoca ero ottimista sul mio futuro e non immaginavo che anni dopo, per disperazione, sarei diventato anch'io un pennivendolo); tanti fili diretti alla radio in cui rispondo per inerzia alle domande degli ascoltatori (una notte mi accade persino di addormentarmi esausto per almeno dieci secondi in diretta, dopo aver incocciato il microfono con la fronte) e infine qualche legittimo momento di svago (tipo quando, recandomi alle Poste di Villa Bonelli, vengo sfiorato da quattro rapinatori che armi in pugno stanno fuggendo a piedi dopo una rapina ben riuscita).

Ignorati dai media
La macchina militante sta carburando a pieno regime coinvolgendo centinaia di persone (grazie compagni e scusate se all'epoca devo esservi apparso poco potabile) ma sul fronte dell'informazione ancora non ci siamo. Le iniziative nonviolente sortiscono qualche fiammata ma tv e quotidiani lavorano di buona lena a fare il mestiere loro: ignorarci. Scatta allora un secondo e ancor più lungo digiuno, che questa volta vede protagonisti Paolo Vigevano, Rita Bernardini, Lorenzo Strik Lievers, Lucio Bertè, Giorgio Cusino, Alfredo Frateloreto, Mariano Giustino e Sergio Augusto Stanzani Ghedini.
Vi wikipedio un attimo su quest'ultimo personaggio: tra i fondatori del partito e uno dei più antichi e leali sodali di Marco, più volte senatore e deputato, gestore di TeleRoma56 e di altri averi radicali, segretario per alcuni anni del partito e poi presidente del comitato "Non c'è Pace senza Giustizia", grazie al quale oggi esiste il Tribunale penale internazionale contro i crimini di guerra (capito il livello, ragazzi miei che in Parlamento passate il tempo a pettinarvi il profilo Instagram?). Bolognese, discreto bestemmiatore, con un carattere di merda, non di rado un autentico stronzo. Per il resto una gran brava persona. Sergino (che da lassù sta iniziando a mandarmele) aveva un tic verbale che tradiva un improbabile ottimismo: ogni tre frasi infilava un "Vva bene" aumentandone con l'incazzatura la frequenza, tipo i fratelli Abbagnale coi remi in vista del traguardo. Alcuni suoi scatti di rabbia sono ormai ammantati dalla leggenda. Come quella volta che ci riuniamo per quattro giorni a Zagabria: siamo nel novembre 1991, sono i primi tempi del Partito transnazionale e Marco se ne parte con un lungo e tortuoso discorso dei suoi ma pronunciato in un francese impeccabile, e i traduttori simultanei si danno il cambio sudando terrorizzati perché non riescono a star dietro alle sue parentetiche e subordinate, e accanto a lui Sergino si stringe alle orecchie le cuffiette e non capisce giustamente una beata mazza, inizia a dimenarsi, alla fine non ce la fa più e getta le cuffiette sbottando a voce alta, e Marco s'interrompe per dirgli «Aho! A Sergì! E se non capisci stattene bbono e mettiti le cuffie!», e quello allora lo manda platealmente affanculo davanti al commissario Cee Carlo Ripa di Meana e diversi ministri e parlamentari croati, e noi a ridere fino a quando non veniamo interrotti dalla sirena dell'allarme aereo perché i serbi hanno ripreso a bombardare la città, e quindi «Dai, vabbè, facciamo una pausa dei lavori» e tutti giù al riparo negli scantinati dell'albergo.

35 giorni senza mangiare
Ma questa è un'altra storia mentre quella che sto cercando di raccontarvi sta accadendo esattamente 4 anni dopo. Dicevo del digiuno, che non è mai uno scherzo e questa volta durava da ben 35 giorni: in qualche modo bisognava uscirne, strappando nel frattempo dalle mani degli italiani le ultime firme per 'sti cazzo di referendum. Che si fa? Riunione in saletta. Oltre agli otto valorosi, si siedono il segretario (che sarei sempre io), il tesoriere (Benedetto Della Vedova) e ovviamente Marco. Lui va dritto al punto: «Occorre che gli italiani vedano i vostri corpi smagriti, la vostra sete di diritto e verità». «Vabbè, e quindi?» obietta qualche incauto. «E quindi occorre costringere i media a mostrarli, i vostri corpi. Interamente nudi». Nella saletta la temperatura si alza all'improvviso di due gradi. Io me la bosso in silenzio, esultando con un pizzico di comprensibile cinismo per la botta di culo: non sono tra i digiunatori e non corro il rischio di dover mostrare, appunto, il culo e moltissimo altro. «E che, sei superdotato?» mi starete chiedendo. Ecchennessò, però la storia la fa chi la scrive e quindi lasciatemi alle mie ambizioni (per dire, una volta durante un congresso all'Ergife scrissi il mio numero di telefono su un pezzo di carta e lo diedi a Riccardo Schicchi accompagnando il gesto con una professionale strizzatina d'occhio: «Magari ti vengo utile come comparsa in una scena di gruppo». Lui però non mi ha mai chiamato. Deve aver smarrito il biglietto e chissà quanto tempo avrà perso cercando di ritrovarlo, disperandosi con tutte le sue attrici. Ma anche questa è un'altra storia).

Nudi a teatro: l'arte per provocare
Inutile farla lunga, che il momento è di quelli tosti. Marco sta "suggerendo" nientemeno che una performance politico-teatrale senza precedenti. Tutti nudi come vermi, provando a far scandalo con la propria magrezza davanti al mondo intero. Per dirla alla Schopenhauer, ha appena strappato il velo di Maya che regala l'illusione di un diaframma tra la condizione militante e lo sputtanamento personale, annullando la differenza un poco straniante fra “la cosa per come appare” e “la cosa in sé”. Quella roba lì, più o meno. I malcapitati si guardano fra loro, un filino basiti. Quanto a me, una volta tanto mi sforzo di stare zitto e atarassico: se annuisco con convinzione Pannella è capace di cambiar idea, se obietto un solo argomento rischio invece di essere aggregato al gruppo. Prudenza, belin! Poco alla volta i valorosi opliti da tre cappuccini al giorno abbassano gli scudi e si arrendono, più che altro per stanchezza. Uno solo resta fiero al proprio posto, per nulla disposto a gettare per terra armi corazza e tutto il resto. È lui, l'eroico Sergino. «Marco, ma che sei scemo vva bene?! Ma fallo tu di girar nudo sulla scena!». E quello: «Eh, lo farei pure ma vedi, io non sto digiunando e quindi non avrebbe alcun senso politico...» «Col cazzo che lo faccio!» «Appunto questo ti sto proponendo» chiosa serafico il leader, che conosce bene il suo pollo. Una straordinaria pièce teatrale che a mia memoria dura almeno due ore concludendosi con un definitivo: «Marcoo! Mi ascolti, Marco? Stavolta ti dico di no, vva bene? No, no e poi no. Io questa cosa non la faccio proprio, levatelo dalla testa!».

La platea del Flaiano
Nel primo pomeriggio del 21 novembre 1995 si alza così il sipario del Flaiano, un piccolo teatro a bomboniera a poche centinaia di passi dalla sede del partito. La platea è infarcita a dovere di cronisti, cameraman e fotografi. La scena si presenta invece scarna, con appena un poco di sabbia sparsa sul palcoscenico e un esile arbusto rinsecchito a intristire il tutto. Scavati da una luce obliqua, vi appaiono otto personaggi che tenendosi per mano stanno in cuor loro maledicendo il loro autore. Sono nudi, consunti, in testa indossano un passamontagna (a un certo punto se lo leveranno ma la trovata risulterà fiacca, e ci credo: è come se nel pieno di una scena porno l'attrice decidesse di sfilarsi le scarpe tacco 12, sai che emozione). Cinque di loro stanno in piedi, altri tre siedono su un cubo nero: sono l'imperturbabile deputato Lorenzo Strik Lievers, lo storico militante cagliaritano Giorgio Cusino e – vedi tu alle volte la forza della maieutica – il nostro Stanzani. Volta le spalle al pubblico, ripiegato sulle sue pudenda e stortignaccolo come l'arbusto che inutilmente sta cercando di mascherarlo alla vista dei presenti. È il simbolo della resa: incazzosa ma definitiva.

Pannella voce narrante
E Marco? Se ne sta nascosto dietro le quinte. Si è assegnato il ruolo di voce narrante e attacca ispirato la lettura di un azzeccato brano della Bibbia: «In quel tempo il Signore disse per mezzo di Isaia figlio di Amoz: "Va, sciogliti il sacco dai fianchi e togliti i sandali dai piedi!" Così egli fece, andando spoglio e scalzo». Silenzio, flash, lucine delle telecamere accese, taccuini che iniziano a riempirsi. La cosa sta riuscendo bene. Troppo bene. E infatti il diavolo decide di intervenire. Pannella sta ancora scandendo con voce impostata i sacri testi quand'ecco partirgli al microfono un bestemmione terrificante. Si è infatti spenta all'improvviso la lampadina e non sta vedendo più un cazzo. Un giornalista si gira e mi fa: «E questo che cos'era?» (i giornalisti non hanno mai capito Marco e quindi ogni volta dovevi imprestar loro il tuo decoder). Tocca improvvisare: «Ma sai, è teatro sperimentale. Scandisce l'irrompere della pulsione laicista nel contesto della parola di Dio, la secolarizzazione che si fa urlo di dolore, il vecchio Testamento stuprato dall'indifferenza contemporanea». Per fortuna l'intoppo viene presto superato e il nostro può riprendere come se niente fosse la lettura biblica per poi spiegare con parole messianiche il senso politico del tutto.

La cronaca prima di tutto
Terminata in una mezzoretta la perfomance, gli opliti disarmati corrono in camerino a rivestirsi. Quando lo ribecco in corridoio, Sergino sembra quasi sollevato. Sembra. «Dai, forza, sei stato bravissimo. Vedrai che domani siete in foto sulle prime pagine di tutti i giornali...». Manco il tempo di intuire la gaffe e quello quasi mi salta addosso: «Appunto! Vva bene un cazzo!! Capito?!» Non sa ancora che da molto in alto qualcuno gli è venuto in soccorso, impietosito per il suo sacrificio (l'ultima volta era stato quando Abramo stava per far fuori il figlio Isacco). Date infatti un'occhiata agli almanacchi dell'epoca e scoprirete che quello stesso pomeriggio stanno accadendo tre fatterelli di cronaca che ci sbatteranno malinconicamente tra la quarta e la sesta pagina dei giornali meglio disposti: l'arrivo in Italia dell'estradato Erich Priebke, la firma dell’accordo di Dayton che dopo anni sancisce la fine della guerra nell'ormai ex Yugoslavia e infine gli echi della clamorosa intervista alla BBC nella quale Lady Diana accusa il principe Carlo di averla cornificata, ammette di averla data via rendendogli pan per focaccia e già che c'è aggiunge di soffrire di bulimia, depressione, autolesionismo e non so più cos'altro. La tempesta perfetta. Ne guadagnai una lezione che non ho più dimenticato: e cioè che nella vita devi avere un certo culo anche nel mostrare il culo (e non solo). E dopo 'sta frescaccia scusatemi, che vado ad accendermi un altro sigaro.

“Ho spacciato hashish in strada”. Vittorio Pezzuto e la rivoluzione Radicale

 

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