Tra investitori e speculatori, il bivio del calcio italiano. Intervista esclusiva a Marco Fassone

Marco Fassone, già CEO e Managing Director di AC Milan, Inter e Napoli e COO della Juventus, oggi Advisor indipendente, racconta: "Il calcio italiano non deve temere i capitali stranieri, ma l'assenza di visioni industriali"

di Alessandro Pedrini
Milano

Tra investitori e speculatori, il bivio del calcio italiano. Intervista esclusiva a Marco Fassone

Marco Fassone, già CEO e Managing Director di AC Milan, Inter e Napoli e COO della Juventus, oggi Senior Advisor indipendente su investimenti sportivi e governance: "Il calcio italiano non deve temere i capitali stranieri, ma l'assenza di visioni industriali capaci di reggere agli shock finanziari." L'INTERVISTA

Fassone, partendo dalle dichiarazioni del Ministro Abodi in Senato, che ha invocato requisiti più stringenti per l’acquisto dei club professionistici, come si può aumentare il rigore dei controlli senza ignorare che oggi i capitali realmente disponibili per il calcio italiano sono in larga parte internazionali e strutturati?

Le norme attualmente in vigore  si limitano a compiere una verifica sull’onorabilità dell’acquirente e a richiedere una referenza bancaria ordinaria, spesso di scarso valore. Si tratta di un filtro reputazionale basilare, e non di una dimostrazione della solidità finanziaria di chi compra. Per questa ragione, i controlli dovrebbero integrare la presentazione di piani per almeno il triennio successivo all’acquisizione e accertare che la nuova proprietà sia in grado di sostenerli. Non si tratta di scoraggiare l’afflusso di risorse, ma di selezionare prospettive industriali di medio-lungo periodo, distinguendo tra investitori strategici e approcci puramente finanziari o speculativi.

Dove colloca il confine tra complessità societaria fisiologica (SPV estere, strutture multilivello) e opacità che dovrebbe invece far scattare un alert regolatorio?

Le strutture estere multilivello vanno ormai accettate e diventeranno la consuetudine per i nuovi investitori internazionali. Esse servono a ottimizzare il carico fiscale, la compliance e l’accesso al credito, e non costituiscono un problema di per sé. L’allarme deve scattare quando risulta impossibile risalire all’ultimate beneficial owner, ovvero al soggetto che esercita il controllo effettivo dei veicoli. In questo scenario non si può effettuare un controllo serio sulla reputazione e sull’affidabilità della proprietà: in tali casi, l’acquisto andrebbe interdetto.

Nel dibattito attuale si sottovaluta la distinzione tra debito del club e debito della holding proprietaria. Quanto incide questa differenza sulla reale sostenibilità finanziaria di un’acquisizione?

Incide in maniera determinante. Mentre infatti i meccanismi di Financial Fair Play introdotti dalla UEFA e dalle Federazioni Nazionali disciplinano l’indebitamento dei club  il debito che grava sulla holding di controllo non viene monitorato. Accade così che si faccia ricorso con troppa leggerezza a indebitamento a monte, sovente insostenibile rispetto ai flussi di cassa del club. È fondamentale esigere dall'acquirente la prova della capacità di onorare quel debito anche in contesti sfavorevoli. Inoltre, va posta un’attenzione particolare quando le quote sociali vengono date in pegno a un finanziatore: in questi frangenti, chi è il vero titolare del club? Il soggetto formalmente azionista o il creditore che possiede la garanzia?.

Operazioni con equity minima, fondate prevalentemente sull’indebitamento, sono davvero compatibili con un progetto sportivo e industriale credibile nel medio-lungo periodo?

Esistono club estremamente appetibili perché, a causa del loro passivo elevato, il capitale proprio necessario per acquisirli è ridotto ai minimi termini. In queste circostanze può succedere che si verifichino passaggi di proprietà basati quasi esclusivamente sul trasferimento del debito tra il vecchio e il nuovo socio. Il pericolo è quello di attirare investitori di matrice speculativa, interessati a manovre finanziarie più che a progetti di crescita. Occorre dunque una verifica non solo sulle doti finanziarie future, ma anche sulle procedure previste per il rimborso del debito e sulla plausibilità del piano industriale sottostante.

I normali processi di KYC bancari sono sufficienti nel calcio professionistico o serve un controllo sostanziale su business plan, capacità futura di funding e piani di recovery in caso di scenario avverso?

Come ho evidenziato in precedenza, il binomio NOIF – KYC non è più sufficiente. Il KYC è un filtro preliminare  che assicura la regolarità formale del capitale utilizzato per l’operazione. Tuttavia, nulla dice sulla capacità dell’investitore di supportare il club nel tempo. Per questo motivo è indispensabile un controllo ex ante sui business plan, sulle fonti future di finanziamento e sui piani di emergenza in caso di scenari negativi. È su questo terreno che si decide la reale sostenibilità dell’operazione.

Il rischio maggiore oggi per il calcio italiano è bloccare l’ingresso dei capitali o continuare ad accettare strutture finanziarie fragili che, al primo shock, trasformano le crisi dei singoli club in un rischio sistemico per l’intero movimento?

Il vero pericolo non risiede nella provenienza del capitale, ma nella sua coerenza con un progetto di sviluppo concreto. I capitali internazionali  devono essere attratti e non respinti, a patto però che siano accompagnati da governance robuste, piani industriali seri e capacità finanziarie adeguate. Il regolatore deve evolversi: non è più sufficiente vietare, occorre valutare con occhio critico la qualità industriale delle singole operazioni.

Marco Fassone ha ricoperto ruoli apicali come CEO e Managing Director di AC Milan, Inter e Napoli e COO di Juventus, guidando operazioni strategiche, M&A e rilanci finanziari. Oggi è Senior Advisor indipendente su investimenti sportivi e governance, con attività in Europa, Medio Oriente e Africa.

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