La vita di Alireza M., il 37enne iraniano sopravvissuto all’impiccagione per traffico di droga, sia risparmiata: lo chiedono Amnesty International e diversi giuristi della Repubblica islamica, la cui legislazione sembra mostrare un vuoto normativo per questo caso rarissimo in cui la forca non ha svolto il suo compito. Alireza era stato impiccato il 10 ottobre in una localita’ nel nord-est dell’Iran: per almeno 12 minuti il suo corpo era rimasto sospeso in aria, con il cappio al collo. Ne era stata dichiarata la morte, ma il giorno dopo nell’obitorio di Bojnourd i medici si sono accorti che respirava ancora.
“La prospettiva terribile che quest’uomo ha davanti, e cio’ di affrontare una seconda impiccagione dopo averne attraversato gia’ una, sottolinea la crudelta’ e la disumanita’ della pena di morte”, ha affermato Philip Luther, direttore di Amnesty per il Medio Oriente. “Le autorita’ iraniane”, ha aggiunto, “devono immediatamente fermare l’esecuzione di Alireza e lanciare una moratoria riguardante le altre condanne a morte”. L’Organizzazione non e’ sola in questa battaglia per la vita dell’uomo, e diversi giuristi hanno firmato una petizione analoga all’appello di Amnesty nutrendola di riflessioni di carattere normativo: “Nella nostre legge”, ha spiegato Abdolsamad Khoramshahi, “non c’e’ nulla che riguardi una persona che sopravvive 24 ore dopo un’impiccagione. La sentenza e’ stata eseguita e non vi e’ alcuna ragione per ripeterla”. Diversa e’ l’opinione di Nourollah Aziz-Mohammadi, giudice di alto rango: “Quando un colpevole e’ condannato a morte, in quanto giustiziato. Se non muore, la sentenza non e’ stata eseguita e va ripetuta”. La parola passa adesso all’ayatollah Sadeq Larijani, capo del sistema giudiziario iraniano, che con il fratelli Ali, presidente del Parlamento, e’ uno dei rappresentanti piu’ autorevoli del fronte conservatore in Iran.
