di Patrizio J. Macci
Negli Anni Cinquanta ha cominciato ad accumulare quelle che lui chiama “testimonianze del passato”: ogni tipo di oggetto ideato e fabbricato dall’essere umano, dalla preistoria alla contemporaneità. Si chiama Domenico Agostinelli l’uomo che ha creato una macchina del tempo a pochi chilometri dal centro di Roma. E’ nato in provincia di Teramo. A dieci anni con una cassetta di legno a tracolla, girava vendendo i quadri dei santi nei paesi. Sant’Antonio, protettore delle stalle ai contadini, San Crispino ai calzolai, Santa Lucia a chi aveva problemi agli occhi.
Chi non aveva soldi, i suoi quadri costavano poche lire, barattava con un pranzo, o un giaciglio per riposare, oppure gli dava in cambio “cose da buttare”. Per Domenico nulla è superfluo e da distruggere. Ogni oggetto, ogni più piccola testimonianza trova posto nella sterminata racconto degli usi e costumi che quest’uomo ha composto a mani nude. Visitare il suo spazio è un’esperienza simile a quella di Massimo Troisi e Roberto Benigni in “Non ci resta che piangere”, quando improvvisamente si trovano sbalzati in un altro secolo. Un luogo sospeso in un’altra dimensione a cinque chilometri dal Lido di Ostia, a un tiro di schioppo dalla Via del Mare nel quartiere di Dragona. Un milione di manufatti scovati durante una ricerca durata una vita intera, che dispiegati occupano uno spazio grande come un campo di calcio.
Sembra un cimitero di oggetti. Morti. A parte un libro esposto in vetrina con una vistosa dedica di Enrico Brignano che in questo quartiere è nato, e una tesi di laurea a firma di Valentina Virgili del tempo presente non c’è traccia.
Signor Domenico, gli unici due dotati di vita qui dentro siamo noi. Che mi dice?
“No, gli oggetti sono vivi e ci parlano. Sono dotati di vita propria. Mantengono l’energia vitale delle persone, io lo avevo capito mezzo secolo fa. Per questo ho cominciato a raccoglierli”.
Mi spiega meglio? Esiste un catalogo di questi manufatti?
“Vede questo enorme contenitore con i bottoni? (Mi indica un cilindro di vetro dove c’è un post it con vergata una cifra oltre i cinquecentomila). Sono bottoni di ogni epoca. Da quando sono stati inventati ad oggi. Lei immagina tutte le mani che li hanno allacciati, cuciti, prodotti. I sospiri, i pensieri i mutamenti d’animo che sono rimasti intrappolati al loro interno. Chissà quanti amanti li avranno accarezzati con dita lunghe e sensuali. Un giorno, fra centinaia di anni sarà possibile da un semplice oggetto risalire alla persona che li ha toccati. E’ venuto da me un tizio con una scatola di bottoni inglesi di inizio novecento. Potrebbero esserci anche quelli di Jack Lo Squartatore. Ecco, qualcuno inventerà una macchina che ci permetterà di conoscere tutte le esperienze della persona che ha avuto in uso quell’oggetto. Ho avuto ragione anche per i capelli”.
Ci spieghi, cosa vuole dire?
“Dai capelli si può risalire all’identità di una persona tramite l’esame del dna. Io avevo cominciato a immagazzinarli sessanta anni fa. Conservo anche i capelli di personaggi storici. Lo avevo intuito quando ancora esistevano solo la penna e il calamaio. Per quanto riguarda il catalogo, è tutto qui nella mia mente. Lei mi chieda e io rispondo. Ora però sto cominciando a catalogare tutto con l’aiuto di mia nipote e l’ausilio di un computer”.
Come riesce a mantenere questo spazio enorme, e i magazzini esterni grandi come un hangar?
“Affitto gli oggetti al cinema e a produzioni televisive. Questo mi permette di sopravvivere e accrescere la raccolta”.
Nella sua collezione c’è spazio anche per un reparto “maledetto”?
“Certo, il sacro e il profano. Oggetti magici o presunti tali, talismani et similia. Sono in un settore chiuso da un robusto cancello. I satanisti mi pregano di venderli a peso d’oro. Alcuni arrivano con assegni in bianco. Il sacro è rappresentato da una collezione di croci di ogni forma e misura e di immagini di santi. Anche per quelle ho centinaia di richieste, spesso da individui che le vorrebbero per messe nere e riti simili. Naturalmente io non cedo nulla”.
E materiale “a luce rossa”?
“Quanto ne vuole. Anche quello è in un reparto blindato, accessibile solo dagli addetti ai lavori: antropologi e studiosi con titoli alla mano. Si può scrivere una storia d’Italia attraverso il mutamento della rappresentazione dell’eros e della pornografia”.
Agostinelli, lei saltella come un ventenne in questo suo regno costruito dentro un labirinto di Escher, ma il tempo scorre per tutti. Che ne sarà del museo?
“Come vede io custodisco anche la mia cassa da morto pronta all’uso dentro al museo. Ho pensato sia al mio destino personale che a quello dell’esposizione. Per questo ho creato una fondazione con un comitato scientifico che tutela la raccolta, che è stata riconosciuta dallo stato italiano e quindi è inalienabile. O meglio, lo Stato ha il diritto di prelazione in caso di vendita. Ora le racconto un fatto. Qualche anno fa si è fermata qui davanti un’automobile di gran lusso, una Bentley. Ne è sceso un signore vestito di nero, un americano penso. E’ entrato e mi ha chiesto con modi gentilissimi di scrivere su un foglio la somma che avrei voluto per tutto il museo. Mi avrebbe fatto un bonifico bancario. Senza un limite, mi ha detto di pensarci per una notte e che sarebbe ripassato il giorno successivo”.
Ha rifiutato, si è pentito e non ci dorme?
“Io la notte riposo benissimo, ma sono sicuro che gli oggetti mi correrebbero dietro fino alla fine dei tempi se provassi a venderli”.

