Pioggia di decreti attuativi e oscurità normative: perchè la Legge di Bilancio 2026 certifica l'inefficienza della politica
La scrittura frettolosa delle leggi e l’approvazione pedissequa e acritica da parte del Parlamento creano una palude in cui finiscono le grandi e le piccole necessità del Paese
Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti
Il commento
Tra le pieghe della Legge di Bilancio 2026 ci sono 2,2 miliardi che dipendono da una cinquantina di decreti attuativi che non erano previsti nella prima formulazione della legge a metà ottobre. In totale i decreti attuativi attesi sono 107, più o meno in linea con la cattiva abitudine consolidata da tutti i Governi alle prese con norme che escono incomplete o troppo complesse dal varo parlamentare. Erano “solo” 51 all’inizio dell’iter parlamentare della manovra. Vuol dire che il Parlamento non ha lavorato bene, o comunque con un tasso di efficienza inadeguato.
Niente di nuovo, ma non per questo motivo c’è da essere felici del funzionamento della “fabbrica delle leggi” del Paese. Un recente studio, ci conforta solo a metà. Il problema della legislazione troppo complicata non riguarda solo il nostro Paese, ma l’Europa intera, o almeno l’Unione europea. Lo studio Epicenter, pubblicato nel dicembre 2025, analizza 61 direttive Ue adottate tra il 2022 e il 2024, introducendo l'Indice di Qualità Normativa (Eu-Rqi) con un punteggio medio di poco superiore alla sufficienza: 66,9 punti su 100. Frasi troppo lunghe (più di 38 parole per frase quando un indice di chiarezza adeguato ne prevederebbe solo 20-25). L’"inflazione linguistica" rende spesso impenetrabili le norme per i cittadini e le imprese dell’Unione.
In Italia – secondo una ricerca pubblicata la scorsa estate su Lavoce.info - l'"oscurità" normativa è persino peggiore: l'85% delle frasi supera le 25 parole, con uso eccessivo di gerundi, verbi modali e rimandi incrociati (il 60% delle leggi rimanda ad altre norme e nel 60% delle frasi si annidano delle subordinate). Il corpus normativo italiano conta oltre 160.000 norme attive e 86 milioni di parole, in crescita del 3% annuo.
Questa ipertrofia contribuisce non poco all’incertezza, richiedendo la necessità di perfezionare le norme strada facendo con i cosiddetti decreti attuativi. Il Governo dei “migliori” (quello presieduto da Mario Draghi) si è rivelato quasi il peggiore degli ultimi anni, avendo previsto la necessità di 160 decreti attuativi per mettere a terra la Legge di Bilancio.
La scrittura frettolosa delle leggi e l’approvazione pedissequa e acritica da parte del Parlamento creano una palude in cui finiscono le grandi e le piccole necessità del Paese. Nel caso dell’ultima Legge di Bilancio si è assistito, come detto, al raddoppio dei decreti attuativi richiesti, nel corso dei lavori parlamentari (e governativi) consumati quasi compulsivamente negli ultimi due mesi dell’anno, e ancora di più negli ultimi quindici giorni di dicembre.
Molti dei pasticci e delle incompiute riguardano quei provvedimenti ammessi nella manovra, magari con bassi oneri di spesa, ma con l’intento di soddisfare piccole o grandi “constituency” elettorali. Un tempo avremmo detto “marchette”. Oppure si è parlato spesso di “legge mancia”, che la Treccani definisce “legge che, su sollecitazione di singoli parlamentari, finanzia svariati interventi particolari e limitati, da realizzare sul territorio, venendo incontro in particolar modo alle richieste delle realtà amministrative locali più piccole”. I parlamentari sostanzialmente esautorati dalla definizione della manovra, affidata al Governo, si accontentano di poter disporre di modeste somme da destinare a piccoli progetti per soddisfare i propri elettorati, o presunti tali.
Il pulviscolo di spese delle Legge di Bilancio 2026 che ha prodotto la richiesta di 56 decreti attuativi in aggiunta ai 51 originariamente previsti, dimostra due cose almeno. La prima: gli emendamenti approvati nella Legge di Bilancio sono stati presentati malamente e approssimativamente, quasi tutti. Il lavoro legislativo si è confermato improvvisato e non preparato, anche quando cerca di soddisfare gli interessi propri e dei propri elettori. La seconda: il veicolo della Legge di Bilancio si è caricato di impegni (che solo i decreti attuativi renderanno concretamente esigibili) di strana e diversa rilevanza: si va da 300mila euro (proprio 300mila euro!) per attività di “contrasto all’antisemitismo”, a un milione per la “custodia di animali con problemi comportamentali”; dai due milioni per non meglio specificati “interventi contro il bullismo” a mezzo milione per un “Fondo per iniziative contro la criminalità”. Briciole nel mare delle esigenze di criticità seria e di urgenze solo presunte.