Iran, dal crac della banca dei Pasdaran alle sanzioni: perchè le proteste non sono solo una questione di libertà (ma di soldi). Analisi 

Ecco come sanzioni, inflazione e collasso finanziario stanno incendiando l’Iran

di Enrico Verga

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Esteri

La crisi iraniana: una questione di libertà o di soldi? L'analisi 

Nel 2008 iniziò la crisi immobiliare americana, una bolla che era cresciuta vertiginosamente. Le banche concedevano credito a persone prive di solidità finanziaria; i debiti così acquisiti venivano poi rivenduti sul mercato finanziario come “crediti”, e il mondo sperimentò l’ennesima crisi finanziaria americana. I capitali occidentali in fuga dagli immobili si riversarono come un torrente di lava nel mercato delle commodity. In breve tempo, il prezzo di tutte le materie prime, in particolare quelle alimentari, aumentò drasticamente.

Le nazioni nordafricane, i cui cittadini destinavano una quota significativa del loro reddito al cibo, videro la loro vita in pericolo con il costo dei beni alimentari decuplicato. Presto il Nord Africa, guidato da governi neo-democratici, si infiammò. Quello che il mondo occidentale ricorda come le Primavere Arabe per la democrazia, in realtà furono “rivolte per il pane”.

Non era la democrazia ciò a cui aspiravano la maggioranza delle popolazioni nordafricane e medio-orientali, ma beni alimentari ed energetici che i governi, messi alle strette dalla finanza occidentale in cerca di facili profitti, non potevano più garantire a prezzi calmierati. Il resto è storia: la repressione dei leader nordafricani, un Egitto in mano ai Fratelli Musulmani, e una Siria — scampata all’aumento repentino del costo del cibo e alle minacce qatariote sulle condutture di gas — precipitata in una guerra civile.

Ora l’Iran brucia. È possibile che le vere cause di questa crisi risiedano, in gran parte, in una condizione di crisi finanziaria e alimentare non meno violenta di quella delle “Primavere Arabe”? Facciamo il punto.

L’economia iraniana e le fondazioni religiose

Il sistema economico iraniano, con la cacciata dello Shah e l’avvento della Guida Suprema, si è strutturato intorno a una solida base finanziaria partecipata dalle fondazioni religiose, le Bonyad.

Esistono tre entità persiane che spesso non vengono adeguatamente considerate nelle analisi sull’Iran: il Leader Supremo, i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) e le fondazioni religiose (Bonyad).

I Pasdaran, al termine del conflitto Iraq-Iran, ricevettero ampi riconoscimenti dall’allora Leader Supremo. Senza entrare nei dettagli storici del gruppo, oggi i Pasdaran insieme al Leader Supremo rappresentano un centro di potere economico e sociale di notevole rilevanza nella Repubblica Islamica.

Consideriamo il gruppo Mellat, una delle realtà finanziarie più importanti nella Repubblica (al collasso a causa delle sanzioni occidentali). I Pasdaran possedevano circa il 27,76% delle sue azioni. Tadbir Group, uno dei principali strumenti finanziari della fondazione Setad (del Leader Supremo), possedeva un ulteriore 1,13%. Uniti, detenevano il 29% e 2 dei 5 seggi nel consiglio di amministrazione.

Sulla carta, i Pasdaran e il Leader Supremo apparivano in minoranza. Tuttavia, considerando che gli altri tre seggi erano occupati da rappresentanti di altrettante entità governative (come Saba Tamin Investment, il fondo pensione dei dipendenti pubblici), è facile comprendere chi governi realmente. In un’analisi del 2013, la Reuters mappava l’estensione del gruppo Setad, affermando che “in pratica Setad controlla numerosi business tramite quote di minoranza. La Reuters ha identificato almeno 24 compagnie pubbliche in cui Setad, o sue controllate, possiede meno del 50%”.

In aggiunta, Setad possiede un portafoglio immobiliare stimato dalla Reuters in circa 52 miliardi di dollari, più quote di minoranza in compagnie quotate per circa 3,4 miliardi di dollari (stime del 2013).

Per quanto riguarda le Guardie della Rivoluzione, esistono circa 218 società non quotate possedute dalla dalla IRGC Cooperative Foundatione 85 compagnie appartenenti alla Basij Cooperative Foundation (Bonyad Taavon Basij). Queste società controllano ulteriori filiali, quindi la ramificazione del Leader Supremo e delle Guardie della Rivoluzione è estesa a tutti i livelli della società e dell’economia iraniana.

Un altro capitolo riguarda il ruolo delle fondazioni (Bonyad), che, specialmente dopo l’avvento dei rivoluzionari, è diventato vitale per la Repubblica. Queste organizzazioni predominano nell’economia iraniana non legata al petrolio. Stime approssimative indicano che oltre il 20% del PIL nazionale sia legato a questo ecosistema. Sono esenti da tassazione e supportano istituzioni pubbliche, radicando la loro attività in ogni segmento della società iraniana.

La Bonyad Shahid Va Omur-e Janbazan,  ad esempio, possiede oltre 100 aziende. La sua attività di sostegno sociale si è ampliata e ora i suoi interessi economici coprono diversi settori, dalle costruzioni alla logistica. La Mostazafan Foundation of Islamic Revolution, fondata con le ricchezze sequestrate allo Shah, svolge attività caritatevoli, ma i suoi asset sono stimati in oltre 10 miliardi di dollari. Tra le sue attività vi è la gestione di importanti gruppi, tra cui la National Iranian Oil Company.

Queste fondazioni, combinate con le attività delle Guardie della Rivoluzione e la Guida Suprema, costituiscono l’anima economica e sociale della Repubblica. Considerando questo ecosistema, si può comprendere la complessità economica e finanziaria della Repubblica iraniana e i suoi centri di potere. Di questo ecosistema fa parte anche Ayandeh Bank, una realtà recente nella storia post-Shah dell’Iran.

Ayandeh Bank: la Lehman Brothers iraniana?

Alla fine dello scorso anno, Ayandeh Bank, gestita da uomini vicini al governo e gravata da quasi 5 miliardi di dollari di perdite legate a NPL, è fallita. Il fallimento è diventato un simbolo del sistema finanziario iraniano in crisi, non meno di quanto lo fu Lehman Brothers per il modello finanziario americano.

Ayandeh Bank è stata fondata nel 2010 da Ali Ansari, un imprenditore iraniano che ha fuso due banche statali con un’altra da lui precedentemente fondata. Proviene da una delle famiglie più ricche dell’Iran ed è considerato vicino all’ex presidente conservatore Mahmoud Ahmadinejad.

Il Regno Unito ha sanzionato Ansari pochi giorni dopo il collasso di Ayandeh, definendolo un «banchiere e uomo d’affari iraniano corrotto» che ha contribuito a finanziare la vasta organizzazione paramilitare ed economica dell’élite iraniana, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. In una dichiarazione di ottobre, Ansari ha attribuito il fallimento della banca a «decisioni e politiche prese al di fuori del controllo dell’istituto».

Il collasso della banca, aggravato dalle sanzioni, dall’eccessiva concessione del credito e dalla dipendenza da moneta stampata in modo inflazionistico, è stato un evento chiave nell’economia iraniana. Come nel 2008 negli USA, quando tutte le banche cercarono aiuto dal governo, anche le banche iraniane si sono rivolte alla banca centrale. Un’ulteriore criticità è derivata da un massiccio investimento, l’Iran Mall, inaugurato nel 2018. Grande il doppio del Pentagono, il centro commerciale è una “città nella città” con cinema IMAX, biblioteca, piscine, complessi sportivi, giardini interni, showroom automobilistici e una sala degli specchi modellata su un palazzo imperiale persiano del XVI secolo. Il progetto era un esempio di “auto-prestito”, in cui la banca di Ansari ha concesso prestiti alle proprie società. Un funzionario della banca centrale ha affermato che oltre il 90% delle risorse della banca era vincolato in progetti gestiti direttamente dall’istituto stesso. La crisi è arrivata nel momento peggiore: la credibilità del governo iraniano era già stata duramente colpita da una guerra di 12 giorni con Israele e gli Stati Uniti a giugno. A novembre, Israele e USA hanno minacciato nuovi attacchi se l’Iran avesse tentato di ricostituire arsenali missilistici o programmi nucleari.

L’economia scende in protesta

Una crisi energetica legata alla scarsità di gas naturale dal 2024 ha provocato blackout estesi, nonostante le riserve petrolifere e di gas. I blackout, la carenza idrica e la svalutazione del rial hanno alimentato l’impressione di un collasso statale. Il governo ha tentato di placare i manifestanti con un sussidio mensile di 10 milioni di rial per persona e con promesse di reprimere la speculazione. Il governatore della banca centrale si dimise, sostituito da Abdolnaser Hemmati. Le proteste, iniziate a fine anno, si sono estese a decine di città.

Le proteste hanno visto in prima fila commercianti, che di solito non partecipano a manifestazioni di massa, scendere nelle strade di Teheran per chiedere sollievo economico. La ragione primaria è nella crisi della banca.

In pochi anni, l’Ayandeh Bank aveva rivoluzionato il settore bancario iraniano offrendo tassi d’interesse circa quattro punti percentuali superiori a quelli consentiti dal Consiglio per Moneta e Credito. Questa strategia ha attratto milioni di depositanti; entro il 2017, Ayandeh deteneva il 7,6% dei depositi del sistema bancario iraniano. Dietro a questo successo si celava però una rete di prestiti rischiosi e promesse gonfiate.

In ottobre 2025, il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni-Ejei, invitò pubblicamente la banca centrale a intervenire, minacciando misure legali se non lo avesse fatto. Il giorno successivo, la banca centrale annunciò lo scioglimento dell’istituto.

Il governo si fece carico dei debiti e impose la fusione con Bank Melli, il maggiore istituto statale del Paese. Altre cinque banche rischiano lo stesso destino, tra cui Bank Sepah, già assorbitrice di precedenti fallimenti.

Il direttore della vigilanza bancaria ha definito Ayandeh «uno schema Ponzi». Per molti iraniani, la banca simboleggiava un sistema in cui le poche risorse disponibili erano state deviate a beneficio di pochi ben collegati.

La crisi si inserisce in un quadro più ampio, accelerato dalle sanzioni statunitensi del 2018. Le banche iraniane hanno fatto affidamento su prestiti della banca centrale senza garanzie, spesso investendo in modo avventato e favorendo élite collegate. La stampa di moneta ha alimentato inflazione e indebolito la valuta.

Il risultato è stato un sistema finanziario fragile, dipendente dallo Stato, proprio mentre l’Iran affrontava ondate di sanzioni, il collasso di alleati regionali e conflitti diretti con Israele e USA. Nel 2019, secondo un’analisi di Mazarei, ex funzionario del FMI, il governo controllava circa il 70% del sistema bancario.

I salari non hanno seguito l’inflazione, spingendo gli iraniani al punto di rottura. Con il rial in caduta libera, commercianti e importatori subivano perdite continue.

Il bilancio governativo di dicembre 2025 prevedeva misure di austerità per 10 miliardi di dollari, tra cui la rimozione di tassi agevolati per le importazioni, taglio di sussidi sul pane e vendita di benzina a prezzi di mercato.

Fattori esterni: USA e Israele

Una stretta americana sul riciclaggio da parte delle banche irachene privò l’Iran di una delle principali fonti di dollari. La guerra di giugno con Israele costrinse il governo ad aumentare le spese militari e sostenere alleati come Hezbollah. Verso fine anno, dopo una tregua di sei mesi, la pressione militare è aumentata. Gli USA e Israele minacciarono nuovi attacchi legati al programma missilistico iraniano, con il raid americano a Caracas all’inizio di gennaio come esempio concreto. Le preoccupazioni per un nuovo attacco accelerarono la fuga di capitali, iniziata durante la guerra di 12 giorni con Israele. Gli iraniani convertirono rial in valute estere, oro e criptovalute. Djavad Salehi-Isfahani stimò la fuga di capitali tra 10 e 20 miliardi di dollari, definendola «una situazione negativa e insostenibile».

Sebbene a scendere in piazza siano stati i commercianti, i giovani hanno attirato l’attenzione dei media occidentali. La radice delle proteste risiede nella crisi economica e finanziaria, aggravata dalle sanzioni pluriennali imposte dagli USA.

L’evoluzione della crisi, presentata come rivoluzione democratica dai media occidentali, potrebbe rafforzare la leadership iraniana, eventualmente con il sostegno della Cina, riallineando economia nazionale e governo. I giovani restano i più vulnerabili: attratti dalla democrazia occidentale ma privi di opportunità lavorative.

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