Non è questo che sognavo da bambina: diventare adulti tra stage e precariato

La generazione del “puoi fare quello che vuoi se davvero ci credi” si scontra con la realtà e la disillusione: intervista a Sara Canfailla e Jolanda Di Virgilio

di Sara Perinetto
Libri & Editori
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Ida è una ragazzina come altre: 25 anni, tanti sogni ma più voglia di uscire la sera con le amiche che di realizzarli. Dopo il diploma si prende una laurea triennale, poi si iscrive a un corso di sceneggiatura nella più rinomata scuola di Cinema di Milano, la città in cui vive da fuorisede… e poi? 

L’incontro col mondo del lavoro è freddo, privo di slanci, deludente: sognava di fare la sceneggiatrice di grandi film e si ritrova a scrivere copy, brevi frasi idiote per esprimere l’irrefrenabile entusiasmo di osservare un piatto di ravioli al sugo. 

All’inizio, Ida si ribella pigramente a questo mondo che le sembra insulso e denigrante, ma poi… qualcosa cambia e subentrano nuove consapevolezze sul diventare adulti e sul mondo del lavoro. Ma è questo che desiderava da piccola?

Ne abbiamo parlato con Sara Canfailla e Jolanda Di Virgilio, coautrici del loro romanzo d’esordio edito da Garzanti, Non è questo che sognavo da bambina.


 

 

Ida è un personaggio che incuriosisce e, che piaccia o no, si finisce comunque per volerle bene. Però si ha un po’ l’impressione che sia una bambina viziata che vuole molto ma fa poco per ottenerlo. Era questo il vostro intento?

J. Questo feedback ci è arrivato da molti lettori e siamo contente che Ida sia un personaggio divisivo. Ma, in fondo, tutti ci siamo trovati a fare un lavoro che non era quello dei nostri sogni, e la repulsione che può venire dal personaggio non impedisce di empatizzare con lei. Tratteggiarla con dei toni infantili ci serviva anche per raccontare il passaggio all’età adulta, e mostrare davvero il cambiamento.

S. Volevamo rendere il personaggio più realistico possibile e questo implica anche la necessità di sporcarlo con dei difetti. È un personaggio in evoluzione. Volevamo mostrare quel momento in cui si passa da una vita di belle speranze in cui hai investito molto nei tuoi sogni a una completamente differente, rendere quella frustrazione che si traduce in una lamentela continua, sottolineare come quella distanza, questo momento di scontro con la vita reale, possa tirare fuori il peggio di te, quando pensi: “Ho fatto tutto per niente e non arriverò mai dove volevo arrivare”.

Tutte le parti più viziate e infantili vengono tirate fuori prima di mettere a fuoco che, magari, anche se diversa da quello che sognavi, la situazione in cui sei arrivata ti può piacere lo stesso. Passi attraverso questo battesimo del fuoco e soffri, sei spaventata perché è una situazione che non hai scelto, la vivi come una condanna, poi maturi. Non volevamo essere giudicanti ma solo mostrare questo periodo che tira fuori il peggio di te. 

J. Anche il titolo contiene volutamente sia la dimensione dell’infanzia che quella del sogno, di quelle persone cresciute con il mito del “potrai fare tutto quello che vuoi basta che ti impegni, che ci credi”. Non volevamo raccontare la storia dell’uno su mille che ce la fa, ma la storia di tutti gli altri 999 che invece si scontrano con la realtà. Abbiamo sempre tenuto tantissimo a non dare giudizi: per questo, anche se siamo molto Ida-centriche, abbiamo contornato la protagonista di voci differenti che la ritirano sulla terra e la ridimensionano, dai colleghi agli amici. 


 

Quanto c’è di voi in Ida?

S. Moltissimo. Ida nasce come una trasposizione di noi, avevamo necessità di creare un personaggio che non fosse né Sara né Jolanda, che fosse a volte migliore e a volte peggiore di noi, che racchiudesse le nostre esperienze ma anche quelle delle persone che ci stanno attorno. Anche il modo in cui si rivolge a Gio e lo stile della loro prosa rispecchia il modo in cui noi comunichiamo.

Ida è nata come una sorta di sfogatoio di quello che ci succedeva ma a un certo punto è diventata una persona a sé stante, tanto che ci sentivamo di essere in tre, di parlare di una persona che esistesse davvero. 

E l’idea del libro quando e come è nata? 

J. Circa 4 anni fa. Frequentavamo due stage e comunicavamo via mail raccontandoci quello che vivevamo, ci confrontavamo, con lo stesso tono che è all’interno del romanzo. Da qui è nata l’idea di scrivere la storia di una stagista che comunica con l’amica tramite mail e l’abbiamo sviluppata come un progetto di newsletter digitale autonomo nell’arco di un anno e mezzo, nei momenti buchi: ho questa foto di noi al ristorante cinese a mangiare col computer sul tavolo per scrivere queste mail.

Poi il progetto finito ci piaceva molto e l’abbiamo presentato alla Garzanti che si è appassionata alla voce, al personaggio, al tema ma ci ha chiesto di costruirci sopra un romanzo. E così siamo arrivate al libro.

Come Ida, siete fuorisede. Anche il vostro rapporto con la famiglia è altrettanto turbolento?

S. Per fortuna no: sono andata via da casa perché ho un carattere molto indipendente ma ho conservato un bel rapporto con i miei genitori. Certo, erano magari preoccupati che il lavoro che sarei finita a fare non mi avrebbe dato frutti, ma per il contesto economico e sociale, non per colpa mia. 

J. Anch’io ho una famiglia più comprensiva, anzi sono stati proprio loro a incoraggiarmi a rincorrere i miei sogni: io e i miei fratelli siamo cresciuti in questa dimensione di totale libertà. La descrizione della famiglia di Ida è solo strumentale alla storia, per ricostruire un ambiente ostile nel quale la protagonista si sentisse estranea. Volevamo farle vivere il peggiore dei momenti per raccontare quella sensazione di non sentirsi a casa mai, di voler andare via da Milano ma senza sapere dove tonare, di non avere radici.


 

La critica allo sfruttamento lavorativo dei giovani c’è ma non approfondita. È una scelta?

S. Sì, volevamo narrare una storia di persone senza addentrarci nella politica. Spesso si parla di questo sistema degli stage in Italia senza però andare a vedere le ricadute sull’individuo. Entri in competizione con un’altra persona che è esattamente come te ma in cui sei obbligata a vedere una nemica. Faccio di tutto per metterti in difficoltà perché voglio arrivare al contratto indeterminato, come se fosse la normalità.

Ti ritrovi a fare delle scelte e solo alla fine ti rendi conto di quanto ti hanno allontanata dalla persona che sei, diventando quello che il sistema voleva che fossi. Volevamo mettere in luce le dinamiche terrificanti e controproducenti con una storia leggera che però tra le righe fotografasse una realtà più profonda.

J. Sono completamente allineata, come direbbe Ida. È una questione di cui abbiamo discusso spesso perché l’argomento è caldo: precariato, lavoro digitale… sono temi che hanno un respiro politico e sociale da cui non vogliamo tenerci alla larga per principio, ma il libro è nato per esigenze personali, siamo partite dal personaggio, dal caratterizzarlo, non da un messaggio.

Certo la questione del precariato è presente ma volevamo più raccontare le persone e come il mondo del lavoro si riflette nelle relazioni: le dinamiche dei legami all’interno dell’ufficio con persone che sembrano amiche ma non lo sono, ma ci passi la maggior parte del tuo tempo. Anche la relazione col capo non vuole raccontare una storia d’amore ma come la percezione del potere influenza le nostre scelte. 

La fine del libro si presta bene a un seguito, lo chiudi e ti chiedi che cosa succede dopo. È nei vostri progetti?

J. In effetti già per il progetto digitale originario avevamo pensato a una “seconda stagione”, con un respiro più ampio, che guardasse soprattutto all’ambiente dell’ufficio. 

S. Credo che appena finirà questo periodo di centrifuga ci metteremo a cercare di capire se vogliamo davvero assecondare l’iniziale pulsione di dare un seguito. Sicuramente ci piacerebbe ma non so ancora in che forma. Di certo, l’arena in cui Ida si muove è molto forte e con tante storie che potrebbero essere approfondite.

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