“Ali Khamenei si è rifugiato sottoterra? È un segnale politico: così rafforza la Repubblica Islamica”

Intervista a Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico

di Federica Leccese

L'Ayatollah Ali Khamenei

Esteri

“Ali Khamenei si è rifugiato sottoterra? Ecco cosa significa”, parla l’analista geopolitico 

Le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran riportano al centro del dibattito internazionale la fragilità del Medio Oriente: siamo di fronte a un reale rischio di conflitto aperto o a una strategia di contenimento e pressione militare e diplomatica? Quali sono le mosse di Teheran e come reagirebbe Washington in caso di escalation? A fare chiarezza è Elia Morelli - ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico - che ad Affaritaliani svela il vero obiettivo del regime di Khamenei: “Sta puntando alla conservazione interna del potere e alla coesione della società, mentre rafforza la sua influenza regionale e il programma nucleare. Qualsiasi attacco esterno rischierebbe di compattare ulteriormente la popolazione intorno alla leadership”.

Quanto è credibile l’ipotesi che Ali Khamenei si sia rifugiato sottoterra? È una reale misura difensiva o soprattutto un segnale politico, rivolto sia all’interno sia all’esterno dell’Iran?

“È credibile che la Guida Suprema Ali Khamenei si sia rifugiata in un bunker sotterraneo. Lo scorso anno, durante la guerra dei 12 giorni di giugno, Israele, con un’azione militare coordinata dal Mossad, aveva eliminato i vertici scientifici e militari della Repubblica Islamica. Lo stesso primo ministro israeliano Netanyahu aveva dichiarato che l’obiettivo era colpire Khamenei. Per questo motivo, è plausibile che la guida suprema abbia adottato misure di protezione sotterranea.

Durante quel conflitto, Israele aveva anche colpito una delle residenze di Khamenei, il quale nel frattempo aveva trasferito parte dei suoi poteri esecutivi ai Pasdaran e ai tecnocrati militari, rafforzando così l’élite militare a protezione del regime.

Rifugiarsi sottoterra è quindi sia una misura difensiva sia un segnale politico: indica il mantenimento del potere e la conservazione del regime. Dopo il tentativo israeliano di eliminare Khamenei, il trasferimento dei poteri al Consiglio Supremo delle Guardie della Rivoluzione ha rafforzato ulteriormente questo messaggio politico interno, mostrando che il regime sta organizzando una continuità e conservazione della Repubblica Islamica”. 

In uno scenario di conflitto aperto, quanto sarebbe sbilanciato il rapporto di forza tra Washington e Teheran? Quale strategia sta seguendo oggi il regime iraniano?

“La strategia del regime iraniano è innanzitutto la conservazione del potere interno, in un Paese di 90 milioni di abitanti caratterizzato da un mosaico etnico complesso: il 60% della popolazione è persiana, ma ci sono anche azeri, baluci, curdi, arabi e altre minoranze. L’obiettivo strategico è compattare la società interna per evitare fratture che possano mettere a rischio l’integrità del Paese.

Allo stesso tempo, l’Iran cerca di consolidare la sua proiezione regionale, finanziando e sostenendo i principali attori dell’“Asse della Resistenza”, che comprende Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad Islamica in Palestina, gli Houthi in Yemen e diverse milizie sciite in Siria e Iraq. La volontà di sviluppare il programma nucleare rientra in questa strategia: nonostante gli attacchi israeliani e americani su siti come Natanz e Fordow, l’Iran è riuscito a preservare circa 400 kg di uranio, fondamentali per avanzare nel programma nucleare”. 

Quanto è realistico oggi un attacco diretto degli Stati Uniti contro l’Iran? Quali fattori potrebbero favorirlo o impedirlo?

“Gli Stati Uniti monitorano attentamente le tensioni interne in Iran: le proteste, il caro vita e l’inflazione potrebbero alimentare istanze indipendentiste delle minoranze etniche. Per questo, Washington ha rafforzato la propria presenza militare nella regione: ha spostato bombardieri strategici su Diego Garcia e la portaerei USS Abraham Lincoln verso il Medio Oriente, consolidando anche la base aerea di Al Udeid in Qatar.

C’è chi, come Reza Pahlavi, erede dell’ultimo Shah, auspica un cambio di regime sostenuto dall’esterno, ma si tratta più di un sogno che di una possibilità concreta. La popolazione iraniana, pur stanca delle restrizioni, resta profondamente legata alla propria tradizione statuale. Le manifestazioni, anche del movimento “Donna, Vita, Libertà”, hanno chiaramente rifiutato qualsiasi intervento straniero per abbattere il regime.

Un attacco esterno potrebbe paradossalmente rafforzare il fronte interno, compattando la popolazione contro una minaccia esterna”. 

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