"Groenlandia? Un attacco militare Usa è davvero possibile. Non è una boutade di Trump. Rischio disgregazione politica della Nato"
L'analisi dello stratega militare e geopolitico Arduino Paniccia
Groenlandia, l’azzardo americano che può spaccare la NATO
"Fino a poco tempo fa, l’idea di un intervento militare americano in Groenlandia sarebbe stata archiviata come una provocazione o una boutade geopolitica. Oggi non più. La traiettoria della politica estera degli Stati Uniti, sempre più segnata da decisioni unilaterali e improvvise, ha reso plausibili scenari che fino a ieri sembravano impensabili. L’Artico è ormai uno dei teatri centrali della competizione tra grandi potenze e la Groenlandia rischia di diventare il punto in cui il diritto di potenza entra in rotta di collisione con la tenuta stessa della NATO". Inizia così l'analisi di Arduino Paniccia, presidente della Scuola di guerra economica e competizione internazionale di Venezia (Asce), intervistato da Affaritaliani sulle minacce, ribadite più volte, da parte del presidente Usa Donald Trump e da altri esponenti dell'amministrazione statunitense di un intervento militare per annettere la Groenlandia, protettorato della Danimarca.
"L’ipotesi di un intervento militare statunitense sul suolo della Groenlandia – e quindi direttamente sul territorio del Regno di Danimarca, paese membro della NATO – appare oggi ancora sullo sfondo. Tuttavia, alla luce degli sviluppi più recenti della politica estera americana, non può più essere liquidata come una semplice provocazione teorica. Negli ultimi anni abbiamo assistito a eventi che, solo pochi mesi prima, sarebbero stati considerati impensabili: bombardamenti improvvisi mentre si proclamava la ricerca di un accordo diplomatico in Iran, operazioni unilaterali condotte senza reali passaggi al Congresso, azioni giustificate ex post in nome di una sicurezza definita in modo sempre più estensivo e personalistico. In questo contesto, l’idea di uno sbarco, di un blitz mirato o di un’occupazione “tecnica” di porzioni strategiche della Groenlandia non può più essere esclusa a priori", osserva lo stratega militare e geopolitico.
Una presenza militare già esistente
"La presenza militare americana in Groenlandia non è un’ipotesi futura, ma una realtà consolidata. La base statunitense sull’isola è la Pituffik Space Base, fino al 2023 conosciuta come Thule Air Base. L’installazione è pienamente operativa e oggi risulta, sotto molti profili, ancora più strategica di quanto non fosse durante la Guerra Fredda, anche se con personale molto ridotto. Dal 2020 le sue funzioni principali sono state poste sotto il controllo diretto della U.S. Space Force, a conferma del ruolo centrale che l’Artico ha assunto nella nuova competizione globale. Pituffik è oggi parte integrante dello scudo antimissile americano, di fronte ad uno schieramento notevole di basi russe artiche. La base nasce da un accordo bilaterale tra Stati Uniti e Regno di Danimarca del 1951, firmato in un contesto storico in cui la Groenlandia non godeva ancora di autonomia politica. Pituffik non è, peraltro una base NATO. È una base americana, gestita dagli Stati Uniti, che può essere messa a disposizione della NATO, ma che non risponde a un comando NATO né è soggetta a un controllo politico europeo diretto", sottolinea Paniccia.
Il fattore russo e la logica della sicurezza
"Dal punto di vista americano, una giustificazione strategica esiste ed è difficilmente contestabile sul piano militare. Dall’altra parte dell’Artico, la Federazione Russa ha costruito negli anni un sistema avanzato di basi, missili e capacità navali, con vettori puntati verso l’Occidente e verso gli Stati Uniti. Non si tratta soltanto di propaganda: una parte significativa di questo apparato è reale e operativa. Vladimir Putin non ha mai nascosto l’intenzione di trasformare l’Artico in uno dei principali teatri della competizione strategica globale. In questo quadro, la Groenlandia assume un valore che va ben oltre la dimensione territoriale: è un nodo cruciale per la difesa missilistica, per il controllo delle rotte polari e per l’equilibrio strategico tra le grandi potenze", aggiunge l'esperto di relazioni e politica internazionale.
Le fratture nella NATO non sono una novità
"Un’eventuale azione unilaterale americana in Groenlandia rappresenterebbe senza dubbio uno strappo grave all’interno della NATO, ma non costituirebbe un’anomalia storica assoluta. Non sarebbe la prima volta che l’Alleanza Atlantica conosce fratture interne profonde. Dalla crisi greco-turca del 1974, con un rischio concreto di guerra tra due membri NATO, fino all’uscita della Francia dal comando militare integrato nel 1966, la storia dell’Alleanza dimostra che l’unità non è mai stata scontata, fino al caso eclatante dell’acquisto dei sistemi missilistici russi S-400 da parte della Turchia e al successivo “blocco” delle basi americane. Episodi che hanno mostrato come, anche all’interno della NATO, gli interessi nazionali possano prevalere sulla logica collettiva", osserva ancora Paniccia.
La posizione dei grandi Paesi europei
"In uno scenario di questo tipo, la posizione dei principali Paesi europei – Italia, Francia e Germania – diventerebbe immediatamente centrale e allo stesso tempo estremamente scomoda. Di fronte a un attacco improvviso degli Stati Uniti alla Groenlandia, questi Paesi si troverebbero stretti tra la lealtà atlantica e la difesa del principio fondamentale su cui si regge l’Alleanza: la sicurezza collettiva non può essere garantita attraverso azioni unilaterali contro un alleato. Sul piano formale, Italia, Francia e Germania non avrebbero alcun obbligo di sostenere un’operazione non concordata e condotta contro il territorio di un Paese membro. Al contrario, sarebbero chiamati a prendere le distanze dall’azione militare, chiedendo consultazioni urgenti (Art.4) e riaffermando la necessità di una gestione condivisa della sicurezza sul fronte artico", spiega lo stratega militare e geopolitico
Il vero rischio: la disgregazione politica dell’Alleanza
"La NATO aveva ritrovato una coesione significativa con la guerra in Ucraina. Ed è proprio questa coesione che Trump sembra oggi mettere in discussione. L’Europa, certo, potrebbe anche riconoscere la rilevanza strategica del fronte artico e la necessità di rafforzare la deterrenza, ma solo all’interno di una chiara condivisione dei modi e dei mezzi con l’alleato americano In caso contrario, più che rafforzare la sicurezza occidentale, si rischierebbe di indebolirne definitivamente le fondamenta. E questa sarebbe una vittoria strategica non per Washington, ma per i suoi avversari. Rischio che le operazioni azzardate di Trump fanno correre", conclude Paniccia.
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