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Il buono, il brutto e il cattivo
Coronavirus, Milano tornerà a essere stimata come prima. Più di prima
Porta Nuova, Milano

Milano. E’ tante cose, forse troppe. E’ il noir di Scerbanenco, e Yuppies, e sotto il vestito spesso non c’era niente, solo una spocchia che il resto del paese ha amato e  odiato. La città verticale dei grattacieli del boom,della Notte di Antonioni,dei premi letterari e delle case editrici coraggiose e potentissime.

La Scala,la Callas,Pollini e Abbado, e la Scala del calcio,Pirelli e Torre Velasca,del Vedovo e Sordi che parla il dialetto meneghino, delle pellicce di visone e degli sputi a Fellini, delle grandi mostre e delle grandi gallerie d’arte contemporanea.

Milano dei comici del Derby, e delle tivvu commerciali, ma anche di Turati e di Bossi, dei cardinali Martini e Montini, degli industrialoni con l’amichetta bionda.

Il più grande quartiere di edilizia popolare del mondo,pronto per Rocco,per i suoi fratelli,per la vecchia mala dell’Isola,i rotocalchi e il corriere,quando era il Corriere.

La moda ,il design e l’architettura,centinaia di talenti chiusi in un fazzoletto di meno di duecento chilometri quadrati(Roma è grande dieci volte tanto).

La Città dei grandi Sindaci da Greppi, Bucalossi, Tognoli, di metropolitane e comizi di massa.

Di Piazza Fontana e di omicidi efferati,di Giulio Natta che,inconsapevole,crea la plastica,e porta il Nobel al Politecnico,di Cerutti Gino e del Giambellino dove Lucio Battisti e i Brigatisti Rossi abitano la stessa periferia.

Milano di stelle e di grandi fortune,di audacia e di truffe colossali,di ruberie e di inarrivabili centri di ricerca e di Dottori e Professori che inventano nuove modalità per curare ogni male,anche quelli di un’anima che si perde tra fiumi di coca e locali alla moda,troppo alla moda.

Milano sempre pronta a Natale,come diceva Dalla,che quando passa piange e ci rimane male,nell’infinita movida,nella fiera dell’apparenza e dell’ibridazione eccitante ma pericolosa tra bene e male.

Città del primo centro-sinistra,e dove tutti i movimenti degli ultimi decenni sono nati, quelli importanti e quelli preoccupanti, tanto Milano digerisce tutto, anche i morti per overdose e quelli per il terrore politico e malavitoso degli anni settanta.

Milano di università e centomila studenti, corsi qui da tutto il mondo non solo per studiare ma per usufruire della più grande macchina del divertimento notturno esistente nel Paese,che cambia le identità originarie e adotta tutti come “local users”:siciliani e tedeschi,cinesi e indiani,arabi e inglesi.

Città malata di protagonismo ma consapevole del suo ruolo nel mondo, capace di trasformare ogni iniziativa in un momento unico,emblematico come quello che Totò e Peppino vivono davanti al Duomo,accogliente ma solo se ti adegui,disponibile ma intransigente,non molto appassionata ma capace di dare a chiunque grandi e piccole opportunità.

Ora Milano boccheggia,colpita negli organi vitali,quasi a tradimento.

Un colpo secco quasi letale, e le ultime folle negli ultimi locali aperti non devono ingannare,la città è ferita, e non ha capito subito l’entità del danno.

Certamente continuerà a navigare a vista fino a quando la tempesta sanitaria si placherà,si rialzerà,tornerà ad essere splendente,luccicante,ma oggi fa i conti con quella intrinseca fragilità che è un riverbero angosciante di tutto il bel paese.

Tornerà la Primavera,e qualche settimana di riflessione sull’inutilità di molte nostre superficialità ci farà solo bene, non senza aver cercato di darci quel senso civico che a Milano cozza spesso con l’autonomia anarchica dell’iniziativa personale, perché una città come questa è molto di più della sommatoria dei suoi abitanti, permanenti e temporanei.

Troppo facile pensare ad un’epidemia come alla metafora della contemporaneità dove la promiscuità e lo scambio fisico hanno ceduto il posto agli schermi digitali, capaci di illuderci di essere veramente interconnessi tra noi, la scelta personale dell’auto-isolamento antisocial ora diventa necessità temporanea, obbligo etico, una vera azione social.

Questa splendida città,simbolo e metonimia del paese,fragile e potente,luminosa e cupa,ha la responsabilità di una nazione intera, non può abdicare al suo ruolo leader imprenditoriale, finanziario e culturale,dovrà curarsi per prima le ferite,e meglio,e tornare ad essere amata e odiata ma in fondo stimata come prima.

Più di prima.

 

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