Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Gallery » Condannati a morire di vergogna. Sangue infetto, monta la rabbia

Condannati a morire di vergogna. Sangue infetto, monta la rabbia

LA STORIA. “Per un intervento usarono 3 sacche di sangue, ben due erano infette dal virus dell’epatite”. Comincia così il dramma di una romana che ha scelto Affaritaliani.it per raccontare la sua battaglia

di Alberto Berlini

“Avevo 36 anni, un lavoro e un compagno Poi quell’intervento maledetto e da allora è cominciata la mia agonia”. Comincia così la storia di Gabriella, una delle vittime delle sacche di sangue infetto che negli Anni ’80 hanno condannato migliaia di persone in tutta Italia. Lei ha scelto Affaritaliani.it per raccontare il suo calvario e la voglia di giustizia.

“Ero entrata in Ospedale per un intervento ad un polmone, era il 1982. Per quell’intervento usarono 3 sacche di sangue per le trasfusioni. Scoprii poi che ben due erano infette dall’epatite C”.

Nessun controllo?
“No, pensi che anni dopo l’epatologo che come me aveva in cura altre centianaia di romani mi disse che ero stata fortunata a non prendere l’Aids”.

Anni dopo? Quindi non se ne accorse subito?
“No, accusavo stanchezza, il medico mi parlò di tiroidite, poi ho avuto anche un infarto. Diedero colpa allo stress. Era il 1996 quando in tv vidi una campagna pubblicitaria che invitata a far le analisi del sangue a chi aveva ricevuto una trasfusione negli anni dello scandalo del sangue infetto”.

Dieci anni…
“E quando guardai il risultati mi venne un tonfo al cuore. Epatite C. Da allora è cominciata l’agonia. Ho un virus sempre attivo che mi costringe a continui esami. Il mio rapporto di coppia rovinato. Noi malati veniamo trattati come appestati. C’è gente che non mi da neppure la mano nonostante il contagio possa avvenire solo con il contatto del sangue. Quando vai dal dentista ti chiedono gentilmente di essere messa per ultima…”

Come una condanna a vivere nell’ombra…
“Molti la vivono così, pensi che ci sono famiglie che non fanno vedere i nipoti ai propri nonni. Per fortuna ho figli con la testa e posso svolgere il mio ruolo di nonna. L’associazione delle vittime del sangue infetto mi ha aiutato, fare volontariato è stato per me come andare in analisi. Lì ho conosciuto anche il mio attuale compagno, insieme decidemmo di vivere e non sopravvivere”.

E come si può vivere con la malattia nel corpo?
“Con tanta rabbia che mi tiene in vita e lottando per i miei diritti che sono stati lesi. Ho una pensione e un indennizzo. Ma non ho diritto al risarcimento, la mia richiesta è arrivata in ritardo di 40 giorni e il mio caso è finito in prescrizione. Ora lei mi spieghi da quando in qua le malattie vanno in prescrizione”.

Quante persone conosce che vivono la sua stessa situazione?
“Solo nella provincia di Roma siamo circa 600 persone,
casi che conosco bene perchè ci siamo conosciuti in associazione. Ma ogni anno 16 pratiche si chiudono per decesso. Sono morti che non hanno avuto giustizia, una strage silenziosa che continua da anni.”

Cosa resta ancora da fare?
“Vorrei dire a quelli che vivono il nostro dramma che non deve essere una vergogna avere l’epatite o l’Aids, i malati devono scendere in piazza e fare rumore, dobbiamo avere il coraggio senza nasconderci in casa perchè magari il vicino o il datore di lavoro non lo sa. E’ lo stato che si deve vergognare per come trattano le persone”.