Referendum giustizia, Schlein trema. Con il SI' oltre il 60% la minoranza (zittita da Elly) pronta a lasciare. Due gli scenari
Sostenere Silvia Salis alle primarie o allearsi con Calenda & Co
Elly Schlein
Molti esponenti della minoranza Pd sono indecisi: non vorrebbero fare un regalo a Meloni ma condividono buona parte della riforma
Tra esattamente due mesi, lunedì 23 marzo, alle ore 15 si chiuderanno i seggi per il referendum confermativo della riforma costituzionale della giustizia voluta dal Centrodestra e avremo finalmente il responso degli italiani. Come noto non c'è quorum, a differenza dei referendum abrogativi e quindi l'affluenza alle urne avrà un peso sui risultati ma non sulla validità o meno della consultazione. I sondaggi come quelli di Lab21 per Affaritaliani spiegano che meno del 40% degli italiani conosce la data del referendum, segno che la campagna elettorale non è ancora entrata nel vivo.
Ma, non solo Lab21, tutti gli istituti demoscopici danno la vittoria del SI' con una percentuale vicina se non oltre il 60%. Nel Centrodestra si respira una grande ottimismo come dimostrano le parole dell'altro giorno del ministro Carlo Nordio in Parlamento. Giorgia Meloni non ha commesso l'errore di Matteo Renzi di legare il suo destino politico e quello del suo governo al referendum e insiste sul merito della riforma, in un momento in cui i fatti di cronaca - volente o nolente - confermano che nella Magistratura qualcosa che non funziona in modo adeguato è un problema reale e sentito dai cittadini.
Nel Partito Democratico e nei fronti del NO alla separazione delle carriere, ai due Csm e all'Alta Corte il clima è quello di una sconfitta annunciata, che si cercherà di giustificare con l'accelerazione dell'esecutivo votando già a marzo e non in aprile, dopo Pasqua, dando così più tempo alle forze politiche e sociali e anche all'ANM di spiegare agli elettori le ragioni per cui votare contro. Ma è vero anche che le opposizioni non sono unite. Si sa benissimo che Azione di Carlo Calenda voterà a favore e che Italia Viva di Matteo Renzi lascerà libertà di voto ai propri simpatizzanti.
Non solo. Ci sono esponenti storici e prestigiosi del Centrosinistra ex parlamentari del Pd che si sono apertamente schierati a favore del SI'. Parliamo ad esempio dell'ex ministro del Lavoro Enrico Morando e dell'ex senatore Dem e costituzionalista del Nazareno Stefano Ceccanti. Segno che nella minoranza moderata e riformista del Partito Democratico non c'è affatto la convinzione di sostenere con forza la battaglia per il NO. Molti esponenti della minoranza Dem, a microfono spento, dichiarano di essere ancora indecisi, di non voler fare un regalo politico alla presidente del Consiglio e al Centrodestra ma anche di condividere buona parte della riforma costituzionale.
D'altronde la separazione delle carriere esiste in moltissimi stati europei e non solo e il timore tra molti Dem è quello di apparire come una forza conservatrice della "casta dei magistrati" come viene definita dai sostenitori del SI'. E lo scandalo delle correnti fatto esplodere dal caso di Luca Palamara risuona ancora in modo molto forte anche a sinistra. Politicamente Elly Schlein si è schierata apertamente e nettamente contro la riforma insieme, al solito, al Movimento 5 Stelle, ad Alleanza Verdi Sinistra e alla Cgil di Maurizio Landini. Il rischio è che sia una minoranza di blocco, importante, ma non in grado di stravolgere l'esito dei pronostici con la facile accusa del Centrodestra di fare solo una battaglia politica contro il governo e non nel merito della riforma.
Ora Schlein è molto forte nel partito dopo che Stefano Bonaccini, presidente e suo ex rivale alle primarie, si è schierato con lei insieme ad altri esponenti come Alessandro Alfieri, membro della segreteria. Ma attenzione perché se davvero il Si' al referendum sulla giustizia superasse il 60% (quindi ben oltre la somma dei partiti dell'esecutivo più Azione) per la leader Dem sarebbe un colpo durissimo e non solo di immagine.
La minoranza per ora messa nell'angolo - e parliamo di personalità di spicco come Lorenzo Guerini, Piero Fassino, Paolo Gentiloni, Pina Picierno, Lia Quartapelle, Pierfrancesco Maran, Giorgio Gori e molti altri - tornerebbe all'attacco criticando l'ennesimo appiattimento sulla sinistra-sinistra denunciando il rischio che con Schlein candidata premier nel 2027 con Meloni, soprattutto con la riforma elettorale che ha in mente la maggioranza sul modello delle Regionali, la riconferma della presidente di Fratelli d'Italia a Palazzo Chigi sia praticamente scontata.
Che cosa può accadere dunque? Siccome Schlein vuole essere l'unica candidata del Pd a eventuali primarie di coalizione per le elezioni politiche, una fetta importante della minoranza potrebbe lasciare il partito per dar vita a una nuova formazione politica che punti sulla sindaca di Genova Silvia Salis come candidata contro Meloni. O, se non ci fossero numeri e condizioni, una parte dei riformisti potrebbe comunque abbandonare il Pd sconfitto e di sinistra-sinistra per costruire insieme a Carlo Calenda, Luigi Marattin e altri soggetti moderati ed europeisti il cosiddetto terzo polo alternativo ai due schieramenti che hanno dentro forze sovraniste con l'obiettivo di arrivare al 10% rubando voti moderati a entrambi i poli.
Insomma, tra due mesi sapremo come sarà andata ma la quiete interna (apparente) nel Pd è una fragile tregue. Se i sondaggi verranno confermati il mare calmo e piatto del dibattito interno nei Dem potrebbe rapidamente trasformarsi in uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili. Con grande piacere di Meloni e del Centrodestra.
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