Fenomenologia di Tommaso Cerno, il fasciocomunista che conquista anche Rai2

Dal giornalismo di provincia alla direzione dell'Espresso fino alla candidatura con il Pd; poi la fascinazione verso la destra e il progressivo avvicinamento al melonismo di lotta e di governo

di Rocco Smatti
Tommaso Cerno
MediaTech

Fenomenologia di Tommaso Cerno, il fasciocomunista che conquista anche Rai2

«Solo gli stupidi non cambiano mai idea», diceva qualcuno. Ma in Italia, più che cambiare idea, sembra diventato normale cambiare campo. E quando accade a figure che hanno costruito la propria identità pubblica su battaglie precise, il cortocircuito narrativo è inevitabile. La parabola di Tommaso Cerno — dagli inizi nel giornalismo locale friulano alla direzione dell’Espresso, dalla politica nel Pd fino al ruolo di voce spesso percepita come vicina al melonismo — racconta molto più del suo percorso personale: racconta l’Italia mediatica degli ultimi vent’anni.

Gli inizi della carriera sono quelli del giornalismo classico, di provincia e di cronaca. Nato a Udine nel 1975, Cerno muove i primi passi nelle redazioni locali del Friuli Venezia Giulia, lavorando tra stampa e televisione regionale, fino ad approdare al Messaggero Veneto, quotidiano storico del Nord-Est, dove si occupa di cronaca e politica. È lì che costruisce il profilo di giornalista attento ai temi civili e sociali, prima del salto verso le testate nazionali e l’ingresso nel gruppo editoriale L’Espresso-Repubblica, che ne consolida la visibilità nel panorama giornalistico italiano.

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Cerno arriva così sulla scena nazionale come direttore di un settimanale simbolo della cultura progressista. La nomina alla guida dell’Espresso arriva il 29 luglio 2016, quando subentra a Luigi Vicinanza, restando in carica fino all’ottobre 2017, quando passa a Repubblica come condirettore.

L’Espresso non era solo una testata: era un’identità, un modo di stare nel mondo, un presidio di un certo liberalismo italiano. Poi la politica. Nel gennaio 2018 annuncia la candidatura con il Partito Democratico e viene eletto senatore alle elezioni politiche del marzo 2018, nel collegio di Milano Centro. Una collocazione chiara, quasi naturale per chi aveva costruito la propria carriera dentro un certo ecosistema culturale.

Eppure la storia non finisce lì. Negli anni successivi, il suo posizionamento pubblico cambia, si sposta, si trasforma. Cerno diventa una voce spesso apprezzata in ambienti che un tempo guardavano con sospetto il suo profilo. Non è un caso isolato: il sistema mediatico italiano premia chi rompe gli schemi, chi sorprende, chi spiazza. Ma il passaggio resta significativo perché tocca un nodo sensibile della politica italiana contemporanea: la ridefinizione dei confini ideologici.

Il punto più interessante — e forse più rivelatore — non riguarda le etichette politiche, ma la tensione culturale che emerge. Perché Cerno è anche un simbolo di una generazione che ha vissuto battaglie civili cruciali, a partire dai diritti LGBT. E vedere una figura apertamente omosessuale dialogare con una destra che storicamente ha mostrato diffidenza, quando non ostilità, verso quei temi, apre una domanda più grande: è cambiata la destra, o è cambiato il modo di interpretare le identità politiche?

La risposta non è semplice. Da un lato, la destra italiana ha compiuto una trasformazione comunicativa evidente, cercando legittimazione in ambiti un tempo lontani. Dall’altro, il mondo progressista sembra aver perso il monopolio culturale su alcune battaglie, lasciando spazio a percorsi individuali meno prevedibili. In questo contesto, la figura di Cerno diventa quasi paradigmatica: non tanto per ciò che dice, ma per ciò che rappresenta.

Negli ultimi anni questa traiettoria ha avuto anche una traduzione editoriale precisa. Dal 1º marzo 2024 diventa direttore de Il Tempo, quotidiano di area conservatrice, incarico mantenuto fino al 30 novembre 2025. Poi un ulteriore passaggio simbolico: dal 1º dicembre 2025 assume la direzione de Il Giornale, succedendo ad Alessandro Sallusti.

Negli ultimi mesi, questa trasformazione si è riflessa anche nella sua presenza televisiva. Ospitate, ruoli da opinionista e co-conduzione in programmi Rai hanno alimentato il dibattito politico, fino alla notizia di una striscia quotidiana su Rai2, prevista dal lunedì al venerdì, con un costo complessivo indicato attorno agli 848 mila euro e un compenso stimato di circa 3.000 euro a puntata per il giornalista, all’interno di un budget più ampio legato alla produzione del format.

Numeri che hanno acceso polemiche parlamentari e critiche da parte delle opposizioni, in particolare sul tema dell’utilizzo delle risorse del servizio pubblico e sull’equilibrio politico percepito nella programmazione Rai. Ma proprio qui si inserisce il nodo più interessante: la trasformazione del ruolo del giornalista nel sistema italiano. Il confine tra opinionista e protagonista politico si è assottigliato fino quasi a scomparire. Chi commenta diventa personaggio, chi analizza diventa parte del racconto. E così la coerenza ideologica lascia spesso il posto alla capacità di occupare il centro del dibattito, qualunque esso sia.

Forse, più che giudicare la parabola di Cerno, bisognerebbe leggerla come un segnale dei tempi. In un’Italia dove le appartenenze si sfaldano e i confini si spostano, le biografie diventano fluide. E chi ieri era simbolo di una parte può oggi essere interlocutore dell’altra, senza che questo susciti più lo scandalo di un tempo.

Resta però una domanda, che non riguarda solo lui: quando il dibattito pubblico premia soprattutto il movimento e la sorpresa, che fine fa la bussola ideale? È davvero la politica ad aver superato le vecchie categorie, o siamo noi — spettatori e lettori — ad aver smesso di chiederci dove finisce la coerenza e dove comincia la strategia? E un'ultima domanda: ma davvero per parlare di certi temi serviva ingaggiare (per 225mila euro) il direttore de Il Giornale? Non c'era nessuno in seno a Mamma Rai capace di parlare di certe cose?

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