Femminicidio di Anguillara, quando la gogna mediatica miete nuove vittime. L'esperta: "Così l'odio pubblico diventa letale"
Affaritaliani ha intervistato Flaminia Bolzan sul femminicidio di Anguillara, la gogna mediatica e le sue drammatiche conseguenze
Femminicidio di Anguillara: "Le parole possono pesare più delle pietre"
"Alcuni eventi di vita stressanti gravi possono precipitare il comportamento suicidario, soprattutto quando il soggetto percepisce assenza di vie d’uscita". A dirlo è Flaminia Bolzan, criminologa, intervistata da Affaritaliani a proposito del femminicidio di Anguillara, segnato dall’omicidio di Federica Torsello e dal successivo suicidio dei genitori dell’uomo accusato del delitto.
Una vicenda che ha spostato l’attenzione pubblica dal fatto di cronaca in sé a una delle sue conseguenze più drammatiche e meno visibili: l’impatto della gogna mediatica su persone coinvolte indirettamente, travolte da giudizi, commenti e odio diffuso, soprattutto sui social network.
Femminicidio di Anguillara: la gogna mediatica come fattore di rischio
Secondo Bolzan, il suicidio non è mai riconducibile a una causa unica. "Alcuni modelli interpretativi concepiscono il suicidio come il risultato dell’interazione fra vulnerabilità preesistenti e fattori stressanti acuti", spiega. In questo quadro, "alcuni eventi di vita stressanti gravi possono precipitare il comportamento suicidario, soprattutto se il soggetto percepisce assenza di vie d’uscita".
La gogna mediatica, osserva la criminologa, può rientrare a pieno titolo tra questi fattori di rischio. "Può configurarsi come uno stressor potenzialmente ad alta intensità, perché combina esposizione pubblica, stigma e perdita di controllo della propria immagine". Una condizione che diventa particolarmente critica quando a essere esposti non sono i diretti responsabili di un reato, ma i loro familiari.
Femminicidio di Anguillara: vergogna, stigma e perdita di controllo
L’esposizione continua e incontrollabile al giudizio pubblico attiva meccanismi psicologici profondi. "I meccanismi che si attivano sono complessi, ma la vergogna emerge come risposta dominante", sottolinea Bolzano. "Si tratta di un’emozione che implica una valutazione globale negativa del sé e può essere scatenata dal mero timore o dall’esperienza reale di disapprovazione pubblica". L’amplificazione prodotta dai media e dai social network, aggiunge, "intensifica il senso di impotenza e può trasformare l’esposizione stessa in un fattore di stress abnorme che erode la resilienza".
Nel caso di Anguillara, secondo la criminologa, il senso di vergogna sociale e di colpa “riflessa” potrebbe aver avuto un peso determinante. "A mio avviso può aver avuto un’incidenza notevole, per tutto quanto appena esposto", afferma. Richiamando quanto emerso dalle ricostruzioni giornalistiche, Bolzan osserva che "i genitori di Carlomagno, prima di compiere il gesto presso la loro abitazione, si sarebbero spostati nei giorni antecedenti da Anguillara a Roma, presso l’abitazione del figlio minore". Un elemento che, se confermato, "avvalora l’intento di volersi in qualche modo sottrarre alla pressione mediatica".
Femminicidio di Anguillara: l'odio online e l’indagine della Procura
A rendere il quadro ancora più grave è stato il clima sviluppatosi online. "Purtroppo i social sono stati invasi di commenti d’odio e questi ultimi hanno probabilmente impattato in maniera ulteriore la percezione di incontrollabilità, amplificando vergogna e colpa", evidenzia Bolzan.
Non a caso, la Procura di Civitavecchia ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, "non solo perché si tratta di un atto dovuto necessario per poter autoptizzare i corpi, ma anche perché si ritiene di dover svolgere una serie di accertamenti sulle pressioni che potrebbero aver spinto la coppia a togliersi la vita".
Femminicidio di Anguillara: "L’allarme va considerato a prescindere"
Individuare segnali d’allarme univoci non è semplice, perché "la sostenibilità sul piano psicologico di una serie di fattori di stress è soggettiva e richiede valutazioni caso per caso". Tuttavia, in situazioni come questa, avverte Bolzan, "l’allarme andrebbe considerato a prescindere".
Il messaggio è netto: "le parole possono pesare più delle pietre". Per questo, conclude la criminologa, "la modalità di trattare la cronaca richiede ancora più attenzione, rigore e delicatezza", mentre "l’hate speech sui social va combattuto soprattutto attraverso una riflessione critica, in primis su noi stessi". Un percorso che deve passare "da una presa di coscienza collettiva dell’impatto che tutto questo può avere sulle persone".