La terza via è quella della gradualità più realistica con un forte programma di incentivi a monte di ogni nuova decisione per permettere al cittadino di attrezzarsi senza subire passivamente
C’è un grande equivoco che caratterizza la discussione sui temi legati al green e all’applicazione delle norme a tutela dell’ambiente e cioè dividere il dibattito tra “salvatori del pianeta” e “distruttori e menefreghisti”. C’è una terza via, a mio avviso, e cioè quella di fare le cose in maniera graduale dove la gradualità considera con flessibilità anche la risoluzione delle problematiche indotte dalle eventuali nuove regole stringenti. Prima dei diktat c’è la vita reale, che morde. Mi spiego. Coloro i quali mettono in discussione l’applicazione di norme ambientaliste non sono contro la natura e la tutela dell’ambiente.
Ma l’applicazione di certe norme con l’obiettivo di contrastare il surriscaldamento globale (ridurre le emissioni di almeno il 40 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli europei del 1990 secondo l’Accordo di Parigi del 2015 entrato in vigore in Italia il 4 novembre 2016) creano divisione per il semplice fatto che la maggior parte dei loro costi verrà scaricato sui cittadini oltretutto già in grandi difficoltà economica dopo tre anni di pandemia e che si ritrovano ad affrontare l’inflazione da crisi energetica. Tutto questo sembra non essere considerato come un problema ma lo è e lo sarà perché non sono previste alternative ai nuovi vincoli né si sono visti, ad oggi, incentivi reali ed efficaci a sostegno del cittadino che vive in difficoltà.
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L’Europa, ha sì, stanziato denaro attraverso lo strumento del PNRR per far fronte alla crisi derivante dalla pandemia ma allo stesso tempo il Consiglio UE nel 2020 ha stabilito un nuovo obiettivo vincolante di riduzione del 55% dei gas serra entro il 2030. Un 15 % in più rispetto al 40% iniziale. Magari hanno pensato che negli anni della pandemia non uscendo si poteva aumentare la quota della riduzione dei gas. Ma oggi è assurdo, considerata la crisi energetica di quest’anno dovuto alla guerra in Ucraina e l’inflazione che ne consegue, aspettarsi regole ancora più vincolanti.
E tutte le scelte in questa direzione sono spiegabile con questo nuovo obiettivo che impone una rivisitazione più stringente dei limiti di polveri sottili inquinanti consentite nell’aria di qui al 2030 che porterebbe allo stop a tutte le auto diesel e a benzina nel 2035 e, di fatto, l’elettrificazione forzata del trasporto privato. Saranno veicoli costosissimi. Ma ci saranno altre limitazioni. In Francia un decreto vieta i voli che durano meno di due ore e mezza ammesso che ci sia un ‘alternativa su rotaia. Anche i progetti delle città policentriche in 15 minuti vanno in questa direzione. Ma mi faccio una domanda che forse tutti dovrebbero farsi.
Il più ampio stanziamento di risorse del PNRR è previsto proprio per la missione ‘Rivoluzione verde e transizione ecologica, alla quale è stato destinato dell’ammontare complessivo del Piano, per circa 70 miliardi di dove il trasporto locale sostenibile è la voce a cui sono assegnate più risorse, 8,58 miliardi: perché se ci sono dei soldi che saranno a disposizione o da attivare con dei progetti la politica prima di fare scelte forzate e penalizzanti non mette a disposizione del cittadino un decisivo sistema di incentivi?
Preparerebbe alla transizione ecologia anche i meno abbienti e solo dopo aver creato una struttura economico-sociale più attrezzata si può pensare di partire con provvedimenti vincolanti che sarebbero più graduali e accettabili. Altrimenti sarà un bagno di sangue per chi vive in un centro urbano. Certe scelte politiche sembrano senza senso e contro il cittadino spinte probabilmente da interessi economici sottostanti.
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I soldi del PNRR per il trasporto locale sostenibile serviranno a vari scopi tra cui, creare 570 km di piste ciclabili urbane e 1.250 turistiche, spostare il 10% del traffico di auto sul trasporto pubblico. Non solo, per invogliare all’acquisto di veicoli elettrici, è prevista la creazione di 7.500 punti di ricarica rapida in autostrada e 13.755 in centri urbani.
Forse per capire bene queste dinamiche forzate che rischiano di stravolgere la vite di chi non è alla loro portata bisognerebbe aver chiaro anche chi ci guadagna dal business green chi spinge a certe decisioni il legislatore. I gruppi di pressione, le lobbies delle multinazionali produttori di tecnologie ecologiche alternative spingono in questa direzione e bisognerebbe puntare la lente d’ingrandimento anche su questo perché un rinnovamento green troppo forzato diventerebbe penalizzante senza avere la certezza di essere risolutivo.
Costruire un modello produttivo avanzato troppo in fretta può portare a mettere a rischio il nostro modello sociale e logorare il nostro modello industriale senza comunque avere, alla fine, la certezza di migliorare realmente la qualità del clima. Fare il passo più lungo della gamba, oggi, non garantisce un futuro migliori alle nuove generazioni come invece racconta il messaggio più allarmista, che sempre in maniera più insistente, viene fatto passare con il risultato di creare distorsioni nell’opinione del tema dell’emergenza ambientale senza considerare più di tanto le ripercussioni economico-sociali. Non possiamo permettercelo e non dobbiamo permetterlo senza essere prima tutti consapevoli di come vengono generate certe scelte che poi si ripercuoteranno sulla nostra vita di tutti giorni.

