Diciassette giorni in mare, poi il fermo della nave: ora il governo dovrà risarcire la Sea-Watch. Ecco cosa è successo davvero

I fatti risalgono al 2019, in piena applicazione dei "decreti sicurezza", quando Matteo Salvini era Ministro dell'Interno.

di Chiara Feleppa
Politica

Il caso Sea-Watch 3: perché dopo l’arresto di Carola Rackete il governo è stato condannato a risarcire la ONG per 76mila euro

76mila euro, più 14mila euro di spese legali, per la Ong tedesca Sea-Watch. A pagarli, secondo quanto disposto dal tribunale di Palermo, dovranno essere il governo e la prefettura di Agrigento. La vicenda risale al 2019, quando era Ministro dell'Interno Matteo Salvini.  Era il periodo di piena applicazione dei cosiddetti “decreti sicurezza”. Ma cosa è successo davvero?

I fatti

Il 12 giugno 2019 la nave Sea-Watch 3, battente bandiera olandese, soccorre 53 migranti in acque internazionali al largo della Libia. Secondo il diritto internazionale del mare (Convenzione UNCLOS e Convenzione SAR), il comandante di una nave ha l’obbligo di prestare soccorso e di condurre le persone salvate in un “porto sicuro” (place of safety). La Libia, pur coordinando formalmente una propria area SAR (Search and Rescue), non è considerata da molte organizzazioni internazionali, tra cui l’ONU, un “porto sicuro”, a causa delle documentate violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione per migranti.

Dopo il soccorso, la Sea-Watch 3 si dirige verso nord. Nei giorni successivi alcune persone vulnerabili (minori, malati, donne incinte) vengono fatte sbarcare per ragioni mediche, ma restano a bordo 40 migranti.

Il divieto di ingresso e lo stallo davanti a Lampedusa

Il 14 giugno 2019 entra in vigore un decreto sicurezza bis che attribuisce al ministro dell’Interno, di concerto con Difesa e Trasporti, il potere di vietare l’ingresso, il transito o la sosta nelle acque territoriali italiane per motivi di ordine e sicurezza pubblica. Salvini firma quindi un provvedimento che vieta alla nave l’ingresso nelle acque italiane. La Sea-Watch 3 rimane per oltre due settimane al largo di Lampedusa, in condizioni progressivamente più tese a bordo, mentre la comandante Rackete chiede ripetutamente l’assegnazione di un porto sicuro. Nel frattempo, la vicenda assume una dimensione europea: si apre una trattativa informale tra alcuni Stati membri per la redistribuzione dei migranti.

Nella notte tra il 28 e il 29 giugno 2019, dopo 17 giorni di stallo, Rackete decide di entrare comunque nelle acque territoriali italiane e di attraccare nel porto di Lampedusa. Durante la manovra di attracco, la Sea-Watch 3 entra in contatto con una motovedetta della Guardia di Finanza che tentava di impedirne l’ormeggio. Subito dopo l’attracco, Rackete viene arrestata con l’accusa di resistenza a nave da guerra e violazione del divieto di ingresso nelle acque territoriali L’arresto suscita un enorme dibattito mediatico e politico in Italia e in Europa, ma il 2 luglio 2019 il giudice per le indagini preliminari (GIP) di Agrigento non convalida l’arresto di Rackete. 

Secondo il GIP di Agrigento, la comandante avrebbe nell’adempimento del dovere di soccorso in mare. Inoltre, il divieto ministeriale non avrebbe potuto prevalere sugli obblighi internazionali di salvataggio. Successivamente, nel gennaio 2020, la Procura di Agrigento chiede l’archiviazione del procedimento, accolta nel maggio 2021 dal GIP, che esclude la sussistenza del reato di resistenza a nave da guerra. Parallelamente, la Corte di Cassazione, in un passaggio chiave del 2020, afferma che il decreto sicurezza non può comprimere gli obblighi di soccorso previsti dal diritto internazionale.

Il fermo amministrativo della nave

Nel luglio 2019, la Sea-Watch 3 viene sottoposta a fermo amministrativo dalla Prefettura di Agrigento, fermo a cui la ONG presenta opposizione al provvedimento. La prefettura, però, non risponde entro i termini previsti dalla legge. Secondo il principio del “silenzio assenso”, la mancata risposta avrebbe dovuto comportare la cessazione automatica del fermo. La nave resta invece bloccata fino a dicembre 2019, quando il Tribunale di Palermo ne dispone lo sblocco.

Si arriva quindi alla richiesta di risarcimento, e alla relativa sentenza del Tribunale civile di Palermo, che ha stabilito che il governo italiano e la Prefettura di Agrigento devono risarcire Sea-Watch con circa 76mila euro, oltre a circa 14mila euro di spese legali. Secondo il tribunale, il mancato riscontro dell’amministrazione all’opposizione presentata dall’ONG avrebbe dovuto far decadere automaticamente il fermo. Il protrarsi del blocco avrebbe quindi causato un danno patrimoniale illegittimo.

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