Olimpiadi Milano Cortina, un successo senza precedenti: sulle piste risuona l'inno di Mameli e quel "sì" finale che continua a unire nonostante le modifiche

L’inno nazionale è risuonato tante volte sui podi olimpici, come mai era successo nelle edizioni invernali dei Giochi

di Antonio Mastrapasqua
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La gran parte degli atleti e delle atlete vincitori alle Olimpiadi sono militari e hanno esploso il loro “Sì” anche davanti al presidente Mattarella... Il commento 

Queste Olimpiadi invernali sono un successo. Innanzitutto, da un punto di vista sportivo: medagliere da record, campioni (campionesse!) da urlo. A parte l’incomprensibile contestazione degli antagonisti attorno a questa polifonica manifestazione, ben più larga di Milano-Cortina (Bormio, Anterselva, Livigno…), si è creato un alone di concordia, anche grazie alla benedicente visita del Capo dello Stato, che ha suggellato plasticamente l’unità nazionale, attorno alla manifestazione olimpica. Se poi lo sport è vincente, aiuta. La tregua olimpica a livello internazionale, invocata da papa Leone XIV e da Sergio Mattarella, non c’è stata, dobbiamo accontentarci di esserci stretti a “coorte” quando “l’Italia chiamò”.

Ecco, l’inno nazionale è risuonato tante volte sui podi olimpici, come mai era successo nelle edizioni invernali dei Giochi. Ed è risuonato con l’urlo finale e liberatorio che avrebbe dovuto essere cancellato: “Sì!”. Lo sport è da sempre aderente al Paese reale, ai suoi sogni, alle sue aspirazioni, ai suoi ideali, e se ne infischia spesso – e per fortuna – delle burocrazie e dei rituali predisposti negli uffici dove l’aria più fresca è quella spinta dagli split dei condizionatori.

Sulla neve, sul ghiaccio, dopo un’impresa memorabile e la conquista di una medaglia d’oro ci si sente parte di una comunità – di un popolo – che può inorgoglirsi un po’, per un giorno, per qualche ora, trovandosi con merito sul tetto del mondo. Delle manfrine normative non sa che farsene, né tantomeno dei retro-pensieri antisovranisti, o dei dubbiosi sacerdoti del consenso referendario (perbacco, sono i giorni del Sì e del No).

E allora alla fine dell’inno cantato a squarciagola, ecco il finale: “Sì!”. Anche se quel finale affermativo dell’inno di Mameli è stato cancellato da un decreto del Presidente della Repubblica, rigorosamente diramato dallo Stato Maggiore della Difesa a tutti i Comandi delle Forze Armate, con le necessarie istruzioni operative. Così come a tutti i comitati sportivi nazionali e internazionali, che organizzano eventi in cui si procede a premiazioni con tanto di inno nazionale.

L’intervento normativo si appella a questioni filologiche: quel “Sì” non c’era nel testo originario compilato da Goffredo Mameli. In verità nella prima stesura musicale di Michele Novaro – autore della melodia - già compare questa aggiunta. Era una consuetudine orale, nata, molto probabilmente nelle bande musicali dell’Ottocento che lo suonavano, per dare enfasi alla chiusura con una espressione rafforzativa dei concetti patriottici. La stessa enfasi che vediamo nei nostri atleti vincitori. Ed è un bel vedere, quando per anni, l’inno di Mameli veniva suonato quasi a “bocche chiuse”, anche se non si trattava di un coro della Madama Butterfly.

Il testo è stato snobbato per decenni, come simbolo di un patriottismo ottocentesco sgradito negli anni del Sessantotto e in tanta cultura della sinistra italiana. Molti furono coloro che avrebbero voluto sostituire il “Canto degli italiani” – questo è il nome ufficiale dell’inno di Mameli-Novaro – adottato come inno provvisorio dalla Repubblica Italiana, dal 1946.

Contro questa ostilità si spese soprattutto Carlo Azeglio Ciampi (al Quirinale dal 1999 al 2006), che rilanciò l’abitudine del canto collettivo dell’inno, sostenendo “che, quando lo ascolti sull'attenti, ti fa vibrare dentro; è un canto di libertà di un popolo che, unito, risorge dopo secoli di divisioni, di umiliazioni”. Fu una vera e propria campagna a favore della riscoperta dell’inno. Anche sull’onda di questa nuova abitudine nel 2017 l’inno di Mameli venne riconosciuto definitivamente quale inno nazionale della Repubblica.

Con tanto di “Sì” finale che oggi continua a risuonare, nonostante la modifica decretata nei mesi scorsi. La gran parte degli atleti e delle atlete vincitori alle Olimpiadi sono militari e hanno esploso il loro “Sì” anche davanti al presidente Mattarella, che ha giustamente applaudito. E allora? Arriveranno sanzioni agli splendidi componenti della valanga rosa-azzurra, che hanno continuato a ripetere il “Sì” nazionale, o l’oscura squadra delle burocrazie dovrà ricredersi? Vox populi, vox Dei: vale solo per la Chiesa cattolica?

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