di Lucia Stella Ravoni
MALINDI (Kenya)- Se c’è ancora una terra dove una voce può diventare realtà, dove un sentito dire può rivelarsi una concretezza, questa è probabilmente l’Africa. Vincenzo La Camera, 54 anni residente in Kenya dal 2004, ha una storia che vale la pena di raccontare. “Lasciai l’Italia perché già 10 anni fa non vedevo nessuna prospettiva di crescita. Avevo fatto quanto possibile, con una piccola impresa avviata, ma ormai mi andava stretta”. Così, dopo qualche periodo di vacanza in Kenya, decide di trovare a Malindi una nuova vita, personale e professionale.
Il suo campo è l’edilizia, ma i materiali che ha disposizione a Malindi non lo soddisfano ed inoltre ha la passione delle pietre: “Perlopiù qui si usa il galana, una pietra arenaria, o il corallo tagliato a blocchi per farne mattoni. Eppure – afferma – dall’India arrivano materiali più pregiati e richiesti, venduti a prezzi esorbitanti. Mi chiesi: perché allora non provare a cercarli in Africa? Decisi che sarebbe stata la mia sfida”.
Inizia, pertanto, a raccogliere informazioni, a seguire delle voci. Trovata una traccia convincente si consulta col suo amico Gian Luca Frandi, un artigiano marmista proprietario di una cava di ardesia in Italia. Quest’ultimo lo incoraggia e quindi, nel febbario 2012, Vincenzo decide di partire con degli amici di Nairobi per una perlustrazione che ha dell’incredibile. Prende così vita un viaggio di oltre 10mila km su poco asfalto e molte piste e strade sterrate, lungo oltre 7 mesi altalenanti tra delusioni e soddisfazioni.
“All’inizio non sapevamo bene cosa cercare – ricorda – ma sentivo che qualcosa di interessante mi attendeva. Mi muovevo sul territorio seguendo il passaparola tra le 42 trubù del Kenya, imbarcando a bordo via via persone che ci guidavano in territori davvero sconosciuti e selvaggi”.
Intorno alla capitale Nairobi trova subito della trachite di origine vulcanica, variamente colorata, ma non è che l’inizio dell’avventura. Spingendosi allora verso Sud-Est arriva nella zona di Machacos di etnia Kamba, dove in un’area collinosa trova della quarzite bellissima bianca e grigia, ma anche questa non può essere il suo obiettivo.
Dormendo in locande improvvisate o in auto, si dirige allora verso Ovest, nell’altipiano del Masai Mara, trovando altri quarzi, stavolta rossi: ”Fu un viaggio durissimo quella parte. Tra le tante, ricordo che rimanemmo bloccati su una pista dalle piogge che trasformarono la terra nel famigerato black cotton, un fango micidiale che inghiotte tutto. Si bloccò vicino a noi anche una vecchia auto familiare, da dove vidi scendere 24 persone e 4 capre, lo giuro, che poi scomparvero nel bush!”.
Prosegue: “Sentivo parlare di quello che cercavo, ma non vedevo nulla. Mi spinsi di nuovo ad Ovest, fino a Kisi al confine con l’Uganda, zona rinomata per le sue piantagioni di the, con paesaggi mozzafiato, patria della pietra sapone, molto usata nell’artigianato dei souvenir, tuttavia di poco interesse per me. Ero un po’ stanco e preoccupato perchè le pietre erano belle, ma non in quantità sufficiente ad organizzare un laboratorio per la loro lavorazione. Da lì, però, saltò casualmente fuori una traccia tangibile: attaccato ad un muro un frammento che sembrava ardesia. Mi dissero che forse proveniva da Sud, ma senza alcuna garanzia”.
Vincenzo, tuttavia, sale egualmente sulla sua jeep ed attraversando savane e foreste viaggia fino a Lunga Lunga, al confine con la Tanzania, dove però trova della pietra woodstone: “Era bella, sembrava legno, ma di piccole pezzature e quantità limitata e poi… non cercavo quella!”. Intercetta, però, un’altra traccia che lo porta indietro, sempre nella Contea di Kwale, in una regione arida, dove le informazioni date dagli abitanti della zona della tribu dei Digo (nota per essere una tribù guerriera) lo convincono di essere vicino all’obiettivo. Preso contatto con un esponente locale, incontra gli anziani e il chief di un villaggio di Duruma, l’altra tribù della Contea, che gli assicurano che lo condurranno in un luogo dal quale estraggono una pietra che sembra avere le caratteristiche giuste.
“Non potevo credere ai miei occhi. Mi trovai di fronte ad una cava di ardesia a cielo aperto. Le lastre naturali erano appena sotto uno strato di terra. In Italia, invece, questa pietra si trova nel cuore delle montagne, mentre lì era quasi a portata di mano. Non sapevano quale patrimonio avessero”. Dopo tanti mesi, chilometri, malanni e sudore Vincenzo è davanti ad una ventina di operai che estraggono l’ardesia con mezzi rudimentali: “Semplicemente la scoprivano, la picchettavano con dei cunei, poi la strappavano dalla terra, disperdendone moltissima in frammenti inutilizzabili. Mi piangeva il cuore!”.
Ora è felice perché era certo che l’Africa possedesse una tale meraviglia: “Questa ardesia è nera, ma quando si bagna e si lavora assume tonalità e varietà straordinarie. Assomiglia a quella brasiliana, consistente come granito, mentre quella italiana è più tenera”.
Fu a quel punto che il suo amico marmista Gian Luca si convince che anche per lui l’Italia non va più e scende in Kenya, dove insieme fondano la Lombardy ltd, un’azienda dove hanno trovato occupazione 25 africani: “In seguito abbiamo estratto anche ardesia grigia e rossa –spiega Lacamera- lavorando sempre in totale armonia con le tribù di riferimento e nel rispetto della normativa kenyota. Oggi posso dire che mi sono tolto una grande soddisfazione. Ringrazio questo Paese che mi ha dato un’opportunità unica e voglio proseguire su questa strada” ed al suo fianco ha la compagna Marylynn, di etnia Kamba, e 2 bellissimi bambini, Giovanni di 6 anni ed Asia di quasi 5.
Quando parla di questo lungo viaggio avventuroso, pieno di strani incontri e situazioni diverse, Vincenzo vira anche sul sentimentale perché gli ha dato nuovi orizzonti e prospettive. Insomma, si può avere una pietra nel cuore, ma non è detto che per questo si abbia un cuore di pietra.
