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Strage Crans Montana, capire prima di giudicare. La psicoterapeuta: “Ecco perché i ragazzi hanno filmato”
Affaritaliani ha parlato con la psicoterapeuta Maria Rita Parsi, per provare a capire ciò che è successo a Crans-Montana e la scelta di filmare in mezzo al pericolo

Strage di Crans Montana, Maria Rita Parsi: "Capire, prima di giudicare"
Crans Montana tra dolore, polemiche ed una domanda sospesa: perché filmare invece di fuggire? Per andare oltre le accuse e i facili commenti, Affaritaliani ha parlato con la psicoterapeuta Maria Rita Parsi: capire, prima di giudicare.
Secondo lei, cosa può aver spinto quei ragazzi – davanti al pericolo – a riprendere con il cellulare invece di allontanarsi o chiedere aiuto?
"Non siamo di fronte a un gesto istintivo o superficiale, ma all’esito di un lungo processo culturale ed educativo. Molti ragazzi oggi crescono immersi in una realtà che sembra esistere solo se viene ripresa, mostrata, condivisa. In situazioni di forte stress emotivo, il cellulare diventa una sorta di rifugio psichico: filmare permette di prendere distanza dalla paura, di trasformare l’esperienza in immagine, l’urgenza in contenuto.
È come se la realtà, per essere riconosciuta, avesse bisogno di passare attraverso uno schermo.
Questo non indica crudeltà, ma una difficoltà profonda a stare nel presente, a riconoscere il pericolo come qualcosa che interpella direttamente la propria responsabilità. È una fragilità che nasce da un’educazione spesso più orientata a documentare che a sentire".
Molti via web hanno criticato e – in alcuni casi – addirittura insultato i ragazzi per non aver riconosciuto subito la gravità della situazione. Come legge questa polemica?
"L’insulto non è mai una risposta educativa. È un atto di resa dell’adulto che, invece di interrogarsi sul proprio ruolo, sceglie di giudicare. Quando un adulto insulta un ragazzo, sta implicitamente dicendo: “Non so aiutarti a capire ciò che è accaduto, quindi ti condanno”. La polemica rischia di spostare l’attenzione dal vero nodo: non tanto il comportamento di quei ragazzi, quanto il vuoto formativo che li ha preceduti. Se non insegniamo a riconoscere il valore della vita, dell’altro, del limite, non possiamo sorprenderci quando, di fronte al pericolo, prevale lo smarrimento anziché l’azione".
Quanto incidono i social (visibilità, like, condivisioni) su questo tipo di reazioni “a caldo”?
"Incidono in modo profondo e strutturale. I social hanno introdotto una nuova grammatica emotiva, in cui la visibilità diventa misura del valore. L’urgenza non è più comprendere ciò che sta accadendo, ma renderlo visibile. Il like diventa una risposta rapida che sostituisce il pensiero, l’empatia, la responsabilità. In questo contesto, l’esperienza rischia di essere vissuta non per ciò che è, ma per ciò che può generare in termini di attenzione. È un meccanismo che anestetizza la coscienza e trasforma le persone in spettatori, anche quando la situazione richiederebbe presenza, coraggio e intervento".
Che cosa possono fare, concretamente, famiglie e scuola per aiutare i ragazzi a sviluppare maggiore consapevolezza del rischio e capacità di reagire in modo adeguato?
"Famiglia e scuola devono tornare ad assumersi pienamente la loro funzione educativa, che non può essere delegata agli schermi. In famiglia è fondamentale parlare di emozioni, di paura, di pericolo, di responsabilità. Allenare i figli a riconoscere i segnali del rischio e a chiedere aiuto non significa spaventarli, ma renderli più forti e consapevoli.
La scuola deve affiancare all’educazione digitale un’autentica educazione emotiva e civica: discutere casi reali, simulare situazioni di emergenza, riflettere insieme sulle conseguenze delle azioni e delle omissioni. Serve una comunità adulta capace di insegnare che non tutto va mostrato, che il dolore non è uno spettacolo e che, di fronte all’emergenza, la prima domanda non dovrebbe essere “chi mi guarda?”, ma: 'di che cosa ha bisogno l’altro, adesso?'".
