Chiara Ferragni prosciolta, e ora chi glielo dice all’internet furioso?

Prosciolta. Una parola che nel dibattito pubblico italiano pesa meno di un sospetto. Eppure è l’unica che conta.

di Marco Scotti
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Il commento

Chiara Ferragni è stata prosciolta. Punto. Non “quasi”, non “con riserva”, non “per ora”. Prosciolta. E allora sì, prepariamoci: arriverà la coda dei questuanti. Follower, eventi, inviti, sorrisi, pacche sulle spalle. Gli stessi finti amici che fino a ieri facevano finta di non conoscerla, o peggio ancora prendevano le distanze con l’aria moralmente superiore di chi non ha mai sbagliato nulla. È un classico italiano: prima il linciaggio, poi l’assalto al carro del vincitore.

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Ma il punto vero non è Ferragni. Il punto è il metodo. Perché in questo Paese l’innocenza non è più “fino a prova contraria”. È diventata colpevolezza preventiva, sospensione dei diritti civili via social, processo sommario a colpi di hashtag, indignazione a comando. Una gogna moderna, più veloce e più ipocrita di quelle medievali.

Si poteva – si doveva – usare maggiore misura prima. Attendere. Distinguere tra responsabilità penale, errore comunicativo, cattivo gusto, scelte discutibili. Invece no: tutto nello stesso calderone. Come se bastasse essere famosi, ricchi e visibili per meritarsi un supplemento di pena morale. Un riflesso pavloviano che dice molto più di chi giudica che di chi viene giudicato.

Oggi non servono rivincite né lezioni. Basta una frase semplice, che in Italia fatichiamo sempre a pronunciare: bene così. Perché quando un’indagine si chiude senza colpe, non è una sconfitta della giustizia. È la giustizia che funziona. E magari, la prossima volta, qualcuno imparerà che il garantismo non è un optional da usare a giorni alterni.

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