di Fabio Carosi
C’è un giallo sul quale nessuno ha mai indagato, né carabinieri né Procura, ma che si può considerare l’origine del male di Roma, del prezzo cioè che la città paga e dovrà ancora pagare per smaltire i rifiuti trattati mandandoli in giro per l’Italia, perché priva di una discarica.
Il mistero ignorato si è consumato negli uffici della Regione Lazio. E’ il 2011 e la governatrice è Renata Polverini. Malagrotta deve essere chiusa per disposizione dell’Europa e Roma è alla ricerca disperata di un sito dove collocare i rifiuti. L’emergenza è alle porte e la politica non riesce a trovare il coraggio di affrontare le decine di comitati cittadini che si oppongono a turno a una discarica, tant’è che la Polverini chiede e ottiene dal Governo Berlusconi la nomina di un commissario ad acta nella persona del prefetto Giuseppe Pecoraro.
Tra Riano già in rivolta, Pizzo del Prete che si mobilità e persino l’idea di collocare i rifiuti a Monti dell’Ortaccio, la Regione Lazio formalizza all’Ufficio del Commissario un elenco di località sulle quali sta effettuando un’istruttoria. Quindi consegna il documento “Analisi preliminare di individuazione di aree idonee alla localizzazione di discariche non pericolose nella provincia di Roma”, solo che di quel documento ne esistono due versioni: quella consegnata al Prefetto-commissario indica come primo sito Corcolle-San Vittorino e sarà la miccia che farà esplodere la rivolta di Villa Adriana; il secondo, rimasto nei cassetti della Regione Lazio, invece indica il poligono militare “la Farnesiana” in località Campo Chimico a due passi da Allumiere.
Affaritaliani.it il mistero del doppio documento l’aveva denunciato già il 5 dicembre del 2011 ma dopo tre anni, è entrato in possesso del secondo studio, quello appunto presentato al Prefetto-commissario. Sono assolutamente identici, tranne che nel capitolo 3.1 LOCALIZZAZIONE, dove il sito S1 nel Comune di Allumiere diventa S1 nel Comune di Roma e la località si trasforma in Corcolle San Vittorino. Il giallo ignorato sino ad oggi da tutti coloro che indagano sul caos dei rifiuti romani, è servito.

Anche perché basta aspettare qualche giorno e su Corcolle si apre un contenzioso spaventoso che porterà la vicinanza con Villa Adriana a diventare un problema internazionale. A leggere le carte, però i giochi sarebbero già fatti. Perché casualmente l’area è già nella disponibilità di una strana società costituita il 6 luglio dello stesso anno, la Ecologia Corcolle: 10 mila euro di capitale sociale e un contratto d’affitto dei 25 ettari di terreno da una misteriosa società svizzera, la Brixia Verwaltungs Ag, con una sede fantasma nella zona di Roma nord e la sede legale oltre confine. Tecnicamente i proprietario Andrea Terzaghi Planner insieme alla moglie Manuela che a Roma hanno due omonimi che si occupano di cure dentarie. La Ecologia Corcolle invece è di proprietà di tali Giuseppe Piccioni e Alessandro e Nicoletta Botticelli, figli di Claudio Botticelli, la cui famiglia è stata al centro di numerose inchieste su discariche non a norma e perciò poste sotto sequestro. Sembra una sceneggiatura di un film, una specie di intrigo internazionale in cui gli attori conoscono con anticipo le decisioni della Regione e perciò si fanno trovare pronti all’appuntamento con i rifiuti e il fiume di denaro che essi producono.
Il resto della storia è noto: Corcolle e Villa Adriana diventeranno il simbolo dell’incapacità italiana e alla fine la decisione di non utilizzare l’area provocherà le dimissioni da commissario di Giuseppe Pecoraro e la sua sostituzione con Goffredo Sottile.
Ma nell’affare discarica ci sono ancora particolari e dettagli sui quali la Procura di Roma che poi decise l’arresto di Manlio Cerroni, di una serie di dirigenti delle aziende e di diversi dirigenti e funzionari della Regione Lazio sembra non abbia mai voluto vedere: in due distinte occasioni, alcuni agricoltori che si erano schierati nel grande fronte che si era opposto alla discarica, si videro appiccare il fuoco ai propri terreni con tanto di telefonate di rivendicazione. A darne notizia furono solo i giornali locali che ottennero la solidarietà di Legambiente. In fumo finirono uliveti per un valore di 300 mila euro e gli ambientali misero il marchio dell’intimidazione sui due fatti.
Le domande sono d’obbligo: perchè nessuno ha mai indagato sulla vicenda? Chi erano i proprietari del terreno e come una società svizzera ne era entrata in possesso? e perché il contratto d’affitto con la Ecologia Corcolle quando non si paventava nemmeno l’idea di collocare la discarica in quell’area? E, infine: quale mano ha sostituito il documento della Regione, finendo per favore soggetti che erano già pronti a gestire l’eredità di Malagrotta?
