Transizione, rinnovabili sempre più al palo: perchè le lobby di petrolio (e gas) frenano il futuro dell'energia green 

Il petrolio non è finito, ma il tempo per fermarne il dominio sì: ecco chi lo rallenta e chi prova a cambiare davvero.

di Giacomo Chiorino
Economia

Il futuro del petrolio e dell’energia rinnovabile e l’azione delle lobby

L’andamento del prezzo del greggio è sempre stato molto difficile da prevedere fra crisi mediorientali, eccessi di produzione, interventi dell’OPEC, energy transition con passaggio all’utilizzo di fonti rinnovabili o ancora, durante la prima fase del Covid, un tracollo di domanda senza precedenti che portò i prezzi del petrolio addirittura in negativo per alcune ore.

Forse un paio di cose però le abbiamo capite in questi decenni: primo, di petrolio nel mondo ce n’è ancora tantissimo alla faccia della (finta) teoria del peak oil (massimo di produzione di petrolio) e secondo, la lobby che lo “difende” è fortissima.

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Sul primo elemento direi che basta guardare al dato delle riserve certificate totali che è pari a 1750 miliardi di barili (qui sotto nella visualizzazione di Visual Capitalist vedete i primi 10 paesi). Nel 2025 ne consumeremo 38 miliardi e quindi abbiano quasi 50 anni davanti a noi. Le riserve in realtà sono di più perché l’esplorazione del mondo, specie degli oceani, non è certo completa e quindi possiamo tranquillamente dire che di combustibili fossili (per il gas le riserve coprono ancora più anni) ne abbiamo a disposizione ancora molti. Tanto per citare un recente fatto ricordo che British Petroleum (BP) ha scoperto un paio di settimane fa il più grande giacimento di petrolio da 25 anni a questa parte al largo delle coste del Brasile. Dovremmo quindi aver completato la transizione energetica ben prima di averle esaurite. Il petrolio verrà in seguito impiegato per usi più limitati, là dove non c’è una valida alternativa.


 

Il secondo elemento è più preoccupante proprio perché rallenta in tutti i modi possibili il passaggio a fonti energetiche più pulite. Come? Attraverso lo sfruttare al massimo lo status quo: le infrastrutture di produzione e distribuzione di energia che sono state costruite negli ultimi cento anni con pochi grandi centri di produzione di energia basati su combustibili fossili o nucleari, il come ci spostiamo (l’elettrico avanza, ma manca ancora molto per vederlo soppiantare le auto diesel e a benzina), le nostre abitudini e comodità (come faremmo senza plastica con i cibi? avete tutti un tagliaerba elettrico per il vostro prato? chi usa il refill per i vari detersivi e saponi?).

La lobby del petrolio (e del gas) è talmente forte che le ultime edizioni delle COP (conferenza annuale dell’Onu sulla lotta al cambiamento climatico) si sono fatte in paesi la cui economia è basata su oil & gas (COP28 a Dubai nel 2023, COP29 in Azerbaigian nel 2024). Pare che ci fossero più lobbisti che delegati! La lobby agisce in modo costante a livello politico, influenzando decisori, affossando riforme proposte (pensate alla riduzione della plastica o alla lotta per il contenimento delle emissioni di CO2 e di metano) e a volte anche commissionando ricerche e report non attendibili che cercano di influenzare il pensiero di tutti noi (negli Stati Uniti con l’attuale indirizzo governativo spuntano come funghi).

L’abbondanza di petrolio e lo sviluppo di energie alternative a prezzo inferiore stanno spingendo il greggio al ribasso, su valori più contenuti e verso la media dei prezzi degli ultimi 150 anni. E ciò sta avvenendo nonostante il fatto che la domanda mondiale di petrolio continui a salire, soprattutto a causa del continuo sviluppo economico dei paesi emergenti che inevitabilmente aumentano anno dopo anno il consumo pro capite di petrolio, pur restando ancora su valori molto più bassi delle economie avanzate.

Il grafico di Deutsche Bank è apprezzabile perché è costruito su prezzi corretti per l’inflazione e quindi ci mostra i picchi del passato “relativizzati” e confrontabili con quelli attuali. Come si vede il trend degli ultimi 15-20 anni (dal top del 2008 pre grande crisi finanziaria a oggi) vede picchi decrescenti. In assenza di shock esterni (altre guerre, cambiamenti di regime nei grossi paesi produttori) è probabile che questo percorso continui.


 

Oggi l’intero mercato mostra un atteggiamento molto prudente sull’andamento dei futuri prezzi del greggio, con le posizioni speculative rialziste che sono ai minimi degli ultimi 25 anni come mostra il grafico di Crescat Capital su dati Bloomberg.


 

Altri due fattori influenzano a nostro parere questa situazione: 
➢    in uno scenario geopolitico sempre più complesso parrebbe che l’OPEC faccia più fatica a influenzare i prezzi con alcuni dei suoi membri che non vogliono perdere quota di mercato e sono disposti a vendere a prezzi inferiori.

➢    il petrolio russo grazie alla “flotta fantasma” continua ad essere venduto specie in India, Cina e Turchia, ma a prezzi inferiori a quelli di mercato.

Tornando al tema della transizione energetica vogliamo mostrarvi un esempio virtuoso di cambiamento radicale verso una produzione di energia totalmente pulita che è rappresentato dalla Danimarca.
Esistono già oggi paesi che producono sostanzialmente il 100% di energia da fonti rinnovabili e pulite: Albania, Bhutan, Congo DRC, Etiopia, Islanda, Nepal e Paraguay grazie alle loro enormi risorse idriche, e alla decisione di sfruttarle a pieno, sono in grado di generare tutta l’energia di cui hanno bisogno tramite l’idroelettrico. Per la precisione l’Islanda ha un mix che è 75% hydro e 25% geotermico.

Ma se astraiamo dalle nazioni che in giro per il mondo sono “nate fortunate” a livello di fiumi, laghi e cascate, la Danimarca emerge perché è riuscita a trasformare quasi completamente la sua produzione di energia sfruttando eolico (e qui il vantaggio naturale senza dubbio esiste visto il vento che soffia), ma anche solare, biomasse e hydro. Già oggi è vicina al 70% di energia prodotta da fonti pulite e rinnovabili e arriverà verso il 100% da qui al 2030. Ben piazzati sono anche altri paesi europei come vedete dal grafico dell’IEA (International Energy Agency) che non include il nucleare come fonte pulita e si concentra sui paesi medio/grandi. Da sottolineare come l’Europa sia molto virtuosa posizionandosi come media attuale (40%) molto meglio del pianeta nel suo complesso (15%) che soffre del ritardo di grandi economie come gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone o l’India. La Cina è indietro ma è il paese che sta investendo di più sul tema (1200mld di dollari solo nel 2024, i due terzi degli investimenti totali mondiali che sono stati di poco superiori al 2000mld).


 

Oggi il mondo delle rinnovabili sta vivendo una situazione complicata a causa del comportamento di un presidente di una nazione economicamente molto importante che vi lascerò indovinare. La sua politica, che è pro oil&gas e contro lo sviluppo di energie rinnovabili e in particolare dell’eolico offshore, sta causando enormi danni proprio alla Danimarca, che tanto si è impegnata in quel campo, e che è la patria di due aziende importantissime quali Vestas Wind (maggiore produttore mondiale di turbine eoliche, 36.000 dipendenti con sede a Aarhus) e Orsted (più grande sviluppatore e gestore di parchi eolici offshore al mondo, 8000 dipendenti con sede a Fredericia e posseduta al 50,1% dal governo danese).

Vale davvero la pena di riassumervi il percorso fatto da quest’ultima azienda, nata nel 1972, sviluppatasi con il nome DONG (Danish Oil and Natural Gas) e volta a sfruttare le risorse di petrolio e gas danesi nel mare del nord (la loro Eni insomma), cosa che ha fatto fino al 2009, anno in cui ha preso la decisione di trasformare completamente il suo business portandolo sempre più verso la produzione di energia da fonti rinnovabili. Nel 2016 si quota in borsa e l’anno successivo vende le residue attività oil&gas concentrandosi solo sull’eolico, specie offshore. Cambia nome in Orsted in onore di un famoso scienziato danese e procede a crescere, anche tramite grosse acquisizioni, fino a diventare il maggior operatore al mondo. Oggi è presente in molti mercati e produce 11.000MW di energia e ha ordini per arrivare a oltre 21.000. E’ in grossa difficoltà perché per imprecisate ragioni di sicurezza nazionale si è vista bloccare per decreto del presidente alcuni importanti progetti già in fase di sviluppo avanzato nei mari della nazione innominata; evento che ha fatto anche soffrire parecchio le azioni in borsa. Questa notizia ha portato a reazioni di sdegno e grande preoccupazione da parte dell’industria eolica mondiale, di tutto il settore delle rinnovabili e di chi ha a cuore la transizione energetica del nostro pianeta.

Orsted, Vestas e danesi tutti (anche chi abita nella regione autonoma che si chiama Groenlandia) avete tutta la mia solidarietà.


 

*Responsabile analisi di mercato di Banca Patrimoni Sella

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