Politiche, regionali e non solo: tutte le partite che sta giocando il centro-destra

Nessuno dà per scontata una affermazione larga della coalizione di governo. Ma ci sono molti dettagli che devono essere limati, compreso il “peso” di Vannacci

Giorgia Meloni al centro; Antonio Tajani a sinistra; Matteo Salvini a destra
Politica

Politiche, regionali e non solo: tutte le partite che sta giocando il centro-destra


 

C’è una tentazione diffusa, nel centro-destra, quella di considerare il ciclo elettorale che si apre come una lunga marcia trionfale. Politiche, regionali, amministrative: un filo rosso che dovrebbe portare la coalizione al 2027-2028 in posizione di forza, se non addirittura egemonica. Eppure, secondo quanto risulta ad Affaritaliani, nessuno dei protagonisti veri di questa partita dà per scontato nulla. Anzi. Il clima è molto meno rilassato di quanto appaia nei dichiarazioni pubbliche e nelle foto di rito.

Il punto è semplice e allo stesso tempo complicatissimo: il centro-destra governa, ma non governa tutto. E soprattutto non governa tutto come vorrebbe ciascuna delle sue componenti. Le partite aperte sono molte, intrecciate, e spesso confliggenti. Regionali oggi, politiche domani, Quirinale dopodomani. Con un convitato di pietra che aleggia su ogni tavolo: il peso reale dei singoli leader e delle rispettive truppe elettorali.

Partiamo da Antonio Tajani e da Forza Italia, dove la partita è meno lineare di quanto venga raccontato ufficialmente. Qui il tempo lungo è tutto. Tajani guarda al 2029 e all’elezione del Presidente della Repubblica, con l’ambizione – secondo quanto risulta ad Affaritaliani – di arrivarci non solo da leader istituzionale ma da segretario di un partito ancora centrale negli equilibri parlamentari. È in questa cornice che va letta la posizione di Alberto Cirio. Il governatore piemontese non si accontenta di un ruolo territoriale: vuole peso politico vero dentro Forza Italia, e non è un mistero che ambisca, nel medio periodo, anche alla segreteria.

A Tajani questo scenario non dispiace affatto. A una condizione però: che i tempi siano rispettati. Nessuna scalata prima del 2029, quando lo stesso Tajani spera di essere al Quirinale. Fino ad allora, l’equilibrio va preservato. Ed è qui che entra in gioco l’ipotesi – tutt’altro che peregrina – di un approdo di Cirio al governo come ministro. Una soluzione elegante per evitare rotture, dare a Cirio una proiezione nazionale e, al tempo stesso, congelare il confronto interno sulla leadership del partito.

C’è poi il fattore calendario, che pesa come un macigno. Le politiche sono nel 2027. Tra elezioni, formazione del governo e assestamenti vari, si arriva facilmente al 2028. A quel punto Cirio, se promosso ministro, dovrà essere sostituito in Piemonte. Una partita delicatissima, che secondo quanto risulta ad Affaritaliani viene già studiata sottotraccia: chi candidare, con quali alleanze e soprattutto con quale bilanciamento interno alla coalizione. Altro che dettaglio tecnico.

In questo schema, Roberto Occhiuto resta ai margini delle grandi manovre romane. Governa la Calabria, lo fa con un profilo prevalentemente amministrativo e senza una vera proiezione nazionale. Forza Italia resta al timone in diverse regioni – Basilicata, Valle d’Aosta, Molise, Piemonte, Sicilia, Calabria – ma la sfida non è tanto la mappa del potere locale quanto la sua traduzione in influenza politica centrale. Ed è su questo che, dentro il partito, si misureranno i rapporti di forza veri nei prossimi due anni.

Fratelli d’Italia, dal canto suo, vive una contraddizione speculare. È il primo partito nei sondaggi, ha una presenza territoriale capillare, figlia anche del retaggio dell’MSI, ma governa poche regioni: Lazio, Marche, Abruzzo. Troppo poco, secondo la lettura interna. Per questo l’obiettivo Lombardia è considerato strategico.

E non solo per una questione di potere amministrativo. Una candidatura fortemente politica, come quella di Carlo Fidanza, sarebbe anche un messaggio agli alleati: Fratelli d’Italia non si accontenta più di ruoli comprimari nelle regioni chiave. E non finisce qui. Nel mirino c’è anche il Piemonte, per una possibile “doppietta” nel 2028.

Nel Lazio, poi, il giudizio sull’attuale presidente Francesco Rocca, vicinissimo al ministro Francesco Lollobrigida, non sarebbe del tutto entusiastico. Troppo tecnico, troppo poco politico. Secondo quanto risulta ad Affaritaliani, il possibile successore per le elezioni 2028 potrebbe essere Antonello Aurigemma, ma non è l’unica ipotesi sul tavolo.

La Lega è il partito che più di tutti si gioca qualcosa di strutturale in questo ciclo elettorale. Non una vittoria o una sconfitta contingente, ma la propria collocazione futura dentro il centro-destra. Governa oggi regioni chiave – Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia – che non sono solo amministrazioni locali, ma veri e propri pilastri di potere politico, economico e simbolico. Perdere terreno qui significherebbe molto più che arretrare nei sondaggi.

È per questo che il dossier Lombardia è considerato esistenziale. La Lega non può permettersi di abdicare, né formalmente né politicamente. Attilio Fontana resta un punto di equilibrio, ma la pressione degli alleati – in particolare di Fratelli d’Italia – è crescente. E secondo quanto risulta ad Affaritaliani, nel Carroccio c’è piena consapevolezza che difendere la Lombardia non sarà una pratica burocratica, bensì uno scontro politico vero, anche interno alla coalizione.

A Nord-Est il quadro è più solido, ma non privo di ombre. Il Veneto di Luca Zaia resta una roccaforte leghista, quasi un partito nel partito. Un modello amministrativo efficiente, popolare, ma difficilmente replicabile altrove. Zaia è una risorsa enorme, ma anche un’anomalia: troppo forte per essere ignorato, troppo autonomo per essere completamente governato dal centro. E la questione del suo futuro politico – nazionale o regionale – resta sospesa.

Il caso Roberto Vannacci merita un discorso a parte, perché non è solo una variabile elettorale: è un problema politico e umano dentro la Lega. Il suo strappo, secondo quanto risulta ad Affaritaliani, viene vissuto come una vera e propria pugnalata alle spalle da chi, come Matteo Salvini, gli aveva dato fiducia, spazio, visibilità e copertura politica in uno dei momenti più delicati per il Carroccio. Non un semplice dissenso, ma una rottura che ha il sapore del tradimento.

Vannacci incassa alle europee oltre 500 mila preferenze, un risultato che fa rumore e che qualcuno, con molta generosità, traduce in un potenziale 2% nazionale. Ma è qui che iniziano i dubbi seri. Quelle preferenze vanno confermate, replicate, trasformate in consenso stabile. E soprattutto organizzate. Al momento, secondo quanto risulta ad Affaritaliani, manca quasi tutto: una struttura territoriale, una classe dirigente, una rete amministrativa. Tutti elementi indispensabili per chi pretende di costruire un progetto politico autonomo e duraturo.

Il punto vero, però, è politico. Vannacci non si limita a prendere le distanze dalla Lega: rompe nel momento in cui la Lega lo aveva scelto come scommessa identitaria, come volto capace di parlare a un elettorato radicale ma disciplinato dentro il perimetro del partito. Uscirne così, senza gradualità e senza mediazioni, equivale a lanciare un messaggio chiaro: io vengo prima di tutto. Una scelta legittima, certo, ma che lascia macerie.

Dentro la Lega la lettura è brutale. Senza risorse economiche significative – e secondo quanto risulta ad Affaritaliani non c’è alcuna certezza che esistano – e senza un radicamento reale, il rischio per Vannacci è quello di uno schianto politico rapido. Il consenso personale, se non viene incanalato, evapora. E la politica, piaccia o no, è soprattutto organizzazione, non solo visibilità.

Per Salvini, invece, il dossier Vannacci resta una ferita aperta. Non tanto per i numeri, quanto per il metodo. La Lega non può permettersi di apparire come un partito che lancia figure forti per poi perderle per strada. Anche per questo, secondo quanto risulta ad Affaritaliani, la linea che sta maturando è chiara: nessuna rincorsa, nessuna guerra personale, ma la consapevolezza che quella “pugnalata” difficilmente verrà dimenticata. E che peserà, eccome, nelle scelte future.

Infine, c’è Carlo Calenda, che continua a giocare una partita tutta sua. Si muove come uno stilista della politica, isolato ma visibile. Non vuole stare con i Cinque Stelle, ma neppure con la Lega. Eppure, proprio questa posizione lo rende potenzialmente decisivo. Non è affatto da escludere – anzi, è uno scenario che circola con insistenza – che alla fine sia lui a scegliere il centro-destra, magari con un appoggio esterno, tattico, su alcune partite chiave. Sarebbe una scelta coerente con la sua narrazione di forza “responsabile”, ma anche un segnale di debolezza del campo largo.

Il centro-destra, insomma, non è un blocco monolitico. È una somma di ambizioni, paure, strategie che spesso si sovrappongono e a volte si elidono. Secondo quanto risulta ad Affaritaliani, la vera partita non è tanto vincere le prossime elezioni, quanto farlo senza lasciare macerie interne. Perché governare è una cosa. Governare insieme, a lungo, è tutta un’altra storia.

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