Morti lontani, silenzi vicini

Per la Palestina, la mobilitazione è stata vasta, trasversale, rumorosa. Poi c’è l’Iran. E lì il volume si abbassa. Soprattutto sul fronte progressista. Il commento

di Alessandro Pedrini

Iran (Foto Lapresse)

Milano

Morti lontani, silenzi vicini

In Italia ci siamo scoperti improvvisamente esperti di Medio Oriente. Con bandiere, cortei, cori ben scanditi e una certezza granitica: sapere sempre da che parte stare. Per la Palestina, la mobilitazione è stata vasta, trasversale, rumorosa. Università occupate, piazze piene, dibattiti infiniti. Un coinvolgimento emotivo e politico che ha attraversato la sinistra come una scossa elettrica.

Poi c’è l’Iran.

E lì il volume si abbassa.

Eppure in Iran si muore. Si muore davvero. Si muore per strada colpiti da proiettili sparati ad altezza uomo, nelle carceri, nei commissariati, negli ospedali “dopo malori improvvisi”. Si muore perché si protesta, perché si toglie un velo, perché si chiede ciò che in Europa diamo per scontato: la libertà.

Ma di cortei se ne vedono ben pochi. Di bandiere, quasi nessuna. Di slogan, zero. Il problema non è la Palestina. Il problema è la selettività morale. La sinistra italiana — che storicamente ha fatto dell’internazionalismo un vessillo — sembra oggi applicare una curiosa graduatoria del dolore. Alcune vittime meritano attenzione, altre no. Alcune morti scaldano i cuori e riempiono le piazze, altre restano cronaca estera, possibilmente in fondo al giornale.

Perché? Perché l’Iran è scomodo.

Non rientra facilmente nella narrazione del “forte contro il debole” così cara ai manifesti. È un regime teocratico che opprime il suo stesso popolo, soprattutto donne e giovani. Non offre il conforto di un nemico esterno semplice da additare. Costringe a una presa di posizione netta contro una dittatura cui, per anni, una parte dell’Occidente ha preferito guardare con indulgenza, quando non con imbarazzato silenzio.

C’è un passaggio nelle parole di Piero Fassino – come ben narrato da Nicola Porro nel suo graffiante editoriale -  che restituisce con chiarezza lo stallo in cui si è infilata la sinistra. Sull’Iran — osserva l’ex ministro — l’Europa, e in particolare il fronte progressista, avanzano con una prudenza tale da sconfinare nell’inerzia. Intervenendo a La7, Fassino parla senza attenuanti di una vera e propria “timidezza” nel costruire una mobilitazione forte e riconoscibile a sostegno degli iraniani che sfidano apertamente il regime.

Una cautela che non nasce dal caso, ma da un calcolo politico interno: il timore che un sostegno troppo esplicito possa essere interpretato come una legittimazione di scenari geopolitici sgraditi, magari a trazione statunitense.

È in questo spazio di ambiguità che si colloca Elly Schlein.

La segretaria del Partito Democratico si è detta “favorevole” all’ipotesi di una manifestazione per l’Iran. Un’apertura che, tuttavia, resta per ora priva di conseguenze. Perché “favorevole” è una posizione che non mobilita, non espone, non sceglie. E senza un gesto politico visibile, la solidarietà rischia di restare confinata al perimetro rassicurante dei talk show, più dichiarata che praticata.

Difendere i palestinesi non costa nulla, anzi, porta consenso.

Difendere gli iraniani significa esporsi. Significa dire che esistono regimi “amici” che amici non sono. Significa disturbare equilibri ideologici, rompere vecchie abitudini, ammettere che la libertà non ha colore politico.

E allora si tace.

Montanelli avrebbe detto che la pietà a intermittenza è solo una forma educata di ipocrisia. E aveva ragione.

Perché una vita umana non vale meno se muore a Teheran invece che a Gaza.

E una ragazza uccisa perché protesta non è meno degna di solidarietà solo perché non rientra in un racconto comodo.

Il silenzio sull’Iran non è distrazione.
È una scelta.

E le scelte, prima o poi, presentano il conto, anche in termini di consenso.

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