di Lorenzo Lamperti
@LorenzoLamperti
Federico Fellini. Quel nome lo ha pronunciato lui stesso, pochi secondi dopo aver ricevuto il premio Oscar. Difficile allora non fare paralleli tra Paolo Sorrentino e il regista riminese, tra La grande bellezza e La dolce vita. Fellini vinse tre Oscar, ma non con La dolce vita, un film dalla storia piuttosto travagliata per le critiche, le censure, gli anatemi della Chiesa. Sorrentino invece con La grande bellezza vince eccome e riporta in Italia un premio che mancava dal 1999 e da quella camminata di Roberto Benigni sui sedili del Kodak Theatre.
Non è un caso che l’Italia, per vincere, abbia dovuto tornare a quella caratteristica che le è così intrinseca e così tanto spesso dimenticata: la bellezza. Una grande bellezza. Sorrentino ha pescato il bello nelle pieghe del nulla e dell’inutilità. Una bellezza come lampo accecante tra i tanti puntini di sospensione della normale esistenza. E un brutto, o peggio indifferente, che acquista valore illuminato da quegli sprazzi fugaci.
Paolo Sorrentino è il miglior regista italiano. Lo è dai tempi de Le conseguenze dell’amore. Il suo Oscar è meritatissimo. Ma non si confonda l’immenso talento di colui che oggi più incarna la parola “autore” con una rinascita del cinema italiano. Di strada da fare ce n’è ancora tantissima. Ma questa è un’altra storia. Ora godiamoci il nostro Divo. Il suo Oscar ricorda all’Italia che, parafrasando Benigni, la vita può anche essere bella.
