A Parigi per riscoprire Paolo Troubetzkoy, principe della scultura e della Belle Époque

La mostra al Museo d'Orsay fuga i pregiudizi che spesso hanno circondato lo scultore italiano, di nobili origini russe e cosmopolita per vocazione, mentre la Galleria d'Arte Moderna di Milano ospiterà una importante retrospettiva dedicata al Maestro

di Gian Piero Rabuffi

Comte Robert de Montesquiou, 1907

Milano

A Parigi per riscoprire Paolo Troubetzkoy, principe della scultura e della Belle Époque

Pavel, Paolo, Paul. Tre nomi per scandire la parabola umana e artistica di Troubetzkoy. Il principe di origini russe nato e cresciuto a Verbania, che fece del cosmopolitismo la sua bandiera, tra Milano, Parigi, gli Stati Uniti. Figura chiave della irresistibile stagione della Belle Époque, a centosessanta anni dalla sua nascita lo scultore è protagonista di una mostra che si articola proprio tra la capitale francese ed il capoluogo lombardo. Al Museo d'Orsay sino all'11 gennaio 2026 l'esposizione che beneficia del prestito di numerose opere provenienti dal Museo del Paesaggio di Verbania, ma anche di sculture provenienti da Petit Palais di Parigi, San Francisco Museum of Fine Arts, Museo Sorolla di Madrid, Detroit Institute of Art, si propone un compito critico non banale: provare a sfatare quei pregiudizi che hanno accompagnato l'artista sin da quando era in attività e che non lo hanno abbandonato nemmeno negli anni successivi. Le “colpe” di Troubetzkoy? Nobile di nascita, ricco, poliglotta e cittadino del mondo, fu in buona parte autodidatta e certo non dovette chiedere nulla alla sua arte in termini materiali. Un autentico dilettante dunque: nella sua attività ricercava e trovava diletto. E scelse di indirizzarla verso ciò che più trovava congeniale. Raccontando quella società che gli era familiare e di cui era parte lui stesso. Con ritratti di amici, artisti, personaggi del jet-set, committenti benestanti, estimatori che si riflettevano e si identificavano con le sue opere.

Su queste imputazioni la critica successiva innestò una ulteriore e più sottile obiezione:  Troubetzkoy prese l'intuizione pittorica impressionista e la tradusse in scultura in una formula di sicura efficacia innervandola con un ben calibrato grado di contemporaneità, sufficiente a dare l'impressione ai suoi clienti di essere al passo con i tempi ma senza sentirsi confusi dagli eccessi avanguardisti. Arte, quella del principe russo, quindi troppo consapevolmente accessibile, semplificata, di mestiere. Certamente non eversiva o rivoluzionaria. Commerciale per usare un termine più apertamente deteriore. 

Partiamo ora da un aspetto magari scontato ma che l'esposizione rende immediatamente evidente: Troubetzkoy è stato artista di notevole talento, dalla mano felicissima. “Lo scultore più sorprendente dei tempi moderni”, lo definì il suo amico George Bernard Shaw. Il modo in cui interiorizzò la lezione impressionista, la capacità di rendere la vibrazione vitale del movimento, la mobilità corporea, l'effimerità del gesto rendono pertinenti e non audaci i paragoni con Rodin o Medardo Rosso. Particolarmente significativa in Troubetzkoy fu la formazione da scapigliato, che lo rese sensibilissimo alla resa dell'atmosfera su cui si stagliano i suoi soggetti. Scolpiva dal vero, senza disegni preparatori, a piccoli tocchi.

Madame Adelaide Aurnheimer
 

Le sue figure palpitano, colte nell'attimo. Diversamente da Rosso o Rodin,  Troubetzkoy non è tuttavia interessato al tema estetico, concettuale e filosofico del rapporto tra corpo e spazio. I soggetti esistono in una dimensione che è loro propria. E semmai la materia dialoga con quello che è lo spazio interiore dei suoi protagonisti, i loro sentimenti, la psicologia, il carattere.  La mostra porta diversi eloquenti esempi. Come il celebre busto di  Giovanni Segantini, modellato nel 1896 al culmine della formazione milanese dell'artista. Opera che sorprende ancora oggi per la sua naturalezza antiretorica: non un monumento all’artista, ma la restituzione di una presenza viva, colta con immediatezza, quasi sottratta al tempo. La versione bronzea, destinata a una vasta circolazione, testimonia come l’efficacia formale dell’opera non coincida con alcuna semplificazione, ma nasca da un equilibrio sottile tra sintesi plastica e intensità psicologica. È un punto di arrivo che chiarisce bene come la rapidità esecutiva di Troubetzkoy non sia mai superficialità, bensì controllo assoluto del mezzo.

Questo e altri ritratti costituiscono una delle sezioni più convincenti dell’esposizione. Il busto di Gabriele d'Annunzio, formalmente tradizionale, evita ogni enfasi celebrativa per concentrarsi sulla resa nervosa del volto, mentre opere più rare come il ritratto in marmo di Erminia Cairati mostrano come Troubetzkoy sapesse adattare la propria sensibilità anche a materiali meno congeniali alla sua prassi abituale. Ancora più emblematici sono i ritratti a figura intera, le cosiddette “statuette”, ambito in cui lo scultore verbanese raggiunge risultati di straordinaria libertà. In “Sola”, dedicata alla giovane attrice Emilia Varini, il corpo sembra appena sfiorare la materia: una figura elegante, colta in un momento di assorta autonomia, che la critica coeva riconobbe come uno dei saggi più felici della sua arte.

Diverse altre le figure femminili con le quali l’artista affina ulteriormente la propria capacità di cogliere l’individualità senza irrigidirla in posa. Personaggi come Mademoiselle Svirsky, celebre danzatrice che si esibiva a piedi nudi, Lady Constance Stewart Richardson o la moglie Clotilde, ritratta in un momento di quiete domestica, sono colti in una dimensione privata, sospesa, dove il gesto minimo diventa rivelatore di un carattere. Sono opere in cui la mondanità non è mai ostentazione, ma ambiente naturale, contesto vissuto dall’interno.

Auguste Rodin, sculpteur
 

Un capitolo a parte è occupato dalle piccole sculture dedicate ai nativi americani e ai cowboy, nate da un’osservazione diretta e da un’autentica fascinazione. Il movimento del cavallo, la tensione del corpo lanciato nello spazio, l’energia trattenuta in pochi centimetri di bronzo rivelano una straordinaria capacità di sintesi. Qui la rapidità diventa essenziale, quasi necessaria, e consente allo scultore di restituire lo spirito fiero e la vitalità di figure lontane da ogni pittoresco compiacimento. Un interesse che si rinnova e si approfondisce durante i soggiorni statunitensi, dove Troubetzkoy si confronta anche con il nascente universo dello spettacolo e con i volti della nuova celebrità.

È negli Stati Uniti che prende forma anche uno dei filoni più noti della sua produzione, quello delle ballerine. Lungi dall’essere meri esercizi di grazia, questi lavori offrono all’artista il terreno ideale per interrogare il movimento nella sua essenza: corpi colti in equilibrio instabile, gesti che si risolvono nello spazio, figure che sembrano sul punto di dissolversi nell’aria. Un linguaggio che incontrò il favore del pubblico e della critica, e che gli valse commissioni e amicizie illustri.

E veniamo all'altra radicata e consolidata contestazione: il disimpegno di Troubetzkoy, la sua adesione ad un modello culturale carente di profondità. Lo sguardo contemporaneo può permettersi di essere più indulgente su questo aspetto. E di sviluppare una diversa constatazione: lo scultore ha raccontato dall'interno la prima generazione della storia occidentale che ha potuto e voluto trasformare la leggerezza in un valore. O quantomeno in una scelta deliberata. Un atto di rottura con conseguenze sociali e politiche i cui effetti ancora oggi riconosciamo distintamente come tratti distintivi della nostra stessa realtà. A cavallo tra Ottocento e Novecento, la parabola di  Troubetzkoy può essere paragonata in questo a quella di Giovanni Boldini o dello spagnolo Joaquín Sorolla, entrambi suoi cari amici. La mostra fornisce poi almeno due elementi che complicano il quadro. Il primo è rappresentato dal bozzetto datato 1891 per il monumento a Dante della città di Trento. Un progetto scartato dalla commissione esaminatrice perchè decisamente poco allineato alla retorica dell'arte pubblica del tempo. Un episodio non isolato.

Destino simile ebbe il gesso a grandezza naturale di “Garibaldi a Cavallo”, rifiutato da un concorso perchè Troubetzkoy scelse di raccontare il lato umano di Garibaldi. Non l'Eroe dei due mondi ma un un uomo logorato dalle fatiche patite in anni e anni di combattimenti.  Non meno singolare la scelta per il Monumento  ai Caduti di Verbania-Pallanza del 1922, del quale l'artista rende protagonista una giovane vedova che porta in grembo un neonato. 

Cosa ci dice questo su  Troubetzkoy? Che la sua adesione ad una poetica intimista e votata all'interiorità  non era frutto di calcolo o convenienza, ma sincera vocazione dalla quale raramente derogò.  Proprio la mostra si propone alcune opere di forte intensità emotiva, come “Madre col bambino”, in cui la dimensione affettiva si traduce in una forma di poesia trattenuta, mai sentimentale. La relazione tra i due corpi è suggerita più che dichiarata, affidata a un dialogo di volumi e a una delicatezza di tocco che trova un naturale contrappunto nella “Bambina col cane”,  in cui l’infanzia è restituita nella sua dimensione più autentica, fatta di gesti spontanei e di una complicità silenziosa con l’animale.


Le Cocher russe
 

Opera che ci conduce ad un'ulteriore riflessione, suggeritaci del resto dall'ultima sezione della mostra. Quella interamente dedicate alle sculture animalier, che per l'artista rivestivano un ruolo del tutto speciale: il principe fu infatti un attivista per i diritti degli animali ante litteram e un vegetariano convinto, scioccato in gioventù dalla vista della macellazione di alcuni vitelli. Una manifestazione di impegno civico ben rappresentata da opere intense quali l'agnello del 1912 intitolato inequivocabilmente “Come puoi mangiarmi?”. Una dichiarazione di responsabilità che oggi riconosciamo come indubitabilmente etica e politica, un ulteriore indizio della assoluta modernità di Paolo Troubetzkoy.  

 

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