Sanità, tra lunghe attese e visite private solo per ricchi. La presidente ADOC avverte: “Il diritto alla salute? Ormai un lusso. Ecco perché"
Affaritaliani ha intervistato Anna Rea, che lancia l’allarme sul rischio di un accesso alle cure sempre più condizionato dalle possibilità economiche dei cittadini
Anna Rea, Presidente Adoc
Sanità, tra lunghe attese e visite sempre più costose: "Un fenomeno che si ripete da anni"
Costi sanitari in aumento, liste d’attesa sempre più lunghe e un numero crescente di italiani costretti a rinunciare alle cure: Affaritaliani ha intervistato Anna Rea, presidente di ADOC, che lancia l’allarme su quanto ormai le cure in Italia siano accessibili solo essendo in una particolare situazione economica.
Costi delle visite in aumento, attese medie di 87 giorni nel pubblico contro 18 nel privato e oltre 13,6 milioni di italiani che nel 2025 hanno rinunciato a curarsi: è questo il rischio a cui stiamo andando incontro?
"I numeri parlano chiaro: la disparità tra pubblico e privato è un fenomeno che si ripete da anni e che gli italiani sono costretti a subire ingiustamente. Questa crisi è iniziata nel momento in cui la sanità pubblica – un’eccellenza europea che ha storicamente garantito protezione e un’aspettativa di vita elevata – ha smesso di essere considerata un diritto per diventare una mera questione aritmetica di bilancio.
Da quando la gestione è stata ridotta a una serie di tagli lineari, si è assistito alla chiusura di ospedali, al blocco del turn-over e al mancato rinnovo dei contratti. Oggi il sistema sopravvive grazie a lavoratori precari e sottopagati che, inevitabilmente, si vedono costretti a lasciare le strutture pubbliche".
Nel 2025 circa 26 milioni di italiani si sono rivolti al privato mentre solo il 23% ha una copertura assicurativa: il Servizio sanitario nazionale riesce ancora a garantire equità nell’accesso alle cure?
"Per quanto oggi sia in difficoltà, il Servizio sanitario nazionale resta il presidio fondamentale per la stragrande maggioranza delle persone, specialmente per le fasce meno abbienti e per la gestione dei casi gravi. Sul fronte delle assicurazioni, sebbene siano fortemente sponsorizzate dalle compagnie, ci stiamo pericolosamente avvicinando ai modelli delle democrazie occidentali prive di un welfare solido, come quello americano, dove le disuguaglianze sociali sono profondissime.
In un sistema simile, i costi assicurativi diventano così elevati che è difficile trovare un reale equilibrio o un ristoro economico efficace. Per questo motivo, nonostante la spinta verso il privato, la percentuale di chi possiede una polizza resta bassa: molti italiani, pur di non pesare sul bilancio familiare, finiscono purtroppo per rinunciare del tutto alle cure".
Se circa 1,7 milioni di persone hanno chiesto prestiti per spese mediche e sono stati erogati almeno 1,4 miliardi di euro di credito sanitario, il debito per curarsi rischia di diventare strutturale?
"Il fenomeno del ricorso al credito per potersi curare è il segno tangibile di una crisi profonda. Chi non può permettersi un’assicurazione sanitaria né ha la liquidità per pagare le prestazioni nel privato si trova costretto a indebitarsi. Spesso questo avviene attraverso circuiti di credito non sempre trasparenti, alimentando una spirale di precarietà finanziaria. Purtroppo, il rischio che il debito per la salute diventi strutturale è reale. Nel nostro Paese si sta trasformando il diritto alla salute in un lusso accessibile solo per pochi e questo è inaccettabile".
Il 63% rinuncia alle cure per i tempi di attesa e il 62% per i costi: secondo lei rischiamo una sanità pubblica sempre più residuale e una privata sempre più centrale?
"Da anni assistiamo a un lento ma costante processo di indebolimento della sanità pubblica a favore, prima, di quella privata convenzionata e, oggi, della “privata pura”. Si tratta di un progressivo depotenziamento della sanità pubblica, che pure rimane il presidio fondamentale per gli interventi più delicati e le patologie più complesse.
Le strutture private o convenzionate, per quanto diffuse, non sono quasi mai attrezzate per gestire le grandi emergenze o le cronicità più gravi. Nonostante ciò, gli investimenti sulla sanità continuano a essere residuali, scendendo persino sotto la media del PIL di molti Paesi liberali che non vantano il nostro livello di welfare".