Baltimora, 1908. Jack Dillon è un bambino prodigio. Grazie alla sua voce angelica, «il piccolo menestrello del Maryland» diventa un caso giornalistico nazionale. Finché, a tredici anni, arriva la pubertà a portargli via il dono, sbarrandogli la strada della fama e del successo. Quando gli Stati Uniti vengono colpiti dalla crisi del ’29, anche la famiglia del protagonista precipita bruscamente sul lastrico. Innamorato della ragazza sbagliata, Jack manda all’aria il suo matrimonio e decide di partire all’avventura. Durante i suoi vagabondaggi si confronta con le ambiguità dell’America della Grande depressione, con le sue asprezze, le sue disuguaglianze, le sue possibilità di riscatto e redenzione. Giocatore di football professionista, impiegato d’albergo, clochard, impresario e soldato, per tutta la vita Jack Dillon cerca disperatamente qualcosa in cui credere, qualcosa che assomigli agli sgargianti colori di quella falena vista per la prima volta nel giardino di casa, mentre «si allontanava svolazzando tra gli alberi, libera e viva».
L’AUTORE – James M. Cain (1892-1977) è considerato, al pari di Raymond Chandler e Dashiell Hammett, uno dei maestri della letteratura hard boiled americana. Tra i suoi romanzi e racconti più celebri spiccano Il
postino suona sempre due volte, La morte paga doppio, Mildred Pierce e La ragazza dei cocktail, opera inedita riscoperta e pubblicata nel 2013 da Isbn Edizioni. I suoi libri hanno ispirato alcuni tra i più grandi film noir di tutti i tempi, tra cui Ossessione di Luchino Visconti, La fiamma del peccato di Billy Wilder e la recente miniserie televisiva della HBO Mildred Pierce.
LEGGI SU AFFARI ITALIANI.IT LE PRIME PAGINE DEL ROMANZO
(per gentile concessione di Isbn edizioni)
La prima cosa di cui ho ricordo è una grossa falena caudata. L’avvi stai in Druid Hill Park, proprio all’inizio della strada dove sorge la nostra casa, a Baltimora, sulla terrazza di Mont Royal. Nelle giorna te nuvolose fa piuttosto buio, e lucciole, pipistrelli e rondini spunta no fuori in un intrico di segnali. Un giorno in cui il cielo aveva il co lore dell’ardesia bagnata, mi trovavo lì con Jane, la bambinaia nera, e quella cosa cominciò a svolazzare intorno. La seguii per un po’, da un muro a una siepe, a un cespuglio, e infine corsi in cerca di Jane, perché potesse vederla anche lei. Al ritorno, trovai lì un ragazzo che avrà avuto dieci o dodici anni, ma che allora mi sembrò più gran de di quanto, tempo dopo, doveva sembrarmi un centromediano di Yale. Brandiva un bastone col quale tentava di abbattere la falena. Mai in vita mia, in sogno, su un campo di battaglia o altrove, provai una sensazione di orrore paragonabile a quella. Strillai da far salta re i timpani. Quando Jane intervenne, disse al ragazzo di smetter la, ma quello continuò a picchiare. Lei gli strappò il bastone dalle mani. Lui le sferrò dei calci e lei glieli restituì sugli stinchi. Poi lui sputò, ma io non guardavo nemmeno. Non avevo occhi che per quel la splendida cosa verde, tutta palpitante di luce, che si allontanava svolazzando tra gli alberi, libera e viva. Era una sensazione che im magino gli altri provino pensando a Dio, in chiesa. Sembrerà forse assurdo dire che a volte, nel corso della mia vita, quando qualcosa accadeva dentro di me, fui in grado di spiegarne il significato con la pallida, verdeazzurra tinta luminosa che la sensazione sprigionava. Assurdo, ma è così. L’altro mio ricordo è una pera Bartlett. Me l’avevano affidata le zie, i primi giorni di scuola, perché la portassi alla maestra, la si gnorina Jonas. Nel cortile posteriore sorgeva un albero di pere, e a loro era venuta non so perché l’idea che bisognava regalarne una a Miss Jonas. Così Sheila uscì a coglierne una grossa, gialla e leg germente rosata, e mi spedì fuori con quella tra le mani. La scuola distava tre isolati. Al secondo annusai la pera. Al terzo la addentai. Quando giunsi a scuola ero a mani vuote e cominciai a preoccu parmi. Fu il giorno in cui ci vennero distribuiti dei cartellini, cia scuno con il proprio nome, e scoprii che il mio non era Jack, ma John. Era una novità, ma avevo altro a cui pensare. Rincasando, trovai zia Nancy che, in grembiule di cotone a scacchi e in testa una lobbia del babbo, rastrellava le foglie del cortile. Mi condusse all’interno, mi fece sedere, mi porse il latte ed eccoci al punto: mi ero ricordato di dire a Miss Jonas che speravo gradisse la pera, o invece gliel’avevo tesa senza aprire bocca? E sentii le mie labbra muoversi e snocciolare la peggior frottola che si potesse imbasti re – di come Miss Jonas era andata in estasi, aveva detto che la gradiva moltissimo, specie perché non c’era nessun albero nel suo cortile, e che perciò era felicissima e lusingata dell’attenzione. La cosa passò liscia, e la verità non venne mai a galla. Eppure, sotto sotto, ci fu una sensazione di colpa, forse la prima che avessi mai provato in vita mia, quella che poi riapparve in seguito a certi la voretti combinati più tardi: una sensazione rossastra e scottante, tanto prossima al colore della pera quanto i momenti felici sareb bero stati a quello della falena.
(continua in libreria)



