Siamo in grado di tracciare nettamente il confine tra mondo inanimato e mondo vivente? Attraverso quali meccanismi l’evoluzione ha prodotto la diversità della vita e quale ruolo rivestono in essi il caso e la necessità? Il compito di rispondere a domande come queste spetta alla “filosofia della biologia”. E chi crede che le due discipline non siano connesse dovrà ricredersi leggendo “Filosofia della biologia” di Andrea Borghini ed Elena Casetta (Carocci Editore) perché uno dei nuovo orizzonti della filosofia della scienza è proprio basato sulla lettura della biologia e dei suoi significati in chiave filosofica. Il libro si struttura come un breve excursus accessibile a chiunque voglia avvicinarsi alla disciplina attraverso una trattazione agevole, ma aggiornata e rigorosa, dei temi principali dell’evoluzione. Proprio intorno a questo libro si riapre la discussione tra creazionisti ed evoluzionisti.
“Ci sono presupposti, evidenze, studi di riferimento e teorie comprovate a cui la scienza è giunta dopo anni e anni di lavoro, da cui partire per andare avanti. – spiega ad Affaritaliani.it Telmo Pievani, docente di Epistemologia Genetica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli studi di Milano Bicocca e autore di Introduzione alla filosofia della biologia (Cortina).
Che cos’è la filosofia della biologia?
“Negli ultimi decenni, sull’onda di straordinari avanzamenti sperimentali e delle loro implicazioni profonde sulla società umana, la biologia è divenuta disciplina di punta, riscattando una lunga sudditanza che nel passato l’ha mestamente confinata a scienza di secondo piano rispetto alla fisica e alla chimica. Questa grande trasformazione si coniuga con l’acquisizione di una maggiore autonomia e con la definizione sempre più matura di una filosofia della biologia, compenetrata nella più ampia filosofia della scienza, ma con una propria identità forte: fu proprio al raggiungimento di tale obiettivo che il grande biologo evoluzionista Ernest Mayr, scomparso di recente, consacrò il proprio lavoro fondativo di ricostruzione storico-epistemologica”.
Torniamo al dibattito tra creazionisti ed evoluzionisti…
“Negli Usa la corrente creazionista è molto più forte e agguerrita che da noi, fa propaganda. Ma si sta bene attenti a tenerla separata dalla comunità scientifica e dal suo lavoro. In poche parole, un creazionista avrebbe molte difficoltà a lavorare in un laboratorio di biologia perché non avrebbe una sola pubblicazione scientifica approvata”.
Il problema sta forse nel fatto che in Italia manca una comunità scientifica solida e ben rappresentata…
“E’ così. E teologi e storici del cristianesimo finiscono per occuparsi di materie che non sono di loro competenza. Serve un’authority indipendente dal potere politico che agisca come una voce forte e autorevole della scienza, mostrando di volta in volta quale sia il consenso scientifico raggiunto, lo stato dell’arte, i problemi aperti, e così via. Invece in Italia hanno spazio i singoli e questo crea ambiguità e confusioni sui media”
Come accade con il dibattito sulle staminali o sulla vita artificiale, tutti parlano, ma non c’è una linea comune che spieghi di fatto, da un punto di vista scientifico, come funzioni…
“Sì è così. Non è abbastanza noto e non viene percepito dal pubblico come un punto di riferimento in materia, ma esiste: si chiama consenso scientifico e consiste nell’accordo che la comunità scientifica raggiunge in un certo momento su una determinata questione. Che l’evoluzione biologica sia un fatto e che l’unico modo per spiegarla sia la teoria darwiniana, opportunamente aggiornata e oggi integrata, sono due risultati acquisiti dalla scienza al di là di ogni ragionevole dubbio. Metterli in discussione per motivi ideologici significa negare l’evidenza e inquinare il dibattito pubblico”.
E’ dunque un problema anche politico…
“Soprattutto politico. E di etica della comunicazione. Bisogna lavorare sul rapporto tra politica e scienza. Queste vicende arrecano un danno enorme alla percezione pubblica della scienza”.
Un esempio da imitare?
“Penso ai sistemi adottati nel Nord Europa e nel mondo anglosassone dove alla scienza viene riconosciuta un’autonomia nel merito, pur rimanendo la politica sovrana nelle decisioni. Le Authority nazionali, riconosciute e molto autorevoli, di scienziati predispongono vere istruttorie del problema, vagliandolo con sobrietà e rigore. Informano la politica in maniera precisa e affidabile. Il potere politico, che a quel punto ha gli strumenti per capire, prende infine le decisioni in merito. Servono Authority indipendenti e agenzie internazionali di valutazione della ricerca. E’ l’unico antidoto affinché chi nega l’evidenza empirica non diventi il vicepresidente di un ente nazionale di ricerca scientifica”.
