Quando il potere ha paura delle parole
Fabrizio Corona e l'azione legale di Mediaset: ecco perchè non è querela, causa civile, richiesta di risarcimento, ma censura preventiva
Fabrizio Corona
Il commento
«Quando non si può più dire la verità, è il potere ad aver paura». Non è una frase di Fabrizio Corona. È di Václav Havel. Ecco il punto. Non ho nessuna simpatia per Corona. Non mi piacciono il suo egotismo, il suo narcisismo tossico, il modo in cui trasforma ogni vicenda in uno specchio deformante del proprio io. Non mi convince il suo linguaggio, non mi entusiasma il suo show permanente. Ma quello che ha fatto Mediaset è molto peggio.
Perché non è una querela. Non è una causa civile. Non è una richiesta di risarcimento. È una richiesta di censura preventiva. Una cosa che in uno Stato liberale dovrebbe far scattare un allarme rosso in ogni redazione, a destra come a sinistra. Chiedere a un tribunale di vietare a un cittadino l’uso dei social, del telefono, delle piattaforme digitali non è una misura di tutela. È una sanzione politica mascherata da procedura giudiziaria. È il Medioevo con la fibra ottica.
Qui non stiamo discutendo se Corona abbia esagerato, mentito o diffamato.
Questo lo stabiliranno i giudici, come sempre accade in uno Stato di diritto. Qui stiamo discutendo di una cosa molto più grave: l’idea che un grande gruppo mediatico possa chiedere allo Stato di tappare la bocca a qualcuno prima ancora che venga condannato.
Non è difesa della reputazione. È paura del rumore. E quando il potere ha paura del rumore, cerca il silenzio. Non con il dibattito. Non con le smentite. Non con i fatti. Con il bavaglio.
Mediaset non è una vittima fragile. È uno dei più grandi gruppi mediatici europei. Ha televisioni, giornali, siti, studi legali, uffici stampa, accesso diretto alla politica. Non ha bisogno di chiedere allo Stato di fare il lavoro sporco.
Perché oggi il precedente è Corona. Domani chi sarà? Un blogger scomodo? Un giornalista che fa domande sbagliate? Un editore che non si allinea? Se passa il principio che la parola si spegne per decreto, allora non c’è più differenza tra un tribunale e un ufficio censura.
Questa non è tutela. È regime soft. Con il volto perbene e la giacca stirata. Non difendo Corona. Difendo il diritto di chiunque – anche di chi non mi piace – a non essere silenziato per ordine dall’alto.
Perché la libertà non si misura da chi applaudiamo. Si misura da chi sopportiamo. E oggi, se dovesse essere dato seguito a questa richiesta, a perdere non sarebbe Corona. Sarebbe la democrazia.