Malasanità a Milano, in pronto soccorso? Ti visitano solo se in fin di vita

La testimonianza della scrittrice Lucrezia Lerro, costretta ad attese estenuanti in due ospedali del capoluogo lombardo nonostante le atroci sofferenze

Di Lucrezia Lerro
Cronache
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Quello che sto per raccontare è vero, è tutto vero, è verissimo. Mercoledì notte mi sveglio in preda a dei dolori fortissimi al basso ventre. Mi ripeto che passeranno nel corso della notte, che posso resistere, e invece peggiorano ora dopo ora. Giovedì alle 16,00 decido di chiamare il 118, vinco le mie paure, ogni possibile resistenza a non andare in ospedale.

Il dolore mi strema, mi piega in due. Arriva rapidamente l’ambulanza, mi porta al pronto soccorso più vicino. Visita ginecologica velocissima e, grazie agli esiti negativi degli esami, mi mandano per un nuovo accertamento in chirurgia. Mi fermo nel triage, attendo, le sette, le otto, le nove, nulla, nessuna visita.
Attendo ancora, cerco di calmarmi anche se i dolori sono tremendi e la febbre sta aumentando.

Arrivano degli infermieri, uno di loro mi dice a muso duro: “aspetta il chirurgo?” Ed io, tirando un sospiro di sollievo, rispondo: “sì sì, da diverse ore.” E l’uomo: “ci sono pazienti gravi covid, deve uscire. Il chirurgo la vedrà tra 4/5 ore.” A quel punto mi sento venir meno, le forze sono allo stremo. Rispondo che sto peggio, che ho bisogno urgente della visita chirurgica. Mi fanno capire che non sono gradita, e che è il momento di allontanarmi.

Chiamo un taxi, scappo in farmacia. Compro un antispastico, mi ripeto che sopravvivrò alla notte da incubo. Torno a casa disperata. Né gli antidolorifici né l’antispastico calmano i dolori. Trascorre la notte, alle 17,00 del pomeriggio corro in un altro pronto soccorso, con la speranza di essere visitata. Di nuovo in taxi, scendo, vado all’accettazione. Sono in lacrime, sconvolta dalle fitte, dai giorni di digiuno e di inappetenza.

Racconto all’infermiera della disavventura al primo pronto soccorso, le chiedo di aiutarmi, non sto in piedi. Non resisto. Risponde che c’è da aspettare parecchio. Sottovoce le spiego che non ho la testa rotta, che il mio sangue non è per terra, ma che la situazione è altrettanto grave, ho bisogno di cure immediate. Sudo, barcollo, ho i capogiri. Le fitte al basso ventre sono insostenibili. Descrivo alla donna la mia sofferenza: “la sensazione è di una lama che mi trancia l'addome.” Solleva le spalle. Mi indica la sala di attesa.

Mi siedo, osservo le persone intorno, tutti perfettamente distanziati per via delle norme anti covid. Do un’occhiata al monitor, sono la 1094, la prima della lista per visite chirurgiche. Di fianco al numero l’orario d’accesso, 17:35. Una ragazza dice che è in attesa di un cardiologo dalle otto del mattino. Scorgo dei vicini di casa nella stessa sala, anche loro raccontano che sono lì dalle otto. Le loro storie mi scoraggiano.

Sono le nove di sera, sono sempre io la paziente numero 1094, la prima e unica della lista per visita chirurgica. La fitta all’addome è insostenibile e l’aria condizionata forte mi fa starnutire di continuo. Penso tra me ‘altro che pronto soccorso, si tratta di un lungo lungo soccorso, se arriverà.’

Vado dall’infermiera, le dico che sto peggiorando, risponde “manca poco.” Alle dieci passate, e dopo aver minacciato gli infermieri di chiamare la polizia, ‘magicamente’ mi ritrovo nell’ambulatorio col chirurgo. Sono esausta, trattengo tra i pensieri i racconti delle lunghissime attese dei giovani e degli anziani. Ripenso alle parole che, prima di entrare, mi aveva detto l’infermiere “se lei fosse in fin di vita sarebbe stata curata subito, il pronto soccorso funziona così, ed è giusto, no?” Mi sembra assurdo, mi sento debole, ma allo stesso tempo lucidissima.

Sono sdraiata sul lettino dell’ambulatorio. Guardo il dottore, mi chiedo da dove sia sbucato. La sofferenza la confondo con la disperazione. Non mi fido. Adesso vorrei scappare dall’ospedale.
Il medico mi visita… temperatura, pressione, esami del sangue, tac. Ho un’infiammazione in atto, parlano di appendicite lui e l’infermiera, mi dicono di restare lì di notte, tra poco mi somministreranno oppiacei e cinquecento milligrammi di antibiotico. Parlano di una possibile operazione per appendicite.

Spiego che sono digiuna da giorni, che sono spossata, che ho avuto la febbre. Che non ce la faccio. Li rassicuro che tornerò il giorno dopo per proseguire l’iter medico, ma che adesso devo andare a casa, che l’antibiotico lo prenderò dopo aver mangiato qualcosa. Mi lasciano libera di andare con il foglio della "sospetta" appendicite, diagnosi non sicura. Esco, chiamo un taxi. Prima di salire in auto la guardia giurata del pronto soccorso si avvicina, sussurra “bionda bionda beato chi ti ...” L'ha detto davvero. Sono senza parole, senza fiato. Fuggo in taxi dal pronto soccorso.