Ue, il generale Chiapperini: “Senza gli Usa l’Europa non può difendersi. Dietro la proposta di Macron il tentativo di Parigi di sostituirsi a Washington”

Intervista al Generale di Corpo d’Armata dei Lagunari in quiescenza e analista militare del Centro Studi dell’Esercito

di Federica Leccese
Esteri

“Dietro la proposta di Macron si cela la volontà di rimpiazzare gli Usa”, parla il generale Chiapperini 

“L’Europa deve decidere se diventare una potenza o essere spazzata via, rimanendo un mercato aperto ai quattro venti”. Queste le parole del presidente francese, Emmanuel Macron, che esorta l’Ue a “non piegare la schiena” di fronte all’aggressione economica americana. Ma quanto c’è di vero in questa affermazione? L’Ue sarebbe davvero capace di diventare una potenza militare-politica credibile ed autonoma dalla protezione americana?

A fare chiarezza è Luigi Chiapperini - Generale di Corpo d’Armata dei Lagunari in quiescenza, analista militare del Centro Studi dell’Esercito, già comandante dei contingenti multinazionali in Kosovo, Libano e Afghanistan - che ad Affaritaliani svela il reale obiettivo dell’inquilino dell’Eliseo: “Molti Paesi, pur riconoscendo la bontà di fondo della proposta di Macron, temono che dietro tale mossa si celi la volontà di Parigi di sostituirsi a Washington. Ma la Grandeur francese e l’idea di un’Europa più integrata sono incompatibili”.

Macron dice che l’Europa deve decidere se diventare una potenza o restare solo un grande mercato. Dal suo punto di vista operativo e strategico: oggi l’Unione Europea ha già gli strumenti minimi per essere una potenza militare credibile o siamo ancora lontani?

“Macron parla generalmente di autonomia strategica dell’Europa ma si scontra con lo scetticismo di molti Paesi, compresa l’Italia, i quali pur riconoscendo che qualcosa di epocale stia avvenendo, vorrebbero migliorarla senza perdere l’alleato più forte, cioè gli Stati Uniti. Per poter diventare una potenza militare credibile e autonoma, l’Unione Europea dovrebbe dotarsi di tutte le leve necessarie non solo nel campo prettamente militare ma soprattutto in chiave politica.

Quindi gli impedimenti sono ben due. L’impiego di uno strumento militare ha come corollario una politica estera e di Difesa comune reale che può essere esercitata solo da strutture di governo unificate o ricorrendo a formule di governance adeguate alle nuove sfide. Per molti i tempi non sono ancora maturi e pertanto si parla di un maggiore ricorso alla «cooperazione rafforzata» tra gli Stati membri, ovvero la ricerca di soluzioni pragmatiche sui singoli temi perseguendo coalizioni ad hoc che superino gli scogli delle decisioni “a Ventisette”.

Insomma si sta cercando la via migliore per superarli per dare maggiore peso all’Europa -sulla cui debolezza politico-militare sono tutti d’accordo- ma sussistono divisioni su come raggiungere l’obiettivo. Credo che molti Paesi pur riconoscendo la bontà di fondo della proposta di Macron, temano che dietro tale mossa si celi la volontà di Parigi di sostituirsi a Washington”.   

Macron parla esplicitamente di “non piegare la schiena” di fronte a un’aggressione economica o strategica degli Stati Uniti. Quanto è realistico, oggi, pensare a un’autonomia europea dalla protezione americana senza indebolire la sicurezza del continente?

“Dobbiamo essere franchi: al di là dei proclami, dal punto di vista militare oggi non saremmo in grado di difendere autonomamente la nostra Europa. È il frutto di decenni di sottofinanziamento al settore della Difesa, con l’Italia in prima fila in questa politica autolesionista. Non sto dicendo che siamo completamente disarmati ma ci sono settori critici nei quali l’Europa non dispone degli strumenti idonei: Intelligence e ricognizione strategica, trasporti strategici, difesa aerea, il tutto condito da una capacità industriale militare non ancora matura, solo per citarne alcuni.

Lo sforzo dell’Europa, intesa come Unione Europea ma anche come coalizioni più ristrette di Paesi europei e non (compresi Gran Bretagna e anche Canada, tanto per intenderci), deve tendere ad acquisire quelle capacità militari prima di poter pensare ad una vera autonomia strategica. Servono volontà, tempo e risorse”.  

Sui grandi programmi comuni franco-tedeschi, dall’aereo da combattimento al carro armato europeo: sono il nucleo di una vera difesa comune o rischiano di restare progetti simbolici, ostaggio delle rivalità nazionali?

“La cooperazione militare franco-tedesca ha avuto nel tempo alti e bassi con molti progetti avviati e pochi importanti portati a compimento. In passato, durante la Guerra Fredda, sono stati un vero e proprio flop ad esempio i programmi relativi al carro armato o all’aereo da combattimento comuni mentre maggiore fortuna ebbe la costituzione di una brigata da combattimento congiunta (a dire il vero poca cosa).

Ci stanno riprovando con un aereo di sesta generazione chiamato FCAS (Future Air Combat System) per sostituire entro il 2040 il Rafale in Francia e l’Eurofighter in Germania ma il progetto potrebbe naufragare in quanto, a detta di Berlino, i francesi vorrebbero accaparrarsi la maggior parte delle quote di produzione del nuovo jet avvantaggiando la sua industria. In tal quadro si inserisce l’interesse di Berlino al programma britannico-italo-giapponese GCAP (Global Air Combat Programme). Migliore sorte potrebbe avere il profetto congiunto franco-tedesco del nuovo carro armato, conosciuto come MGCS (Main ground combat system), grazie ad una più equa ripartizione delle quote e del workshare

In sintesi, qualcosa si sta  muovendo, ma tornando anche alla domanda iniziale, l’Europa può muoversi verso una opportuna e forse necessaria maggiore integrazione in tutti i campi ma la Francia, dopo i proclami più o meno condivisibili, dovrebbe rivedere al ribasso la sua visione storico-culturale di potenza globale alla guida dell’Europa: Grandeur francese e Europa più integrata sono incompatibili”.   

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