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Intervista allo scrittore Marco Balzano: l’ultimo romanzo “Bambino” e la trasposizione teatrale di “Resto qui”

Il suo capolavoro finalista al Premio Strega 2018 “Resto qui” (Einaudi) arriva in nuova veste e debutta il 3 marzo al Piccolo di Milano

Intervista allo scrittore Marco Balzano: l’ultimo romanzo “Bambino” e la trasposizione teatrale di “Resto qui”

Intervista allo scrittore Marco Balzano

Marco Balzano rappresenta indubbiamente una delle voci più autorevoli e al contempo sensibili della narrativa italiana contemporanea, pertanto è un vero piacere per Affaritaliani sedersi a un tavolo insieme a lui e poter spendere qualche ora chiacchierando di libri, spettacoli, letteratura, nuove generazioni e futuro.

Scrittore capace di coniugare profondità storica e intensità emotiva come pochissimi altri riescono a fare, Marco ha costruito negli anni un’opera coerente, attraversata da una tensione civile mai declamatoria e da una rara capacità di restituire la complessità dell’animo umano.

Nato a Milano nel 1978, insegnante per molti anni prima di dedicarsi interamente alla scrittura, Balzano ha esordito con Il figlio del figlio, imponendosi poi all’attenzione nazionale con Pronti a tutte le partenze. L’ultimo arrivato ha vinto il Premio Campiello 2015 e a breve verrà ripubblicato da Einaudi, mentre Resto qui – tradotto in numerosi Paesi – ha raccontato la vicenda di Curon, paese sommerso in Alto Adige, diventando uno dei suoi libri più amati: nel 2018 è arrivato secondo al Premio Strega e ha ricevuto altri importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Mario Rigoni Stern, il Premio Bagutta 2019 e il Prix Méditerranée Étranger.

Tra le altre opere, segnaliamo Quando tornerò e Bambino, il suo ultimo romanzo sempre edito da Einaudi di cui ci ha parlato in questa intervista: entrambi confermano il suo interesse per le terre di confine e per le storie di migrazione, individuali e collettive.


Firma copie Marco Balzano (Crediti Chiara Giacobelli)

Proprio da Resto qui nasce l’omonimo spettacolo che debutterà al Piccolo di Milano in sala Melato nella stagione 2025-2026: una trasposizione scenica che riporta al centro la forza di una comunità travolta dalla Storia e la voce ostinata di chi sceglie di restare, nonché un ulteriore passaggio che testimonia la vitalità di un’opera capace di attraversare linguaggi diversi, mantenendo intatta la sua carica emotiva e civile.

Il romanzo di Marco si trasforma qui in un racconto teatrale con due personaggi principali; nello specifico, Arianna Scommegna e Mattia Fabris interpretano Trina ed Erich, testimoni, vittime e all’occorrenza carnefici. Si tratta di una coproduzione Teatro Stabile di Bolzano e Piccolo Teatro, con la regia di Francesco Niccolini.

Il debutto è fissato per il 3 marzo ed è già sold out, così come molte date milanesi. Restano tuttavia alcuni posti disponibili per altre serate in programmazione fino al 15 marzo, per cui vi suggeriamo di consultare il sito del Piccolo di Milano al riguardo.

Le recite del 7, 8, 14 e 15 marzo sono sovra-titolate in inglese e in italiano a cura di Prescott Studio, mentre le repliche del 7 e 8 marzo sono parte del progetto Piccolo Aperto, realizzato con il contributo di Fondazione di Comunità Milano.

Martedì 3 marzo, al termine dello spettacolo al Teatro Studio Melato, Francesco Niccolini, Arianna Scommegna e Mattia Fabris incontrano Marco Balzano, autore del romanzo. L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.


Resto qui (Crediti Chiara Giacobelli)

Marco partiamo dal suo ultimo romanzo, Bambino, che narra la storia di un ragazzo inquieto alla ricerca di sé stesso in una Trieste ostile: Fascismo, Nazismo e poi l’occupazione jugoslava, le foibe. Che accoglienza sta ricevendo questo suo bellissimo libro da pubblico, critica e scuole?

“Sto avendo un riscontro davvero positivo. Da un punto di vista critico sono molto soddisfatto: ne hanno parlato nomi importanti, come Corrado Augias su La Repubblica. Tratta un periodo spinoso della memoria recente italiana, ed è una storia da cui emerge chiaramente come nessuno ne esca bene: né gli attori coinvolti, né le parti politiche.

Anche il pubblico lo ha accolto con calore, c’è stata un’ottima risposta. Qualche pagina rimanda alla violenza e può destare impressione, ma ho fatto molta attenzione a suggerirla, più che a descriverla minuziosamente. Siamo già pieni di violenza: basta aprire il cellulare. Parlo di guerra, di foibe, di Nazismo, di Fascismo, di dittatura comunista: chiaramente non è tutto rose e fiori, però ho scelto di evocare più che di ostentare”.

Anche se ha smesso di insegnare nelle scuole, pur mantenendo il ruolo di docente di scrittura narrativa in altri contesti, resta sempre in contatto con le nuove generazioni.

“Sì, nelle scuole dedico sempre un paio di mesi all’anno agli incontri, perché mi piace molto. Umberto Eco diceva che se il tuo libro viene letto e apprezzato da un ragazzo di sedici anni allora vuol dire che ha fatto un salto; in tal senso penso che i miei romanzi abbiano fatto questo piccolo, ma importante salto.

Dal 2010 frequento con assiduità le scuole, però non ho mai scritto nulla “per le scuole”, mi sono sempre rifiutato di farlo. Credo infatti che sia la scuola a dover uscire verso la società, non il contrario”.

Marco Balzano nelle scuole

A proposito di scuole e di lettura, c’è una polemica recente attorno a Cime tempestose della Brontë per via dell’uscita del film. Sembra che i ragazzi lo trovino troppo lento, descrittivo, che saltino le pagine e leggano solo i dialoghi perché non sono più in grado di apprezzare un classico. Lei cosa ne pensa?

“È inevitabile che anche i libri invecchino, come tutta l’arte: Giotto è meno immediato di Van Gogh, ad esempio. Questo non significa che sia meno bello o interessante, tuttavia servono strumenti diversi per comprenderlo e apprezzarlo. Lo stesso vale per i libri. Che Cime tempestose presenti delle difficoltà non è un male, a mio parere. Il problema lo si ha quando la difficoltà diventa insormontabile perché manca un’educazione alla lettura.

Se il libro viene calato dall’alto con un “leggilo” imperativo, è ovvio che non venga percepito come un processo naturale. Non la vedo, comunque, come una battaglia persa. È fondamentale leggere i classici oggi; piuttosto, non aiuta certa retorica pessima sui giovani che non leggono: spesso non lo fanno perché sono circondati da adulti che per primi hanno perso l’abitudine alla lettura o non l’hanno mai avuta.

Inoltre, chi dovrebbe fornire loro strumenti per entrare nei libri e comprenderli non sempre lo fa. Se un insegnante ti dà le chiavi per poter apprezzare un romanzo storico inglese, ti spiega la tradizione amorosa da Shakespeare in poi, allora Cime tempestose diventa una lettura palpitante, piena di vendetta e colpi di scena. Il punto quindi è dare le chiavi, accompagnare. Esiste un’educazione alla lettura, come esiste quella al corpo o alla musica”.

In Bambino racconti la violenza da più parti, restando imparziale; non ci sono buoni né cattivi. Emerge piuttosto il concetto secondo cui la violenza genera violenza. È così?

“Le tre dittature che si susseguono a Trieste sono un racconto di odio allo stato puro. Il Fascismo sottomette gli sloveni per vent’anni; le foibe sono una reazione brutale a quella sottomissione. Trieste ospita l’unico campo di concentramento in Italia, la Risiera di San Sabba, con lo stesso regolamento di Auschwitz. E a seguire la dittatura di Tito è feroce almeno quanto quella nazista. È impossibile che qualcuno ne esca bene.

Ciò che voglio trasmettere è il fatto che la violenza genera violenza, l’odio produce altro odio. Forse è proprio questo che ha reso il libro interessante anche all’estero, in tempi di conflitti sui confini: chi si agguerrisce contro un altro Stato semina morte e vendetta anche nelle generazioni future. Non a caso i primi Paesi a comprare i diritti del libro sono stati Russia e Israele.

Per quanto mi riguarda, anche se non sempre è facile, credo fermamente che uno scrittore debba astenersi dal prendere le parti dei personaggi. Deve consegnare una storia e lasciare al lettore il giudizio, che applicherà attraverso i suoi strumenti, la sua intelligenza, le sue idee.

Per come la vivo io, la scrittura è una pratica di anti-egocentrismo: ti presento un’esperienza umana, personale e generale, e tu ne trai le conclusioni”.


Bambino (Crediti Chiara Giacobelli)​​​​​​​

Anche la figura della madre – quella adottiva e quella biologica – è centrale in questa storia, che strappa qualche lacrima e a tratti commuove. Non è da meno il padre, forse l’unico personaggio positivo del libro.

“Su di lui ho costruito un personaggio molto umano, il più caldo del libro, proprio per compensare un protagonista spigoloso. Mattia (chiamato Bambino) non ha una coscienza politica compiuta: si aggrega al Fascismo perché gli sembra il posto più sicuro, il carro del vincitore. Alla lunga, però, se stai con lo zoppo impari a zoppicare; all’epoca si entrava nel movimento per mille ragioni, ma a forza di frequentare il male si diventa inevitabilmente malvagi.

Il tema della ricerca della madre naturale è un trauma che innesca la storia. Non stiamo parlando di un ragazzo deprivato affettivamente, eppure Mattia si fissa su un’assenza che diventa ossessione. Il padre non gli rivela mai il nome della madre naturale perché altrimenti sarebbe un personaggio perfetto, e dunque meno interessante. Tutti tendiamo a idealizzare ciò che è assente, però vivere nella realtà significa prendere le misure con chi abbiamo davanti, con i suoi limiti”.

Il tema delle terre di confine ritorna spesso nei suoi libri, da Curon a Trieste.

“Resto qui e Bambino sono, nel mio percorso, un dittico che interessa il confine orientale, l’Alto Adige e la Venezia Giulia. In qualche misura sono stati concepiti insieme — a dire la verità prima Bambino, poi Resto qui — ma a Trieste le cose sono ancora più complicate che in Alto Adige, perché al Fascismo e al Nazismo si sommano la dittatura titina, le foibe, un campo di concentramento. Insomma, la cornice storica era molto complessa per essere affrontata con facilità.

Le realtà di confine mi interessano perché sono la metafora di che cosa siamo capaci di fare noi esseri umani. In una condizione di pace ci appaiono come luoghi particolarmente ricchi da un punto di vista culturale, economico, politico: rappresentano degli spazi di incontro. Se, però, togli la pace e la democrazia, diventano cornici degli scontri più efferati, a volte senza senso, con sangue versato a caso.

Il confine, di per sé, è il luogo in cui si finisce insieme, dove c’è uno sguardo che implica reciprocità e contatto: non posso toccarti senza essere toccato. Non è, come rischiamo di pensare ascoltando certi leader politici, il posto ideale in cui costruire un muro o schierare l’esercito. È una soglia, e la soglia è fatta per essere oltrepassata guardandosi in faccia. Questo accade sia nella vita personale, quanto nella dimensione storica e pubblica.

Poiché a uno scrittore interessano più le metafore dei fatti in sé, il confine è per me una grande metafora”.


Il campanile di Curon (Crediti Chiara Giacobelli)

Come lavora su queste storie, specie da un punto di vista di ricerca storica?

“Prima c’è lo studio, poi il confronto con gli esperti, infine le voci vive, perché ritengo superbo pensare di scrivere di qualcuno senza parlargli in prima persona. La fantasia resta centrale, ma devo accordare lo strumento sul tempo e sul luogo. Per Quando tornerò sono andato in Romania: dovevo vedere i bambini rimasti, i cosiddetti left behind. È stata un’esperienza emotivamente molto forte: alcuni sono arrabbiati perché si sentono abbandonati, altri sublimano l’assenza in responsabilità, altri ancora ne restano schiacciati.

Le donne che si prendono cura dei nostri anziani e dei nostri figli spesso rinunciano ai propri, di figli. Dal mio punto di vista è una questione enorme di cui si parla purtroppo molto poco”.

Venendo a Resto qui, da cui è tratto lo spettacolo teatrale, l’ambientazione è l’Alto Adige, nello specifico Curon. Come mai hai pensato a questo territorio?

“Ad essere onesto ci sono finito la prima volta perché ho sbagliato strada. Era il 2014 e all’epoca il parcheggio arrivava quasi sull’acqua: mi sono ritrovato davanti a questo campanile che spuntava dal lago e non ne sapevo nulla. Ne ho letto un po’ la storia sui cartelli esplicativi e ho subito pensato che sarebbe stato bellissimo raccontarla, ma ero certo che fossero già stati scritti numerosi libri al riguardo, per non parlare dei film, invece non c’era niente. Da lì ho iniziato a studiare e a documentarmi, poi sono tornato e ho trovato la guida della mia vita: un ex maestro elementare, ora in pensione, con cui siamo diventati molto amici.

A differenza di Trieste, è stato difficile inserirsi nella comunità locale. È infatti una realtà chiusa, diffidente verso gli italiani. Adesso fra noi c’è un’amicizia fraterna, ma all’inizio è stato complicato; una volta superata quella crosta, però, gli abitanti del posto sono accoglienti in una maniera estremamente calorosa”.

Link Facebook al video dello spettacolo: https://www.facebook.com/watch/?v=1260410305944842

Colpisce, nella storia di Resto qui, il fatto che i cittadini non avessero capito neppure cosa stesse per succedere, perché le informazioni venivano date in una lingua che non conoscevano. Ha riscontrato questo aspetto in prima persona, a differenza di Trieste?

“Sì, e se ci si pensa questo fatto non può che essere vero: è la differenza tra una città mitteleuropea, con un tessuto metropolitano borghese come Trieste, e un villaggio di contadini e pastori a duemila metri d’altezza in Val Venosta. Sono due mondi diversi per struttura sociale, strumenti culturali, consapevolezza”.

Un altro tema ricorrente nella sua letteratura è quello della migrazione, o degli spostamenti di singoli, quando non persino di comunità.

“Mi sta a cuore perché è la storia della mia famiglia e di tre quarti degli italiani. Mi interessa la migrazione come metafora del tentativo di migliorare la propria sorte.

Ho raccontato gli spostamenti dal Sud al Nord, quella dei bambini negli anni Sessanta, quella economica delle donne dell’Est che diventano figure di cura. Non dimentichiamoci che senza di loro il nostro sistema non reggerebbe”.


I libri di Marco Balzano (Crediti Chiara Giacobelli)

C’è, nei suoi libri, una nota di tenerezza che li attraversa tutti e che, a mio parere, fa di lei uno scrittore unico.

“Non è la prima volta che mi viene fatta notare questa tenerezza, ma forse è più simile alla grazia. Non mi chiedo troppo da dove venga o perché scaturisca in certi momenti, in fondo non mi interessa conoscere proprio tutto di me.

Tuttavia, penso che scrivere significhi mostrare sia quanto sappiamo essere bestie, sia i nostri slanci di grazia. È per questo che non la centellino, nel raccontare o nel descrivere i miei personaggi: arriva dalla penna e la lascio scorrere”.

Consiglierebbe a un giovane di frequentare una scuola di scrittura?

“Io non le ho fatte, ma può valere la pena studiare per acquisire i fondamentali, avendo però le aspettative giuste. Il talento non si insegna, ma si possono fornire gli strumenti per scrivere bene: costruire un dialogo, una descrizione, i personaggi. Anche se non pubblicherai mai, ti servirà comunque per comunicare meglio”.


“Resto qui” disponibile su Audile (Crediti Audible)

Pensa che l’intelligenza artificiale possa sostituire il lavoro degli scrittori, un domani?

“È in effetti un problema che mi pongo e penso che in molti verranno spazzati via. Resteranno i migliori, come un prodotto di nicchia. In ambito artistico temo soprattutto l’omologazione, perché l’intelligenza artificiale e tutto il mondo social di oggi si muove su base algoritmica. In quest’ottica, il libro scritto da una persona sarà come il prodotto biologico dell’agriturismo: lo cercherà chi vuole qualcosa di autentico.

L’uso etico dell’AI è il vero nodo su cui discutere e confrontarsi, o su cui preoccuparsi, ma stando alla storia l’uomo non è mai stato particolarmente bravo sull’etica. Se un bambino di dieci anni oggi fa i compiti con ChatGpt questo significa che un domani sarà un adulto più manipolabile. Restare scientemente ignoranti ci rende più deboli.

Di conseguenza sì, l’intelligenza artificiale mi preoccupa molto, ma non posso fermare il mondo. Posso solo continuare a scrivere, cercando di restare vivo, imprevedibile, umano”.

Un’ultima domanda sui suoi progetti futuri.

“Come anticipato, tornerà disponibile L’ultimo arrivato edito da Einaudi e tra non molto uscirà un saggio sulle parole, che è stato molto richiesto dai lettori in questi anni dopo il mio libro Le parole sono importanti. Questo secondo volume sarà più allineato al nostro presente, senza chiusure ideologiche, ma con uno sguardo ampio, anche storico, su parole che si sono un po’ infiltrate nell’uso comune.

Per quanto riguarda lo spettacolo teatrale di Resto qui, invece, dal 3 al 15 marzo saremo a Milano, poi la tournée farà tappa in altre città italiane. Infine, sto lavorando a un nuovo romanzo, ma è ancora presto per le anticipazioni”.

Marco Balzano presenta “Bambino” in collaborazione con le Librerie Ubik​​​​​​​