Nuove proteste in Iran, Pegah Moshir Pour: "Anche senza Khamenei, la struttura della Repubblica islamica resterebbe. Urge limitare il potere dei Pasdaran"
“Le sanzioni verso l’Iran sono un disastro: portano alla fame la popolazione e l’élite si arricchisce sempre di più", dopo le proteste parla l'attivista Pegah Moshir Pour
Iran, un mese di proteste. Crisi interna e partita geopolitica: il rischio escalation e le voci sul bunker di Khamenei
L’Iran è precipitato in una nuova fase di tensione interna: dopo scioperi e mobilitazioni nate a fine dicembre sullo sfondo della crisi economica, le proteste si sono allargate a più aree del Paese. La repressione è diventata rapidamente il centro della scena: arresti di massa, sparizioni, intimidazioni e un blackout informativo e digitale che rende difficile capire cosa stia accadendo davvero.
I numeri restano controversi: le stime sulle vittime oscillano tra i dati ufficiali di Teheran e i conteggi di attivisti e ONG. Nelle ultime ore si parla anche di feriti prelevati dagli ospedali e di pressioni economiche sulle famiglie, fino al pagamento di somme per riavere i corpi. L’ONU ha chiesto un’indagine urgente sulle violazioni dei diritti umani legate alle proteste iniziate il 28 dicembre 2025.
Sul piano geopolitico, la crisi interna si intreccia con l’escalation mondiale: Washington ha rafforzato la postura militare nell’area e Teheran avverte che un eventuale attacco sarebbe trattato come “guerra totale”. In parallelo circolano indiscrezioni sulla sicurezza della Guida suprema Ali Khamenei, fino alle voci su un possibile rifugio in un bunker.
Per capirne di più Affaritaliani ha intervistato Pegah Moshir Pour: nata in Iran e cresciuta in Italia, a Potenza, è consulente di corporate responsibility e attivista per i diritti umani e digitali, tra le voci più seguite sulla situazione iraniana. È stata insignita a Palazzo Montecitorio dell’International Standout Woman Award e inserita da StartupItalia tra i 100 innovatori e innovatrici che hanno fatto la differenza nel 2022.
Dal monologo a Sanremo nel 2023 con Drusilla Foer al romanzo La notte sopra Teheran (Garzanti, 2024), Moshir Pour spiega perché oggi gli iraniani parlano di “rivoluzione”, come funziona la “macchina della paura”, anche digitale, e perché l’Occidente rischia di non vedere “il massacro che non si vede”.
L’intervista di affaritaliani a Pegah Moshir Pour
Hai detto che “l’Iran è un Paese difficile da raccontare e che bisogna guardarlo con gli occhi e il corpo di chi è lì”. Che cosa sta succedendo oggi in Iran? E perché, se davvero lo è, questa fase è diversa rispetto alle precedenti ondate di proteste? Parli spesso di un “massacro che non si vede”: ci fai una panoramica di quello che sta accadendo?
“Siamo davanti a quella che vuole essere chiamata rivoluzione. Gli iraniani dicono di non parlare di proteste, ma di rivoluzione: è il processo che hanno innescato dal 28 dicembre, con l’inizio di queste ennesime proteste da parte dei bazari — commercianti, piccoli e medi imprenditori — che hanno sempre un ruolo sociale e politico molto importante, essendo anche conservatori. Una volta che loro hanno iniziato le proteste per questioni economiche, nel giro di pochissime ore le proteste sono diventate contro il regime: è qualcosa che avevamo già sentito nel 2022, dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini. È l’ennesima conferma che il popolo non riconosce più questo regime come legittimo e vuole il suo rovesciamento.
Per i primi dieci giorni, fino al 7 gennaio, avevamo notizie e sapevamo quello che stava accadendo: le proteste erano tantissime in tutto il Paese. A un certo punto il regime ha perso il controllo, perché i fiumi di persone si facevano sempre più sentire. Il presidente Pezeshkian ha provato a negoziare con i manifestanti, soprattutto con la parte più conservatrice che si era ribellata, senza avere successo. Così, è intervenuto Khamenei, dicendo che i manifestanti devono essere repressi e che non bisogna avere alcuna pietà.
Da lì c’è stato il blackout dell’8 e 9 gennaio, dove si registrano — da numeri che sembrano usciti finora — più di 30.000 persone uccise in tutto il Paese. Sembrano numeri assurdi, però sono numeri che il regime aveva già commesso nel ’88, nel ’89 e nel 2019: gli iraniani non si spaventano, anzi dicono che bisogna farli ancora di più, per cinque volte.
Noi non conosciamo la condizione reale delle persone: anche di quelle ferite, a cui è stata negata la cura medica; non sappiamo se sono ancora vive, se sono decedute. E ci sono tutte le persone sequestrate, di cui non si sa a che punto sia la detenzione.
Sostanzialmente la situazione è molto più grave di quello che sono stati gli anni precedenti, da un punto di vista di impatto di crimini umanitari: per la forte repressione, ma anche perché attualmente vige la legge marziale. Le persone non possono uscire di casa, le strade sono pattugliate e si può continuare ad essere arrestati e uccisi anche se si esce magari a fare la spesa. Questo è il livello”.
Dopo la panoramica iniziale, il focus si sposta su un punto: capire cosa succede davvero quando la rete si spegne e l’informazione si interrompe. È qui che la repressione diventa anche una guerra dell’informazione.
In questi giorni circolano report che parlano di tantissimi morti — anche “più di 30mila” — soprattutto nella notte fra l’8 e il 9 gennaio. Tu parli spesso di propaganda e del fatto che il regime fa leva sulla paura, e dici che in Iran si cresce “imparando il linguaggio del potere per poterlo riconoscere”. Cosa significa? Si legge di arresti, sparizioni, intimidazioni — non solo con la violenza ma anche con la distruzione delle vite quotidiane — e anche di sequestri di attività: qual è la strategia del governo? Vuole finanziare o controllare questa repressione?
“Stiamo scoprendo tutto quello che il regime, in maniera sotterranea, ha sempre costruito, soprattutto da un punto di vista digitale. Tuttora c’è il blackout: ci sono persone che riescono a collegarsi per poche ore ma con tante difficoltà e soprattutto possono essere rintracciate e arrestate, con l’accusa “corruzione sulla Terra” (efsad fel arz), “guerra contro Dio” (moharebeh).
In queste ore c’è un ragazzo di 18 anni che rischia di essere impiccato: è uscito un video in cui viene detto al ragazzo che è “colpevole” per moharebeh, “guerra verso Dio”, e lui non sa neanche cosa voglia dire. Per far capire di cosa parliamo: di un ragazzo sceso in strada per chiedere semplicemente la libertà, arrestato, a cui dicono che la pena è la morte, e lui inizia a piangere
Il regime pubblica appositamente questi video per spaventare le persone e per non farle continuare a protestare.
Però il regime ha così tante crepe, da così tanto tempo, che adesso sono diventate incolmabili. Sono tutti arrabbiati, anche nelle aree più rurali che potevano essere legate alla propaganda del regime o all’idea della “protezione dal nemico”: queste cose non stanno più reggendo. Tant’è che oggi i funerali diventano delle feste, e anche il controllo degli assembramenti durante i funerali viene sabotato con la musica e con la danza. Gli iraniani sono così creativi che dovrebbe farci riflettere su quanta assenza ci sia stata, da un punto di vista internazionale, in tutti questi anni: non hanno ascoltato gli iraniani e li hanno fatti arrivare fino a questo massacro.
La comunità internazionale deve prendersi le responsabilità di tutti questi anni in cui non ha legittimato la voce del popolo e dei prigionieri politici. Non è possibile avere un’opposizione in Iran: quella che c’era è stata sempre repressa.
Ecco perché il regime cerca di negoziare con la parte dei riformisti, cosa che il popolo chiede di non fare. I riformisti nel 2009 hanno tradito la fiducia degli iraniani, soprattutto della nuova generazione nata dopo la guerra Iran-Iraq: speravano di cambiare l’Iran anche attraverso le elezioni, ma quel sogno era già morto ancor prima di nascere. Gli iraniani chiedono di non negoziare, perché anche i riformisti fanno parte dell’élite altamente corrotta e di cui non hanno alcuna fiducia.
Per questo dicono di avere bisogno dell’aiuto da fuori. È la prima volta che succede nella storia dell’Iran, perché nel ’79 c’era stato un aiuto da fuori, culminato con il ritorno dall’esilio di Khomeini: poi c’è stato “il grande inganno” in cui ci sono cascati tutti — laici, marxisti, comunisti, la sinistra e anche la destra legata a una certa tradizione — e sono stati traditi e messi in questo contenitore del regime, che negli anni si è stratificato sempre di più per proteggersi. Questa protezione va rimossa, strato per strato”.
Quando lo spazio interno viene azzerato e ogni opposizione viene schiacciata, il discorso inevitabilmente si sposta anche fuori dall’Iran. Ma, avverte l’attivista, la diaspora non è un blocco unico: sono “diaspore”, con visioni diverse e spesso in conflitto.
Negli ultimi giorni si è parlato della figura di Reza Pahlavi. Chi è oggi, che ruolo può avere? È un catalizzatore, un simbolo divisivo, una “carta esterna”? E come lo vedono gli iraniani?
“Qui arriva il grande dilemma della “diaspora”. Per gli iraniani non si può parlare di diaspora, ma di diaspore: ci sono vari gruppi con varie idee, vari modi di voler vedere l’Iran, ma sono tutti fuori dall’Iran dal ’79 e probabilmente non hanno neanche idea con che società hanno a che fare.
Il nome di Reza Pahlavi torna perché ci sono testimonianze e video in cui si sente: “a morte Khamenei e lunga vita al re”. Mettiamoci nei panni di persone che non hanno mai avuto un prima e dopo: il loro paragone è la monarchia dello scià. Alcuni invocano il suo nome perché lo vedono come una persona distaccata dal regime, l’unica in contrasto, e soprattutto, come qualcuno che possa portare una laicizzazione, una secolarizzazione del Paese.
Ma è una figura che non a tutti piace. Ci sono anche altri gruppi e altre persone che la pensano in maniera diversa e chiedono un referendum. Però il problema torna: chi presiede questo referendum? Internamente non c’è alcuna fiducia, perché a ogni votazione ci sono stati sempre brogli elettorali che hanno portato ai vari disastri. Per questo alcuni lo vedono come una figura che possa fare da garante per un periodo di transizione: è fuori dal Paese, potrebbe anche avere una credibilità politica nei rapporti con gli altri stati.
Detto ciò, lui è stato nominato da Trump — che ha solo detto che “è un bravo ragazzo”, quindi ha avuto lo stesso trattamento riservato alla Machado in Venezuela — e allo stesso tempo Trump vorrebbe negoziare, così come anche la premier Meloni vorrebbe, attraverso vie diplomatiche. Qui sta la difficoltà: da una parte c’è chi dice che non si vuole la negoziazione perché “sono tutti uguali”, anche i riformisti sono dentro il Parlamento, sanno benissimo dei capi d’accusa e non hanno fatto nulla per contrastare ma si sono agiati nel benessere; dall’altra, trovare una persona credibile che possa negoziare da un punto di vista politico è altrettanto difficile.
Per esempio, se si parla con i curdi, loro non considerano la figura del principe: hanno ricordi difficili dei loro padri, così come altre minoranze etniche o religiose. Bisogna essere onesti: non conosciamo la vera voce degli iraniani dentro il Paese: stiamo parlando di 92 milioni di persone. Però molti, pur di avere un cambiamento, sono disposti ad accettare tutto: è la voce della disperazione, della rassegnazione.
Gli iraniani non possono più sostenere tutto questo dolore. Non si sta neanche raccontando realmente quello che accade, perché non lo conosciamo a fondo, nonostante ciò, sappiamo che è successo di tutto, dallo sventrare l’utero delle donne fino a chiedere il riscatto dei corpi dei figli. È disumano. Bisogna seriamente intervenire e tutelare la popolazione”.islami
La conversazione si allarga alla geopolitica: cosa possono fare gli Stati Uniti e, più in generale, l’Occidente. E soprattutto: quali strumenti colpiscono davvero i vertici del potere senza scaricare il prezzo sui civili.
In questi giorni si è parlato anche dell’ipotesi che Khamenei si sia rifugiato in un bunker. Qual è il ruolo che Trump e Washington possono giocare oggi? Ti aspetti un attacco? E soprattutto: come può aiutare davvero la comunità internazionale? Sanzioni e deterrenza: chi paga il prezzo?
“La storia delle sanzioni verso l’Iran è stata un disastro perché hanno portato alla fame la popolazione e l’élite sempre più ad arricchirsi: parlo anche di imprenditori legati al corpo dei Guardiani della rivoluzione e alle banche che hanno creato per portare avanti i propri affari. Le sanzioni sono state anche un regalo ai Paesi vicini: una delle sedi principali è il Qatar, che ha giovato e continua a giovare dei vari scambi economici, perché con l’Iran non si possono fare accordi diretti e molti scambi vengono triangolati attraverso il Qatar. La comunità internazionale lo sapeva e ha sempre fatto finta di niente: così le sanzioni sono diventate uno strumento spesso inefficace.
Le sanzioni devono pesare su persone specifiche oppure pensare di mettere i Guardiani della rivoluzione nella lista dei terroristi, così si limitano un po’ i loro movimenti e affari. Ma deve essere una cosa che tutti devono fare, non solo alcuni: deve essere globale. Invece stiamo vedendo come la maggior parte dei Paesi musulmani non si sia minimamente esposta verso i manifestanti, perché gli interessi sono troppi. In qualche modo si preferisce un Iran sotto questo regime perché è controllabile, da un punto di vista geopolitico, e non un Iran libero e quindi, ad oggi, sconosciuto.
Sulla notizia del bunker: ogni volta che gli analisti dicono che sta per succedere un attacco, esce sempre la notizia che Khamenei si sia nascosto nel bunker. Anche se si uccidesse Khamenei, la struttura resterebbe perché è nelle mani dei Pasdaran: si taglia la testa, ma tutto il corpo resta. E il corpo è fedele a questa ideologia della Repubblica Islamica, che non ha nulla di Repubblica nè di Islamico: è pura corruzione, puro sfruttamento.
Quindi bisogna limitare i Pasdaran, perché anche se si uccide Khamenei resta l’ideologia e le persone che ne hanno giurato fedeltà. Parliamo di persone che hanno un potere oltre confine: l’8 gennaio sono arrivati dall’Iraq, Pakistan e Afghanistan delle forze militari per aiutare la repressione. I collegamenti ci sono. Poi abbiamo la Russia e la Cina, a cui va bene questo Iran con questo regime. Il gioco è molto ampio, molto complesso e non sarà un attacco che porterà alla fine. Potrebbe magari indebolire il sistema: si dice che entro questo fine settimana o il prossimo dovrebbe esserci un attacco, non si sa come, se sarà militare, se sarà cyber. È veramente complesso, perché negli anni non abbiamo fatto il giusto lavoro di supporto umanitario”.
Che cosa aspettarsi dai prossimi mesi, anche in relazione a questo possibile attacco per i prossimi giorni? E gli iraniani da che parte stanno?
“Anche qui ci sono varie voci. Da una parte mettiamoci nei panni di chi non può neanche piangere sulla tomba del figlio, perché non gli è stata data la possibilità di dargli un ultimo addio: se si arriva a invocare le armi o un intervento militare, penso che sia comprensibile. Io non so neanche immaginare che cosa significhi questo dolore, questa rabbia.
Dall’altra parte c’è chi non vuole altri morti. Anche perché, alcune testimonianze dicono che le persone arrestate sono state disposte vicino ai luoghi militari che probabilmente verranno attaccati: quindi useranno i civili come scudo. Il regime è questo: trova qualsiasi modalità pur di sopravvivere. La diplomazia può arrivare fino a un certo punto. Probabilmente bisogna inventare nuovi strumenti, dato che difese e attacchi crescono con il tempo. I prossimi mesi saranno veramente complessi.
L’unica cosa certa è non smettere di parlare dell’Iran. In questo momento più di 40.000 persone rischiano l’impiccagione, anche se i numeri reali degli arrestati dicono che siano molti di più. Le cifre uscite parlano di più di 40.000 che rischiano l’esecuzione per spionaggio e “corruzione sulla Terra”. Se ci dimentichiamo di nuovo dell’Iran, tutte queste persone verranno ammazzate. E il regime non ha alcun problema ad ammazzare: stiamo vedendo quello che fanno anche dopo la morte, con i corpi morti, quindi figuriamoci con i vivi”.
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