La grande fuga dal Congresso degli Stati Uniti, 60 legislatori abbandonano l’amministrazione Trump

Con le elezioni di metà mandato a pochi mesi di distanza, una possibile guerra con l’Iran all’orizzonte e il durissimo colpo inflitto dalla Corte Suprema sui dazi, il presidente si trova davanti a una situazione durissima

di Riccardo Maria
Esteri

Dal nostro inviato a Washington - Non c’è pace per l’amministrazione Trump: con le elezioni di metà mandato a pochi mesi di distanza, una possibile guerra con l’Iran all’orizzonte e il durissimo colpo inflitto dalla Corte Suprema sui dazi, il presidente si trova davanti a una situazione durissima. L’estremizzazione della situazione politica statunitense però non pesa solamente sul tycoon, sempre apparentemente stanco nel corso di rally e conferenze stampa, ma anche e soprattutto su tutti i membri del Congresso. Se un tempo infatti la politica, per quanto dura, era basata sul rispetto, oggi viviamo nell’epoca degli insulti e degli attacchi personali. Deputati e senatori democratici non vengono risparmiati da durissimi “colpi bassi” da parte del presidente o del suo entourage, mentre i repubblicani vivono con il timore costante di dire, pensare o fare la cosa sbagliata e ritrovarsi senza l’endorsement presidenziale.

Il peso di tutto ciò si trasforma in una fuga dal Congresso, con ben sessanta legislatori totali, divisi in 51 deputati e 9 senatori, che hanno già annunciato l’intenzione di abbandonare il Campidoglio a novembre. Le ragioni dietro l’abbandono sono diverse: c’è chi, tra i più anziani, afferma che sia l’età giusta per andare in pensione; chi invece annuncia di voler passare più tempo con la famiglia; chi richiama motivazioni legate alla salute e, ovviamente, chi critica l’ambiente di lavoro. Secondo il think tank con sede a Washington “Brookings”, quelli che stiamo vivendo sono “dati storici”, poiché si tratta del numero più alto di ritiri combinati da entrambe le Camere in questo secolo, nonché uno dei più alti della storia americana. L’ultima volta con un numero sopra i cinquanta? Il 2018, quando in piena amministrazione Trump un numero incredibile di repubblicani abbandonò la Camera. A questo punto, il messaggio politico sembra chiaro: la resistenza di un membro del Congresso alla presidenza del leader Maga è limitata.

A novembre saranno più di 25 i candidati che abbandoneranno la Camera alla ricerca di incarichi più elevati, come seggi al Senato federale o cariche statali, estremamente ambiti e con un rapporto meno diretto con il presidente.

Il deputato democratico Raja Krishnamoorthi, interrogato dall’emittente "Nbc News" sul motivo per cui così tanti colleghi si stanno ritirando, ha osservato che l’arena politica non è stata esattamente un ambiente piacevole negli ultimi anni. “Nei miei 10 anni qui, credo che Donald Trump abbia contribuito a catalizzare un clima di forte tossicità partigiana”, ha affermato, aggiungendo: “Non ho mai conosciuto la normalità. E penso che chiunque sia arrivato qui aspettandosi qualcosa di diverso e si sia ritrovato immerso in questo miscuglio tossico di partigianeria, attacchi personali e insulti resti profondamente deluso”. Stesso discorso per la deputata democratica ottantunenne Bonnie Watson Coleman, che ha definito la presidenza Trump “nauseante”.

Il clima politico interno, unito all’incertezza sui risultati delle midterm, ha portato un numero significativo — 30 — di repubblicani ad annunciare il ritiro dalla Camera, in quello che molti leggono come un’evidente bandiera bianca in vista delle elezioni, nelle quali i democratici potrebbero ottenere risultati favorevoli secondo diversi sondaggi.

Infine, a complicare ulteriormente il quadro è la fragilità interna e la spaccatura di entrambi i partiti. Nel Partito Repubblicano è oramai sempre più evidente la divisione tra l’ala tradizionale, moderata e legata ad una visione conservatrice meno populista e la sezione “Make America Great Again”, dei fedelissimi del presidente Trump, composta da dirigenti e funzionari fortemente ideologizzati che seguono lo stile del tycoon nella politica e nelle comunicazione, attaccando duramente e costantemente avversari e non e rendendosi protagonisti di commenti “spiacevoli”.

L’ultimo esempio è il deputato Randy Fine, che ha scritto su X “se ci costringono a scegliere, la scelta tra i cani e i musulmani non è difficile”, ritrovandosi al centro di una grandissima polemica culminata con richiesta ufficiale di dimissioni da parte di numerosi democratici. Dall’altra parte, quella dem, la divisione è legata ad un ricambio generazionale e di leadership necessario. Dopo la sconfitta del 2024 le tensioni interne al partito sono aumentate a vista d’occhio, con Kamala Harris attaccata e criticata da più governatori che hanno visto nella sua campagna elettorale il fallimento del Partito Democratico statunitense. In questo ambito, tante nuove facce stanno uscendo allo scoperto, dai governatori Shapiro (Pennsylvania) e Newsom (California), a personaggi già noti e comunicatori di alto livello come la Ocasio-Cortez. Eppure, è evidente che manca una figura che, come Trump, riesca a “unire” l’elettorato e a convincere gli “elettori indipendenti”, ovvero coloro non iscritti a nessuno dei due partiti, a preferire i dem ai repubblicani.

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