Matteo Renzi terrà davanti al Parlamento europeo riunito in sessione plenaria a Strasburgo un discorso sul semestre di presidenza del Consiglio che si è appena concluso. Il giudizio sui sei mesi di ‘governo europeo’ è positivo, ma rimane la sensazione che si sarebbe potuto fare di più. Bisogna però spezzare una lancia in favore del premier: tolte le vacanze estive ed invernali e la formazione della nuova Commissione l’Italia ha avuto solo quattro mesi per lavorare. C’è da chiedersi perché allora Renzi abbia caricato il semestre di così tante aspettative, soprattutto visto che con il trattato di Lisbona lo stesso istituto ha perso di importanza.
Il merito più consistente di Renzi sta nell’aver cambiato le parole d’ordine a Bruxelles. Se prima esisteva solo il rigore e il ‘deficit zero’, con la presidenza italiana si è iniziato a parlare di crescita. Certo, ad aiutarlo è stato un generale cambio di clima. Anche la scelta di Juncker di varare un piano da 315 miliardi risponde ad un ormai oggettivo bisogno di investimenti, piuttosto che ad un’opera di moral suasion italiana.
Una vittoria molto più forte la si avrebbe se dalla Commissione arrivasse il via libera allo scorporo degli investimenti dal Patto si stabilità e dal calcolo del famigerato 3%. L’idea di non conteggiare i contributi al Fondo strategico europeo sembra ormai essere passata, mentre c’è ancora molto da fare sul tema del cofinanziamento dei fondi strutturali.
Questi i temi di portata continentale, ma per l’Italia Renzi ha segnato qualche punto? Pochi, visto che il dossier più importante, il ‘Made In’, è stato bloccato come in passato dal niet tedesco. L’obbligo di indicare la provenienza dei prodotti non alimentari avrebbe dato una mano all’export italiano, ma il governo non è stato capace di trovare un accordo con altri Stati in modo da fare blocco contro la Germania.
Nella colonna dei fatti positivi per l’Italia si può invece ascrivere il cambio di posizione di Bruxelles sul tema dell’immigrazione. Il varo di Triton, e le affermazioni del commissario all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos, hanno ormai palesato la necessità che il controllo delle frontiere non possa più essere demandato agli Stati nazionali ma che debba essere un affare dell’intera Unione europea.
C’è poi una nota positiva generale da fare. Con Renzi l’Italia è tornata in primo piano in Europa. Sia perché il Pd ha ottenuto il risultato elettorale più importante nel panorama politico della sinistra europea, sia perché il premier è percepito come persona affidabile, europeista e capace di trattare con gli altri capi di Stati.
