I falchi della Bce vogliono un aumento choc dei tassi, ma i rischi sono enormi

I Paesi del Nord vogliono abbattere i prezzi, anche se per fare ciò non c’è che un raffreddamento dell’economia

di Marco Scotti
(Fonte immagine: La Presse) 
Economia
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La Bce vuole alzare i tassi: che cosa si rischia?

Meglio morire di fame o di sete? È un dilemma analogo quello di fronte a cui si sta trovando l’Europa. Da una parte, infatti, c’è l’incremento dei prezzi, una fiammata che non sembra attenuarsi – anche se chi non ha la memoria corta non potrà dimenticare come Christine Lagarde avesse definito “passeggero” il fenomeno – col passare del tempo. Dall’altro c’è il timore che si stia andando verso un periodo difficilissimo dal punto di vista economico, con le aziende che rischiano di chiudere per il caro energia, l’instabilità politica e la concreta possibilità che le previsioni di crescita debbano essere riviste al ribasso. Per arginare questo fenomeno sembra scontato e necessario procedere con un aumento dei tassi d’interesse. E i “falchi” del Nord Europa vorrebbero un incremento di 75 punti base, cioè dello 0,75% dopo lo 0,5% di luglio scorso. Attualmente in Italia, secondo i dati Istat, abbiamo un’inflazione – escludendo i beni energetici – al 3,9%. Su base annua accelerano sia i prezzi dei beni (da +9,7% a +11,4%) sia quelli dei servizi (da +3,1% a +3,4%); si amplia, quindi, il differenziale inflazionistico negativo tra questi ultimi e i prezzi dei beni (da -6,6 di maggio a -8,0 punti percentuali). Accelerano i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona (da +6,7% a +8,3%) e quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +6,7% a +8,4%).

Domanda: che cosa significa? Intanto, una risposta per provare a placare gli animi. Non è la prima volta che l’Italia si trova in questa situazione. Nel periodo compreso tra il 1973 e il 1985, l’inflazione è stata mediamente del 15,2%, con il picco del 21,2%. Il motivo è che, allora, i salari erano stati indicizzati all’inflazione tramite il meccanismo della scala mobile, il cui funzionamento è facilmente riassumibile: accertata e resa uguale su base 100 la somma mensile necessaria per la famiglia-tipo, in riferimento ad un dato periodo per l'acquisto dei prodotti del paniere, le successive variazioni percentuali dei prezzi dei beni di consumo divenivano i punti di variazione dell'indice stesso del costo della vita, a cui i salari venivano direttamente adeguati. Dal 1992 la scala mobile non esiste più, nonostante periodicamente si cerchi di reintrodurla. Questo perché la correlazione tra aumento dei prezzi e aumento dei salari portava a una spirale in cui la svalutazione del denaro diventava virtuale. Basti pensare che nel periodo di cui parlavamo se un bene costava 100 nel 1972 valeva oltre 626 nel 1986. Ora l’inflazione è tornata a fare paura, e bisogna intervenire.

“Non inseguire la Fed”

Dal palco de La Piazza, il direttore dell’Agenzia delle Dogane, Accise e Monopoli Marcello Minenna ha ammonito duramente Francoforte affinché non insegua la Fed sul rialzo indiscriminato dei tassi. Il momento più duro dell’inflazione, secondo l’economista, sarebbe ormai alle spalle. Ed è inutile quindi usare provvedimenti che possono essere recessivi. Perché alzare i tassi vuol dire proprio questo: aumentare il costo di nuova finanza per le aziende, che quindi rischiano di restare escluse dal circuito bancario perché non forniscono adeguate garanzie; incremento delle rate dei mutui, con possibilità che questi diventino inaccessibili per i più giovani. Risultato: crisi economica, aziende che vanno in difficoltà, posti di lavoro bruciati. Alzare i tassi vuol dire mettere in preventivo che tutto questo accada. Una responsabilità enorme. D’altronde, con lo scudo anti-spread non c’è neanche la possibilità che Paesi deboli, come l’Italia, possano nuovamente finire sotto attacco dei mercati, un po’ come accaduto nel 2008-2009 e nel 2011, prima che Draghi sfoderasse il suo bazooka. I 39 miliardi di cui si è parlato nei giorni scorsi rappresentano un minuscolo bruscolino rispetto a quanto accaduto nelle due precedenti crisi. In scadenza ci sono 180 miliardi di euro di titoli: i tassi saranno sicuramente più elevati di quelli a cui eravamo abituati, ma non bisogna dimenticare che nel 1992 si arrivò sopra l’11% e che fino a non molti anni fa un tasso fisso al 5-6% per un mutuo era la normalità

Altri rischi

Se si decide di mettere mano al rialzo dei tassi in modo così repentino – erano 11 anni che non venivano toccati, ora si profila un incremento di oltre l’1% in due mesi con la prospettiva di superare il 2,1% nel 2023 – vuol dire che si reputa la situazione ormai incancrenita. E si preferisce dare una spallata all’inflazione. Ci sono però diversi rischi, oltre a quelli descritti sopra. In primis, la possibilità che la fiammata dei prezzi, che dipende anche molto dal costo dell’energia e delle materie prime, non si riduca così facilmente. E dunque ci si troverebbe con prezzi alle stelle per gas ed elettricità, manufatti costosi e una minore ricchezza. Se non è una tempesta perfetta poco ci manca, perché il tempo dei bazooka è finito, così come quello degli interventi a pioggia. L’Italia ha destinato quasi tre punti di pil per arginare l’inflazione. Eppure non si riesce a vedere la fine di questa situazione. Come ha scritto Minenna sul Sole, “nel corso del 2022 i deflussi di capitale dall’Italia sono tornati a crescere. Stavolta la causa non va ricercata nella politica monetaria della Banca Centrale Europea (BCE) con i suoi grandi programmi di acquisto titoli, ormai terminati: ora è la struttura dei flussi di liquidità da/verso il nostro Paese ad essere cambiata notevolmente, per vari ordini di fattori. […] Dopo diversi falsi allarmi ed un’indubbia strumentalizzazione politica del significato di questi saldi contabili, stavolta purtroppo dobbiamo constatare un’accresciuta percezione del rischio Italia da parte degli investitori esteri ed un indebolimento di importanti indicatori di salute economica del Paese”. Più chiaro di così.