“Iran? Trump vuole distruggere il suo programma nucleare e la capacità di produrre la bomba atomica”. Ecco i veri obiettivi del tycoon

Intervista a Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico

di Federica Leccese

Trump (Foto Lapresse)

Esteri

“Iran, Trump punta a distruggere il suo programma nucleare”, l’analista spiega gli obiettivi del tycoon

Le altissime tensioni tra Stati Uniti e Iran sollevano interrogativi cruciali sul futuro del Medio Oriente: siamo di fronte a un conflitto imminente o a una strategia di pressione negoziale? Il rischio di un’escalation militare è reale? E quali sarebbero le conseguenze di un eventuale attacco USA? A fare chiarezza è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani svela il reale obiettivo del presidente americano Donald Trump: “Sfruttare l’attuale debolezza strutturale dell’Iran per disintegrare il programma nucleare e la sua capacità di produrre la bomba atomica”. 

Il rischio di un’escalation militare è reale? Quali sarebbero le conseguenze di un eventuale attacco USA, soprattutto considerando le minacce iraniane contro le basi americane?

“Sì, il rischio di un’escalation militare è concreto, e lo era già dalla fine dell’estate dello scorso anno. Ad agosto, il ministro degli Esteri iraniano aveva dichiarato che l’Iran si stava preparando a uno scontro totale contro Stati Uniti e Israele. A dicembre, pochi giorni prima dell’incontro alla Casa Bianca tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Donald Trump, il presidente iraniano aveva affermato che l’Iran era in guerra totale contro Israele, gli Stati Uniti e alcuni Paesi europei. Durante l’incontro alla Casa Bianca, Netanyahu presentò a Trump un piano per attaccare l’Iran.

In questo contesto, un eventuale attacco congiunto israeliano-statunitense contro centrali nucleari, installazioni militari, palazzi del potere e basi dei Pasdaran potrebbe avere il duplice obiettivo di rallentare o disintegrare il programma atomico di Teheran e di screditare il regime teocratico, accelerandone il collasso e la transizione.

Recentemente, ci sono stati spostamenti militari significativi, soprattutto dell’aeronautica statunitense. Washington ha trasferito bombardieri strategici B-2 in basi dell’area, tra cui il Qatar e l’isola Diego Garcia. Questi bombardieri erano già stati impiegati durante l’attacco alle centrali atomiche di Natanz e Fordow lo scorso anno, volto a rallentare la corsa all’atomica dell’Iran. Tuttavia, quegli attacchi non hanno distrutto completamente il programma nucleare iraniano. Uno degli obiettivi futuri potrebbe essere eliminare gli oltre 400 chili di uranio arricchito accumulati a Fordow, essenziali per la produzione della bomba atomica”. 

Quanto è credibile, secondo lei, la disponibilità di Teheran a negoziare mentre nel Paese sono in corso proteste di massa represse con violenza?

“All’interno dell’Iran c’è un dibattito su come riformare il regime, soprattutto negli apparati statali, e questo potrebbe aprire a negoziati con l’esterno, in particolare con gli Stati Uniti, per alleggerire la pressione sulla popolazione. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti utilizzano la minaccia militare per esercitare pressione sul regime.

Allo stesso tempo, il movimento ‘Donna, Vita, Libertà’, simbolo delle proteste femministe e dell’opposizione al regime teocratico, ha sempre sostenuto che il cambiamento deve venire dal popolo iraniano, non dall’intervento straniero. La società civile iraniana, stanca di anni di restrizioni, potrebbe reagire in modi diversi a un attacco esterno: da un lato coesione contro il nemico comune, dall’altro un aumento delle proteste, soprattutto se il dissenso economico si lega a tensioni etniche, considerando le numerose minoranze presenti nel Paese.

La giovane popolazione iraniana, frustrata dall’autocrazia e dall’umiliazione militare subita nel conflitto dello scorso anno, potrebbe spingere verso un cambiamento interno, sostituendo la leadership religiosa con una forma di governo più tecnocratica o militare, pur mantenendo un approccio conflittuale nei confronti di Israele”.

Le dichiarazioni di Trump segnano un reale cambio di rotta verso la diplomazia con l’Iran oppure sono parte di una strategia di pressione, in cui la minaccia militare viene usata come leva negoziale?

“La minaccia militare viene strumentalizzata come leva negoziale da Donald Trump, nell’ambito della cosiddetta ‘diplomazia della massima pressione’. Gli Stati Uniti vogliono sfruttare la debolezza strutturale dell’Iran per disintegrare il programma nucleare e sfaldare l’asse della resistenza nella regione, che include Hamas, la Jihad islamica palestinese, le milizie sciite in Iraq e Siria e gli Huthi in Yemen.

L’obiettivo è stabilizzare il Medio Oriente, facilitare la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i Paesi locali, e creare un’architettura di sicurezza regionale in cui Israele possa contenere l’Iran, permettendo agli Stati Uniti di concentrarsi su altre aree strategiche come l’Indo-Pacifico, l’America e l’Europa orientale”. 

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