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"Bosch, Vitesco, Stellantis Pratola, Marelli:aziende a rischio col Green Deal"

"Governare la transizione". Parla De Palma (responsabile automotive Fiom). Dopo Gkn e Gianetti, la Timken è l'ennesima azienda auto ad annunciare la chiusura

di Andrea Deugeni
Economia
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Non ci sono solo Gkn, Gianetti Ruote e, oggi, la Timken con 120 lavoratori. Secondo il responsabile automotive della Fiom Michele De Palma, intervistato da Affaritaliani.it, se non si "governerà" il processo di transizione della mobilità imposto dal Green Deal europeo saranno molte altre le aziende del settore delle quattroruote ad aggiungersi alla lista delle fabbriche che chiudono, annunciando licenziamenti collettivi. Le prime della lista? "Sono la Bosh di Bari e la Vitesco di Pisa. Poi, Pratola Serra di Stellantis e tutte le aziende della Marelli che producono i sistemi di scarico e le lavorazioni per motori endotermici", tuona De Palma. 

Poi l'attacco al ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani. "Nella Motor Valley, Ferrari i modelli elettrici li ha già messi in cantiere. E la stragrande maggioranza dei marchi Premium vi sta già lavorando. E, sempre in quest’area, i cinesi di Faw hanno investito in maniera consistente con gli americani per costruire auto di lusso elettriche".


Da sinistra: Michele De Palma e la segretaria generale
della Fiom Francesca Re David

Dopo la Gianetti Ruote in Brianza e la Gkn di Campi Bisenzio, la Timken è la terza multinazionale del settore automotive che ha deciso di chiudere uno stabilimento in Italia dopo lo sblocco dei licenziamenti da parte del Governo. Cosa sta succedendo nel settore delle quattroruote?
“Avevamo fatto presente all’esecutivo che l’automotive già si trovava in una fase di riorganizzazione. Queste tre aziende che hanno annunciato le procedure di licenziamento non sono certo imprese in crisi: hanno fatto ricorso agli straordinari fino a cinque minuti prima di dichiarare la chiusura degli stabilimenti”.

E allora cosa sta succedendo?
“Sono tutte multinazionali o gruppi controllati da fondi d’investimento, in cui anziché industriale-costruttivo l’investimento è di natura speculativa. La fabbrica della Gkn ha impianti e competenze dei lavoratori che servono al mercato: riforniscono Stellantis e i colossi dell’automotive tedeschi. Stesso discorso vale per la Gianetti Ruote da cui comprano gli americani di Harley Davidson e Iveco. Non c’è nessun problema di mercato. Sono scelte di carattere speculativo e di delocalizzazione della produzione.  Le politiche di sostegno all’industria del nostro Paese sono le grandi responsabili”.


 

Quindi sono il Governo o gli esecutivi passati i principali indiziati sul bancone degli imputati…
“Sì, mentre negli altri Paesi europei assistiamo a fenomeni di reshoring, l’Italia subisce le delocalizzazioni. Tutto ciò si inserisce in un quando in cui lo sblocco dei licenziamenti senza un’adeguata politica di sostegno di carattere industriale determina i fenomeni a cui stiamo assistendo. Rischio che la Fiom ha sollevato a tutti i tavoli. Il sindacato aveva poi anche indicato proprio l’automotive come uno dei settori più delicati. Pertanto, c’è una responsabilità oggettiva da un lato dei fondi d’investimento e delle multinazionali, dall’altra della mancanza di una politica industriale del nostro Governo che affronta le crisi solo quando un’azienda chiude i cancelli. Mentre bisogna intervenire prima. Oltretutto, queste dinamiche vanno anche contro i nuovi obiettivi europei”.


Il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti

E cioè?
“Assieme alla digitalizzazione, la Commissione europea ha indicato come punto centrale della rivoluzione della mobilità delle persone e delle merci la riduzione delle emissioni inquinanti. Dal punto di industriale, invece, con le delocalizzazioni in Slovacchia, in Polonia e in Francia creeremo in Italia una filiera lunga che per gli assemblaggi finirà per aumentare le emissioni di anidride carbonica. Stiamo operando, dunque, non nella direzione degli obiettivi posti dall’Unione europea, ma in quella esattamente opposta”.

(Segue: il caso della Motor Valley emiliana, le richieste al governo e le altre aziene dell'automotive a rischio...)

Parlando del varo del Green Deal Ue in relazione a vetture come Ferrari e Lamborghini, il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani ha lanciato l’allarme sulla “Motor Valley” che rischia di chiudere se anche le supercar dovranno adeguarsi all’elettrico al 100% in pochi anni rispetto al ciclo di produzione delle industrie. E’ d’accordo?
“No. Vorrei ricordare al ministro Cingolani che allo stato attuale le maggiori vendite sul mercato sono di autovetture con tecnologia ibrida, motore endotermico ed elettrico. Nella Motor Valley, poi, Ferrari i modelli elettrici li ha già messi in cantiere. La stragrande maggioranza dei marchi Premium sta già lavorando sull’elettrico. Sempre in quest’area, i cinesi di Faw hanno investito in maniera consistente con gli americani per costruire auto di lusso elettriche. Inoltre, in questo momento, il problema dell’automotive è quello dell’approvvigionamento strutturale e di aumento dei prezzi delle materie prime e della carenza di chip. Dovremmo assistere a un processo che riporta in patria la componentistica, non che la delocalizza. Il problema di Stellantis nel nostro Paese è che non abbiamo impianti in grado di produrre vetture ibride ed elettriche in grado di soddisfare il marcato. Sono quattro anni che denunciamo che la transizione dell’endotermico e in particolare del diesel è il primo grande problema dell’Italia da affrontare. Nella Motor Valley fra Bologna e Modena non c’è uno stabilimento che produce motori diesel veri che si fanno alla VM di Cento e allo stabilimento Stellantis di Pratola Serra. Faccio fatica a seguire le preoccupazioni di Cingolani”.

Forse il ministro intendeva solo sottolineare che la tempistiche dell’adeguamento al 2030 al full electric è troppo vicina…
“Mentre gli esecutivi degli altri Paesi europei hanno dei piani per l’auto, noi non li abbiamo. Invece di far dichiarazioni e dibattiti sui giornali, il Governo italiano porti il proprio piano a Bruxelles. Se non produrremo queste automobili in grado di rispettare i limiti imposti dal Green Deal Ue, saremo costretti ad importarle. Tutti gli altri Paesi stanno riportando le produzioni all’interno dei propri confini, noi siamo stati invece gli ultimi, tra Francia e Germania, a costruire una gigafactory. Già quattro anni fa, la Fiom ha sottolineato la necessità di essere nel progetto europeo per la fabbricazione di batterie per l’elettrico. Come Ford, la transizione all’elettrico sia può fare anche con l’ibrido col diesel”.

Quindi, ora chiedete al governo di accelerare con la nuova convocazione al Mise del tavolo sull’automotive
“Certo e anche sulle singole aziende del settore. Posso fare la mappa delle prossime imprese del comparto che entreranno in crisi: Bosh Bari e Vitesco Pisa. La prima produce le pompe per il diesel, la seconda gli iniettori. Poi, Stellantis Pratola Serra e tutte le aziende della Marelli che producono i sistemi di scarico e le lavorazioni per motori endotermici. Abbiamo un termine di governo per la transizione al Green Deal Ue. Un processo che dobbiamo governare, altrimenti assisteremo all’esplosione di una serie di vertenze. Sull’automotive proponiamo all’esecutivo un accordo quinquennale utilizzando gli strumenti d’investimento necessari per riorganizzare gli impianti e per formare i lavoratori necessari per le quattroruote del domani”.

@andreadeugeni