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Non solo moda, con gli hipster la società riparte

Essere hipster? Non è solo una moda, ma una filosofia. Proprrio in questi giorni dagli States arriva la notizia che Serge Belongie, un professore di informatica in California, a San Diego, ha sviluppato un programma in grado di identificare un hipster in base alle immagini. Il programma utilizza un algoritmo che identifica specifiche caratteristiche, analizzando abiti, volti e posizioni. Ma la ricerca non si ferma qui. Sociologi e filosofi stanno studiando il fenomeno, convinti che sia una chiara tendenza culturale dalla quale si possono trarre vantaggi anticrisi. Non può essere un caso che negli States la ripresa parte anche da loro. Secondo l’agenzia di collocamento “Pavone” di Harrisburg, in Pennsylvania, essere un “hipster” può aiutare a trovare lavoro: “Siamo una società che offre lavoro nella Pennsylvania centrale, abbiamo clienti importanti e, poiché non siamo a New York o Washington, abbiamo carenza di hipster” si legge nell’annuncio che punta ad offrire “opportunità reali” e “comodi spostamenti” a chiunque sia in grado di rappresentare la sottocultura dei “vecchi teenagers” degli anni Novanta.
 
MA CHI SONO GLI HIPSTER? Il neologismo nasce negli anni quaranta negli Stati Uniti per descrivere gli appassionati di jazz e in particolare di bebop; si trattava in genere di ragazzi bianchi della classe media, che emulavano lo stile di vita dei jazzisti afroamericani. Oggi si sta affermando una generazione neo-hipster che non solo va per locali a tema, ma propone uno stile di vita anti-globale.

Gli hipster amano la musica indipendente, le mode alternative, i tatuaggi, i film “autentici” e esprimono spesso idee progressiste o libertarie in cui il concetto di ideologia risulta tutt’altro che compassato. I pensatori di riferimento? Non più i grandi classici della filosofia, ma coloro che ne hanno reinterpretato il pensiero come Derrida o Deleuze. Tra le loro motivazioni c’è anche un sano ritorno alla semplicità (meno tv, droga, moda e più bici, benessere, consumo critico) e una rivalutazione del “gruppo” (di lavoro, di amici, di creativi, di discussione) come elemento fondante della società. Così al capo firmato si sostituiscono la vecchia camicia a quadri, il vestito a fiori della mamma o un paio di jeans usati. Gli scacchi al bar prendono il posto del pomeriggio in casa davanti alla tele e skate o bici sono più economici e salutari del motorino o dei mezzi pubblici. Questo per quanto riguarda il tempo libero. La svolta viene proposta anche nel lavoro: creatività manuale, ritorno ai lavori artigianali e tanta voglia di spendere tempo per progetti innovativi. Tutto purché lontani da uffici iper-tech e a patto che non si debba indossare il tailleur…