Usa-Iran sul nucleare, oggi i negoziati. La politica estera di Trump, un pendolo tra diplomazia e uso della forza

L’Iran difficilmente accetterà uno smantellamento settore missilistico e nucleare. Gli USA chiedono un Iran più pacifico e meno minaccioso per Israele

di Riccardo Maria

Donald Trump a Davos

Esteri

Usa-Iran: tra diplomazia e minaccia

Dal nostro inviato da Washington - Iran, Ucraina-Russia, Cina, Groenlandia e NATO: queste sono le questioni cardine della politica estera dell’amministrazione Trump, con gli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner che proprio nella giornata di oggi si trovano in Oman con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi per le discussioni sul nucleare di Teheran.

Sul Paese mediorientale, nelle ultime settimane, Trump è apparso sorprendentemente diplomatico in più occasioni. Pur mantenendo sempre l’opzione militare sul tavolo, il presidente ha ribadito costantemente di voler portare avanti negoziati basati sulla diplomazia, affidando, come già fatto per il dossier ucraino, il tutto al fidatissimo Steve Witkoff, ex imprenditore immobiliare, e al genero Jared Kushner.

La strategia appare dunque unificata in un’unica scacchiera negoziale, in cui il gioco della diplomazia è gestito principalmente da Trump, Rubio e Witkoff, con Kushner e Vance pronti a supportare e presenziare quando necessario. Ad ogni modo, il tema del nucleare iraniano rimane centrale nell’agenda di Trump. Proprio il vicepresidente JD Vance, in un’intervista rilasciata mercoledì, ha sottolineato l’importanza di non lasciare a Teheran una tecnologia così potente, affermando di essere “certo” che, una volta sviluppata, “l’intero Medio Oriente cadrà nella proliferazione nucleare”.

Questo è dunque l’obiettivo chiave che Witkoff e Kushner dovranno cercare di sventare nei colloqui odierni, inizialmente cancellati e poi rilanciati presumibilmente dopo una serie di pressioni da parte di leader arabi. Il timore dei Paesi mediorientali — che negli incontri originariamente organizzati in Turchia avrebbero dovuto presenziare come osservatori dei colloqui di pace — è che un nuovo bombardamento statunitense, con probabile supporto o coinvolgimento israeliano, possa questa volta portare a un conflitto più esteso.

Il regime di Teheran appare più debole che mai e le azioni nello Stretto di Hormuz, tra cui il tentativo di intercettare una petroliera battente bandiera statunitense, evidenziano come la potenza dei pasdaran sia fuori controllo e pronta a tutto. Il canale diplomatico risulta quindi cruciale e centrale, anche se raggiungere un accordo appare estremamente complesso.

Analisti ed esperti di Medio Oriente si dicono incerti sull’esito dei negoziati: l’Iran difficilmente accetterà uno smantellamento totale del settore missilistico e nucleare, mentre gli Stati Uniti si presenteranno al tavolo chiedendo un Iran il più possibile pacificato e meno minaccioso per l’alleato israeliano. Nel frattempo, la presenza di portaerei statunitensi in Medio Oriente non fa che aumentare la tensione.

Nella giornata di ieri, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha sottolineato durante un briefing con la stampa un concetto che, pur non essendo stato finora esplicitato, circolava già a Washington: Trump vuole la diplomazia, “ma è pur sempre il comandante della più grande forza armata della storia mondiale”. La minaccia è dunque chiara: accettare le richieste statunitensi o soccombere ai bombardamenti.

Nel frattempo, la questione ucraina rimane aperta e sempre più complessa. I colloqui avanzano, con Witkoff e Kushner costantemente presenti, eppure, incalzato dai giornalisti nello Studio Ovale, Trump appare spesso incerto nelle risposte. In questo caso, il Tycoon, storicamente diretto, sceglie una strategia comunicativa più “larga”, parlando di una guerra estremamente violenta, auspicando la pace e attribuendo le responsabilità a entrambe le parti, con Zelensky e Putin che, a suo dire, condividono “un odio incredibile” reciproco, rendendo i negoziati particolarmente difficili.

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