Glovo nei guai per caporalato, la "voce" dei rider a Milano: "Migranti costretti a sfruttare altri migranti. Ecco come funziona"

“È dal 2018 che, come Deliverance Milano, denunciamo il caporalato digitale, siamo stati i primi in Italia"

di Pietro Cifarelli
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Glovo nei guai per caporalato, Deliverance Milano: "Migranti costretti a sfruttare altri migranti. Ecco come funziona"

La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, la società che gestisce Glovo in Italia, nell’ambito di un’inchiesta sulle presunte condizioni di sfruttamento nel settore del food delivery. La misura punta a “mettere sotto vigilanza” l’organizzazione aziendale, imponendo verifiche e correttivi per riallineare procedure e gestione del lavoro alle regole e alle tutele previste.

Si parla, quindi di “caporalato digitale”; per capire cosa significhi bisogna tenere insieme la gestione del lavoro via piattaforma (turni, disponibilità, priorità, valutazioni) con le dinamiche legate agli account e alle consegne. Il termine descrive forme di intermediazione e sfruttamento che passano da account ceduti, affittati o gestiti da terzi, con lavoratori più vulnerabili in condizioni peggiori e più ricattabili.

Su questo tema Affaritaliani ha chiesto un punto di vista ad Angelo Junior Avelli di Deliverance Milano, sindacato dei riders e rete di supporto autoorganizzata, che lega l’inchiesta a una battaglia avviata anni fa e che riguarda compensi e inquadramento dei riders.

“È dal 2018 che, come Deliverance Milano, denunciamo il caporalato digitale, siamo stati i primi in Italia, con una manifestazione davanti alla sede di Glovo, che aveva portato a un presidio che si chiamava Occupy Glovo. Lì abbiamo presentato una lettera contro il caporalato digitale, consegnata alla società di delivery, dove già denunciavamo tutto questo”.

Avelli spiega cosa intende: “Il caporalato digitale è sempre stato inquadrato come lo sfruttamento tra i lavoratori, i quali vendono o affittano gli account sfruttando altri lavoratori in stato di bisogno, prevalentemente migranti, spesso sono italiani che possiedono l’account e lo affittano a migranti, ma non solo: anche migranti che a loro volta sfruttano altri migranti. Il più delle volte senza documenti”.

Sull’intervento della magistratura: “Siamo contenti dell’iniziativa della procura: interviene laddove ci sarebbe già una legge da rispettare, ma che non viene fatta rispettare dal governo, in quei settori dove lo stato patologico dello sfruttamento non permette nemmeno agli strumenti del diritto e agli strumenti della giurisprudenza di intervenire”. Avelli sostiene che i rider siano “lavoratori subordinati a cui spettano tutti i diritti della subordinazione”.

Poi, “la voce dei rider”, torna sul tema dei compensi: “Ciò nonostante, Glovo e Deliveroo mantengono un pagamento a cottimo. Come questo sia possibile è totalmente inspiegabile. Pagano 2,50 euro lordi per una singola consegna”. Una cifra che, secondo lui, alimenta una condizione non ottimale: “È presto detto che un lavoratore percepisce un reddito al di sotto della soglia di povertà, questo non vede il rispetto dell’articolo 36, che vuole la proporzionalità del compenso rispetto all’impiego che viene svolto dal lavoratore”.

Il riferimento è all’articolo 36 della Costituzione, che stabilisce il principio della retribuzione proporzionata e sufficiente a garantire un’esistenza dignitosa.

Centrale diventa anche il tema della sicurezza: “Essendo pagati a cottimo, devono correre il più possibile per guadagnare il più possibile. Oltre a questo, c’è il problema dei mezzi di produzione, telefonino e bicicletta elettrica: spesso vengono utilizzati in maniera impropria portando i rider a correre dei rischi. Le biciclette sono a carico del lavoratore che spesso le acquista online senza omologazione e si ritrova a pagare multe onerose, si va dai 6.000 a 7.000 euro perché più che biciclette risultano essere veri e propri motorini. Questa spesa dovrebbe essere in capo alla società. Continuano ad esserci incidenti, brutti infortuni e anche delle morti. Prima si interviene a regolamentare il settore e prima si riesce a limitare uno stillicidio”.

Negli anni si è allargata una “zona grigia” che ha favorito l’attuale modello: “Queste aziende hanno la possibilità di basare un intero settore sullo sfruttamento, su una nuova forma di schiavitù legale”. E aggiunge: “Esistono sentenze della Corte di Cassazione, sentenze di diversi tribunali, leggi a sufficienza per sancire il fatto che i rider siano lavoratori a tutti gli effetti e quindi lavoratori subordinati a cui spetta un equo compenso e tutti i diritti della subordinazione”.

“Serve il riconoscimento di un salario minimo in linea con i contratti collettivi nazionali e serve in generale per tutti i lavoratori in Italia, perché i rider, in questo senso, sono l’emblema dei lavoratori poveri sfruttati, in un settore dove tutta l’economia gira su queste dinamiche”, e conclude: “Che economia può essere se si basa esclusivamente sullo sfruttamento dei lavoratori? Non ha nessun valore aggiunto e non ha nessuna umanità”.

Avelli richiama anche la cornice europea: “Chiediamo rispetto delle regole e l’allineamento a quella che dovrebbe essere la direttiva approvata in Unione Europea e che dovrebbe essere recepita anche dalla legge italiana: i rider sono lavoratori a cui va riconosciuto un salario, una paga degna e un compenso equo e una subordinazione che prevede le forme di diritti previste per chi ha un contratto. Basta nascondersi dicendo che sono lavoratori autonomi perché non è vero”.

Sulla responsabilità di impresa e sulla vulnerabilità di chi consegna: “Considerarli autonomi è stato l’escamotage che hanno usato le piattaforme per sfruttare migliaia di lavoratori in tutti questi anni. Adesso è tempo di fermare tutto questo e di arrivare alla regolarizzazione del settore, che si è stabilizzato e ha un suo mercato. Non si può però pensare di fare business e di scaricare il rischio d’impresa sui lavoratori, ancora di più se sono persone in stato di bisogno, migranti altamente ricattati e ridotti in schiavitù da un meccanismo che non dovrebbe nemmeno esistere, perché non dovrebbe essere permesso in uno stato civile”.

In chiusura: “Benvenga l’iniziativa da parte della Procura di Milano e del PM Storari, che ha già contribuito a far assumere per esempio i Corrieri di Bartolini e per fortuna esiste l’articolo 36 della Costituzione che sta sollevando la questione con forza, a livello politico e a livello giudiziario. Il rispetto sulla questione dei salari in Italia e il rispetto del fatto che ci debba essere una proporzione tra il lavoro che viene offerto dal lavoratore nei confronti del suo datore di lavoro e la sua paga, la ricompensa pattuita”.

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